Speciale Cinevasioni: Cronaca di una passione, poetica tristezza nella dura realtà

di Margherita Santini
della redazione di studenti CITEM per Cinevasioni Film Festival 2017

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“Terzo piano, quattro ambienti, un bagno…”, l’esattore fiscale si rivolge a Giovanni mentre osserva la casa. Silenzio senza fine.

“Cronaca di una passione” di Fabrizio Cattani, in concorso a “Cinevasioni” 2017, il festival di cinema che si svolge in questi giorni alla Casa Circondariale la Dozza di Bologna, racconta la vita di Giovanni (Vittorio Viviani) e Anna (Valeria Ciangottini), una coppia di 60enni che all’improvviso si trova ad affrontare una situazione economica difficile. Una vita fatta di routine viene spezzata dalla disperazione. Tutto inizia con una cartella esattoriale, che li costringe a mettere all’asta la casa. Poi arrivano anche i controlli dell’ASL. E i coniugi devono chiudere il ristorante, per un problema alla caldaia. Anna e Giovanni stritolati dalle tasse e dalla burocrazia, non trovano vie d’uscita. E il film mostra tutte queste difficoltà. Mostra la vita reale, dove spesso non c’è alcun lieto fine.

L’opera di Cattani, molto poeticamente, dà voce a una storia d’amore senza speranza, attraverso i drammatici sguardi di Valeria Ciangottini e di un Paese che non ha più spazio per tutti.

Una regia naturale sottolinea i primi piani immergendo lo spettatore nella vicenda, che ricorda molti casi di cronaca. Una storia toccante, lunga, come la vita. Il regista non tralascia dettagli, ma forse poteva eliminare alcune scene superflue, che rendono troppo denso il film.

Durante la proiezione, il pubblico in sala – composto da studenti e detenuti – si è commosso. Una reazione simile a quella dell’attrice Valeria Ciangottini, come ha ammesso lei stessa in conferenza stampa. Applausi per Vittorio Viviani, che ha saputo entrare perfettamente nei panni di Giovanni.

Quello che emerge in questo film è un argomento tabù, poco affrontato dai media italiani, nonostante i dati Istat rivelino che tra il 2012 ed il 2016 ci siano stati oltre settecento suicidi a causa della crisi economica. La storia girata da Cattani è proprio una di queste: “Ho letto un articolo sulla vicenda di due amanti di Bari che si suicidarono per problemi economici – racconta il regista – ed ispirandomi alle loro vite, ho deciso di fare luce su un tema affrontato sempre meno in una Italia divisa tra ricchezza e povertà, dove la differenza sociale è percepibile in strada, un Paese non più solidale, dove chiunque è interessato solo a se stesso”.

“Cronaca di una passione” è una tragica testimonianza della situazione attuale.  La vicenda non si ferma a Giovanni e Anna: chiunque può immedesimarsi nei due protagonisti, anche grazie agli ambigui riferimenti geografici.

Il film ha avuto molti apprezzamenti all’estero: ha vinto i premi come miglior film, miglior regista e miglior attrice protagonista (Valeria Ciangottini) al “Festival del Cinema” di Teheran (Iran); mentre all’ “Eurasia International Film Festival” di Mosca (Russia), “Cronaca di una passione” è stato premiato come miglior film e Viviani come miglior attore protagonista.

“Il lungometraggio è stato prodotto con 70mila euro – racconta il regista – denaro raccolto tra i componenti della troupe”. La fotografia, inquadrature molto semplici, non stupisce per la tecnica scelta. Nonostante il budget limitato, però, affiora il sentimento che è stato dedicato alla realizzazione dell’opera, intensa e molto ricercata nell’interpretazione degli attori protagonisti. “Cronaca di una passione” racconta una storia vera, la vita e la sofferenza al tempo della crisi, una realtà che attraversa ancora il Paese. Di cui è necessario parlare. Eppure, questo lungometraggio non ha ricevuto distribuzione in Italia, dove prevale una narrazione che cerca continuamente di evitare temi drammatici. Di evitare la realtà.

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Speciale Cinevasioni: Easy, un viaggio facile facile… alla riscoperta di se’

di Aurelio Fattorusso
della redazione di studenti CITEM per Cinevasioni Film Festival 2017

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La metafora del viaggio come percorso personale alla riscoperta della propria interiorità, del proprio sé. L’idea drammatica sulla quale sono stati basati tanti racconti. Un’idea che tuttavia non ha esaurito le proprie possibilità espressive e offre ancora opportunità sperimentali riguardo la propria poetica e narratività. Lo dimostra Andrea Magnani che, dopo una lunga carriera come sceneggiatore nella fiction televisiva italiana, decide di mettersi alla prova con il lungometraggio “Easy, un viaggio facile facile”, la sua opera prima.

“Easy” rappresenta  l’esordio alla regia di Magnani, ma anche una novità nel panorama cinematografico italiano. La pellicola risente notevolmente dell’influsso di altre realtà artistiche, in particolare scandinava ed inglese. Magnani realizza un film desolato e desolante, che dipinge sulla pellicola la vastità di luoghi lontani, in cui prende vita la narrazione. Sono luoghi, quelli che vanno dall’Italia all’Ucraina, segnati da un isolamento spaziale e temporale in cui si avverte una sorta di intorpidimento e una sensazione acromatica. Lo stesso intorpidimento emotivo di Isidoro, detto Easy, un 40enne che vive in casa con una madre morbosa e oppressiva, che sembra considerarlo un bambino mai cresciuto. Easy soffre di una forma di depressione, dovuta alla sua incapacità di reagire alla vita. Magnani mette in scena la depressione di Easy in maniera tragicomica, preferendo trattare l’argomento con vena ironica e leggerezza. Parafrasando le parole del regista, il film racconta di noi, di tutti. Chiunque potrebbe vivere momenti in cui si sente perso, abbandonato. Ed è allora che si sente il bisogno di ritrovare sé stessi, di ritrovare il bandolo della matassa. Magnani vuole trasmettere un messaggio di fiducia, di conforto. Lo fa attraverso un racconto dai tratti comici, inducendo maggior empatia nello spettatore, che si scopre emozionato alla visione di questo spettacolo. Magnani, provenendo dal mondo della fiction ed esasperato dall’eccessivo dialogismo che caratterizza questo filone narrativo, preferisce attribuire maggior validità espressiva alle immagini. Il regista dimostra una certa padronanza della macchina da presa, creando inquadrature capaci di auto-sorreggersi, riuscendo da sole ad esprimere gli intenti dell’autore e l’emotività di Isidoro. Complice l’interpretazione di Nicola Nocella, che mette in risalto tutta la sofferenza, la solitudine, il disagio e il silenzio.
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“Easy” è un’opera taciuta, quasi priva di dialoghi. E sono ancora di meno quelli in cui si realizza comunicabilità. Ma il film è anche l’incomunicabilità della depressione che Magnani vuole esprimere, fatta di incomprensioni tanto linguistiche quanto emotive. Isidoro è solo, in terra straniera, nel tentativo di portare a termine il compito assegnatogli dal fratello. In viaggio dall’Italia all’Ucraina, si verificano innumerevoli situazioni ridicole ai limiti dell’assurdo. Sono soprattutto gli eventi, dei quali Easy è vittima, a suscitare ilarità e risa.

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Un viaggio come metafora della riscoperta del sé, messaggio che ciò nonostante sembra non emergere con sufficiente forza e chiarezza. Manca una svolta radicale e completa, manca la rivalsa personale di Easy, ancora prigioniero della sua condizione. In quest’ottica, il viaggio potrebbe non essere interpretato come percorso interiore di salvazione personale, bensì come autoriflessione sulla propria esistenza. Il viaggio permette ad Easy di riflettere su sé stesso e sulle cause della sua depressione. Giunge ad ammettere, a gridare, il suo ostacolo, il suo disagio. Allora il viaggio non giunge al termine con la destinazione finale, ma inizia. Un viaggio che pone le premesse per un ulteriore viaggio,  verso la rinascita.

Speciale Cinevasioni: Shalom! La musica che salva

di Sofia Gerosa
della redazione di studenti CITEM per Cinevasioni Film Festival 2017

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If you fell it’s raining all in your life
And day by day, there’s nothin’
Hold on just a little while longer,
Hold on just a little while longer,
Hold on
Everything will be alright.

‘Shalom!’ è una musica, una melodia a tratti nostalgica a tratti energica che si insinua tra le sbarre della Casa Circondariale “Dozza” di Bologna. Scavalca i muri grigi del carcere, attraversa i corridoi asettici, le grate, i cancelli e penetra fin nelle ossa. Ad accoglierla ci siamo noi, studenti, giornalisti, pubblico esterno alla realtà del carcere, e loro, i detenuti, raccolti tutti insieme in un’unica stanza trasformata in sala cinematografica.
Si apre così il festival di Cinevasioni 2017, con il film fuori concorso di Enza Negroni, “Shalom! La musica che viene da dentro”. E da questa musica siamo inghiottiti attraverso le storie dei suoi protagonisti che si raccontano, si aprono senza imbarazzo all’occhio della videocamera.
“Un film che parla di umanità e di mescolanze”, dice il giornalista e critico cinematografico Piero Di Domenico, un viaggio per lo più mentale verso un posto altro, lontano che si fa realtà nel momento in cui i detenuti vengono invitati ad esibirsi al Senato e in Vaticano. Una vicenda corale che tuttavia non dimentica l’individualità del singolo, nei primissimi piani che si alternano ai campi lunghi del gruppo in prova con il maestro Michele Napolitano.

Mentre assisto alla proiezione mi arrivano i commenti e le risate di alcune detenute sedute accanto a me, e mi ricordo del luogo in cui sono, una sala cinematografica dentro un carcere. Un luogo di transito, di scambio tra il dentro e il fuori, la commistione di due mondi che seguono ritmi diversi e che per poche ore si incontrano per condividere ed assaporare un desiderio comune di libertà.
Mi è rimasta molto impressa la frase di un detenuto: “Esiste una vita diversa. Questo è un momento di passaggio in cui puoi lavorare per prepararti. La musica ti aiuta a ritrovare te stesso, a sentirti utile, a provocare emozioni in chi ti ascolta. Quando canto mi sembra di evadere fuori da queste sbarre verso un posto lontano”.

‘Shalom!’ è un viaggio, un inno alla speranza che non si spegne neppure quando le luci si
accendono sul freddo intonaco della Casa Circondariale.

Speciale Cinevasioni: Varichina, la lotta per la libertà di essere se stessi

di Silvia Pelati
della redazione di studenti CITEM per Cinevasioni Film Festival 2017

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“L’unica macchia di colore nella Bari grigia degli anni ‘70”, questo era Varichina, al secolo Lorenzo De Santis, secondo chi l’ha conosciuto o semplicemente visto passeggiare per le strade della città, le anche ondeggianti, una borsetta immaginaria appesa alla spalla. Il compito di renderlo noto al grande pubblico, invece, è toccato ai due registi Mariangela Barbanente e Antonio Palumbo che, partendo da un articolo pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno, nel 2016 hanno realizzato il film documentario Varichina – La vera storia della finta vita di Lorenzo De Santis. Un uomo pittoresco, Lorenzo, il cui soprannome deriva dal fatto che da ragazzino era solito girare per il suo quartiere e consegnare i detersivi che la madre vendeva.

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“Ha combattuto sempre in prima linea e la guerra deforma gli animi”, dice di lui Mariangela Barbanente, alludendo alla lotta solitaria di un uomo apparentemente nato per far divertire gli altri, un supereroe dalla corazza colorata, i boccoli e la passione per le tendine ricamate, che i cattivi li ha incontrati per davvero, proprio tutti, tra le strade della sua Bari.

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In quegli anni, in quella città cupa e bacchettona, Lorenzo era una “delle poche cose che succedevano”. Totò Onnis, che nel film interpreta in modo più che credibile il ruolo del protagonista, tutte queste cose le sa molto bene, perché Varichina l’ha conosciuto realmente. Ha sentito più volte chiamare Lorenzo “il ricchione” poiché nel vocabolario e nella visione limitata del suo paese non c’erano altre categorie nelle quali inserirlo e, in qualche modo, quell’uomo così diverso, si doveva pure inquadrare. Onnis conferma il presentimento che solo chi si ricorda Varichina allora può tentare d’interpretarlo, ricalcarne i gesti esagerati e cercare di coglierne il fragile mondo interiore, la sfida più difficile. Lorenzo pare essere più vivo, ancora vivo, nella voce di chi oggi parla di lui piuttosto che nella storia tangibile, che di lui non ha lasciato molte tracce (ecco che la scarsità del materiale d’archivio viene sostituita nel film dall’inserimento di sequenze di fiction). Solo quattro, infatti, le foto che lo raffigurano, che i registi sono riusciti a trovare: una  – quella del matrimonio di un’amica – in cui c’è senza esserci (il padre della sposa fece tagliare al fotografo l’immagine di Lorenzo, metafora di quello che accadeva quotidianamente a Varichina nella Bari a cavallo tra gli Anni ’70 e ’80), una troppo sfocata, un’altra che lo ritrae sorridente su una sedia a rotelle e quella affissa sulla lapide. A noi viene mostrato il suo vero volto solo in quest’ultima, in una delle scene finali, ma è come se non lo vedessimo. Nei nostri occhi c’è ancora l’immagine di una camicia con stampati dei piccoli ananas e delle pantofole di pelo rosa. Sulla nostra bocca, un sorriso.

 

Speciale Cinevasioni: la favola nera di Sicilian Ghost Story

 

di Emanuela Italia
della redazione di studenti CITEM per Cinevasioni Film Festival 2017

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La prima giornata della seconda edizione del Cinevasioni Film Festival si conclude con un nodo alla gola: Sicilian Ghost Story. La favola (nera) di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza lascia sgomenti quanto affascinati.

Nella Sicilia dei primi anni Novanta si consuma la sfortunata storia d’amore di Luna e Giuseppe, due adolescenti. Lei testarda e innamoratissima, come solo una ragazzina di 13 anni può essere; lui spavaldo, con la passione per il calcio, i videogiochi e i cavalli, come tanti suoi coetanei. Giuseppe, però, non è un ragazzino come tutti gli altri. Lo sa la madre di Luna … lo sa anche lei … lo sanno tutti. Suo padre Santino è diventato un collaboratore di giustizia, un pentito, “un infame”, dicono in paese.

Le scelte degli adulti irrompono violentemente nella relazione dei due ragazzini. Giuseppe scompare. Luna lo cerca, non pensa ad altro, e non si arrende quando i compagni di classe e i suoi genitori le intimano di lasciar perdere. Luna lo sa. Tutti lo sanno. Giuseppe è scomparso perché suo padre ha parlato.

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Sicilian Ghost Story racconta la vicenda di Giuseppe Di Matteo, figlio di Santino, uno dei primi mafiosi ad abbandonare il clan di Totò Riina. Rapito nel novembre del 1993, strangolato e disciolto nell’acido nel gennaio del 1996, Giuseppe è una delle più giovani vittime della mafia.

Questa vicenda di cronaca, simile a tante altre che hanno ferito l’Italia, viene però trasformata da Grassadonia e Piazza in una storia d’amore, una “favola nera”. Il registro realistico o documentaristico, solitamente utilizzato nel cinema italiano per raccontare le mafie, viene abbandonato dai due registi siciliani, che scelgono la fantasia, le inquadrature oniriche e la fotografia che rimanda a tempi e spazi lontani. Usano lo sguardo di una tredicenne innamorata e arrabbiata che non può sfamare il suo amore e non può opporsi ai più grandi, nonostante ci provi costantemente. C’è Luna che lotta per dar voce alla sua rabbia, Luna che vuole ritrovare il suo Giuseppe. C’è la madre della ragazza che si preoccupa per la figlia, che non le regala gentilezze, perché la vuole forte “in” e “per” quella terra. C’è il padre, che la vuole proteggere, ma non sa come. E c’è la mafia. Non parla tanto, ma c’è. Una presenza costante e negativa. C’è nel bosco nel quale i due ragazzi si rincorrono e si scambiano i baci; c’è per strada e negli sguardi della gente; c’è tra i banchi di scuola.

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Sconfinati boschi, profondi laghi, visioni oniriche e dialoghi delicati e rudi allo stesso tempo.
 Sicilian Ghost Story è in grado di far sognare e riflettere. I due registi non sono interessati a raccontare l’orrore con l’orrore, ma usano la favola e il sogno, perché è lì che Giuseppe e Luna possono incontrarsi, è lì che noi possiamo vedere la loro sofferenza e la loro determinazione, ed è nel sogno che Giuseppe può ritrovare la sua dignità di prigioniero e vivere ciò che nella realtà gli viene negato: la giovinezza.
Sicilian Ghost Story è un film che parla d’amore, di prigionia, di orgoglio, di omertà e di forza. Parla di una terra che ancora oggi ha i suoi fantasmi e i suoi dolori.
“Quando ci chiedono, perché abbiamo deciso di raccontare questa storia, e di raccontarla in questo modo – dicono i due registi – rispondiamo che è da parecchio che volevamo parlare di Giuseppe. Per troppo tempo è stato dimenticato; alla fine, l’unica cosa che possiamo rispondere è che il nostro è stato un atto d’amore”.

Suicide Squad: Caos Anarchico

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di Pier Francesco Cantelli

Suicide Squad, fresco vincitore dell’Oscar per il miglior Makeup, è il  terzo film  del “DC extended universe”  dopo Man of Steel e Batman v. Superman, due film che hanno diviso il pubblico. Una posizione non facile. Per uscirne sembrava volersi distaccare dai suoi predecessori,  ma è riuscito a farlo davvero?   Continua a leggere