Violenza e media, nona declinazione. “Ultraviolence”: la spettacolarizzazione della violenza nei videoclip musicali

di Stefano Monti

La spettacolarizzazione dell’elemento violento, specialmente quando al limite della sopportabilità visiva, negli ultimi anni è stata oggetto di un’interessante riflessione etica ed estetica che ha coinvolto diversi media. Dalle espressioni cinematografiche di più parti del mondo, fino allo sviluppo della reality tv e all’affermazione della serialità, senza risparmiare alcune fra le più recenti forme di intrattenimento multimediale come i processi interattivi di gamification (LINK ‘OTTAVA DECLINAZIONE’) oggi nel vivo del loro sviluppo, la maggior parte degli strumenti dell’audiovisivo è stata condizionata da una specifica tendenza comune votata alla rappresentazione della violenza, specialmente nelle sue oscillazioni più estreme. Considerata l’imprescindibile influenza reciproca fra le varie forme dell’espressione culturale e mediatica, a questa inclinazione non è rimasto estraneo nemmeno un altro fenomeno, ai giorni nostri di grande pregnanza culturale: il videoclip musicale.

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Violenza e media, ottava declinazione. Il potere legittimante della gamification

di Carolina Altilia

Jean Baudrillard, teorico francese post-moderno, afferma che se le società moderne erano “organizzate intorno al concetto di produzione e consumo di beni e merci, le società post-moderne sono organizzate intorno al concetto di simulazione e di gioco delle immagini”. Nella società postmoderna, mediatica e consumistica, tutto diventa immagine e segno, o perfino spettacolo, con la diretta conseguenza, come dice lo stesso teorico, di “un’estetizzazione indifferenziata di tutto”. Gli ambiti precedentemente divisi dell’economia, dell’arte, della politica, della sessualità, si fondono gli uni negli altri e l’arte penetra tutte le sfere dell’esistenza. Secondo Baudrillard, dunque, la nostra società ha dato vita ad una generale estetizzazione di tutte le forme culturali, comprese quelle della contro-cultura (https://fuoricorsoblog.wordpress.com/2016/02/04/violenza-e-media-prima-declinazione-la-guerra-in-un-tweet/#more-4220), soggette a meccanismi di promozione, e rappresentazione.

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Violenza e media, settima declinazione. Attraverso lo specchio nero: il macabro riflesso dei nuovi media

di Giovanni Timpano

Viviamo in una società dominata dai mezzi di comunicazione, non c’è dubbio. L’informazione, l’intrattenimento, la cultura, ma anche la violenza, la cronaca e, in fondo, la stessa storia contemporanea sembrano non poter più prescindere dall’essere riproposti sui nostri schermi. Black Mirror è una serie televisiva britannica, trasmessa su Channel 4 a partire dal 2011 e su Sky Cinema 1 in Italia, che mette in scena un universo distopico in cui si è giunti ad un’assoluta normalizzazione di inquietanti e futuristici scenari mediatici. L’episodio speciale White Christmas, che attualmente conclude la serie, può essere considerato come lente di ingrandimento, al fine di condurre un’attenta analisi sull’effettivo ruolo ricoperto dai media all’interno di una realtà che non rappresenta più soltanto gli albori dell’estetica dell’estremo.

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Violenza e media, sesta declinazione. “Kill the dead, fear the living” e il brutale normalizzato

di Pasquale Severino

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“Noi non uccidiamo mai chi è vivo.” – Rick Grimes, 01×05

The Walking Dead e la normalizzazione della violenza, la sovraesposizione della brutalità, un articolo che sembra scriversi da solo visto il tema dello sceneggiato, il suo leitmotiv realizzativo; come può il palato spettatoriale non abituarsi al gore spudorato, adrenalinico che la serie di Darabont  ha standardizzato costringendo i suoi protagonisti a farsi strada con armi da taglio, fuoco e qualsivoglia corpo contundente nell’immanente fiumana di walkers per sei stagioni?

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Violenza e media, quinta declinazione. Celluloide rosso sangue – L’estetizzazione e la normalizzazione dell’estremo nel cinema

di Angelo Talarico

Il cinema, così come gli altri media, si muove e agisce di pari passo con la società, sopperisce a delle richieste, gratifica i sensi, in poche parole mostra, offre delle storie che si evolvono con l’avanzare dei tempi, sia tecnicamente che esteticamente.

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Violenza e media, quarta declinazione. L’estetizzazione della violenza nel cinema orientale e il caso Hero

di Muzhi Wu

Si è già discusso delle diverse modalità di rappresentazione della violenza sul grande schermo e il cinema orientale gioca un ruolo importante in questo panorama. Infatti, oltre alle classiche scene sanguinose e splatter, i film di genere wuxia (http://www.heroic-cinema.com/eric/xia.html)  offrono un’alternativa poetica di esprimere la violenza. Hero è un film diretto da Zhang Yimou, (https://www.youtube.com/watch?v=R2vwIz94oYY) ed è stato nominato all’Oscar come miglior film straniero.  Il film è ambientato nella Cina del III sec a.C., in un’epoca segnata da continue e feroci lotte fra sette stati che si contendono la supremazia. In questo contesto, un uomo per vendicarsi diventa un assassino e fa dell’uccisione del re di Qin la sua missione di vita.

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Violenza e media, prima declinazione: la guerra in un tweet

di Valeria De Bacco

“There is only one thing in the world worse than being talked about, and that is not being talked about”.

Nell’era del “pubblico ergo sum”, mai frase fu più profetica di quella scritta da Oscar Wilde nel romanzo Il ritratto di Dorian Gray, personaggio capace di far impallidire anche Narciso, contemporaneo ante litteram, simbolo di una generazione che ha eletto i social network come luogo d’incontro prediletto, momento di scambio e condivisione. Basta un clic per dire al mondo intero cosa si sta pensando, cosa si sta provando, per condividere istanti della propria vita e taggare gli amici. La globalizzazione è totale, all’esterno quanto dentro di noi. Ma, se il confine tra ciò che è social e ciò che è privato si assottiglia fino quasi a sparire, se, di fatto, si elimina ogni censura e tutto diventa comunicabile, è forse arrivato il momento di dire che il mezzo giustifica il fine?

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