Jackie Kennedy: il ritratto di una first lady

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di Giada Antonelli

Esce oggi nei cinema italiani Jackie, la tanto attesa pellicola del regista cileno Pablo Larraín, che ha come protagonista la first lady Jacqueline Kennedy (Natalie Portman) durante i giorni successivi all’attentato mortale a John Fitzgerald Kennedy.

Il biopic di Pablo Larraín presentato alla 73° Mostra del Cinema di Venezia su Jacqueline Kennedy convince tutti, sia i critici sia il pubblico presente in sala alle due proiezioni, tanto che con il senno di poi stupisce il basso riconoscimento ottenuto alle premiazioni. Infatti il film riesce ad ottenere solamente il premio alla miglior sceneggiatura, scritta da Noah Oppenheim. Oltre alle reali possibilità di vincita della statuetta più ambita della mostra, il Leone D’Oro, sembra surreale che non venga nemmeno premiata l’impeccabile interpretazione di Natalie Portman (candidata all’Oscar), che riesce ad arricchire di mille sfaccettature il personaggio e a trasmettere allo spettatore delle forti emozioni.

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Durante il film il regista cileno ci accompagna nei tre giorni immediatamente successivi alla morte di John Fitzgerald Kennedy mostrandoci una first lady distrutta dalla perdita, ma che dimostra un’incredibile forza nell’affrontare l’organizzazione dei funerali del presidente e tutte le conseguenze inevitabili dopo la nomina del successore. Il film ripercorre gli avvenimenti attraverso un’intervista che Jackie rilascia al giornalista Theodore H. White (Billy Crudup), la narrazione perciò è frammentaria come in un uragano di ricordi e lo spettatore viene travolto e coinvolto da queste rievocazioni, ma non si trova in difficoltà a seguire il filo degli eventi.

Per comprendere Jackie, le prime immagini mostrate nel film sono le riprese, fedelmente ricostruite da Larraín, della trasmissione in cui la first lady apre per la prima volta le porte della Casa Bianca, per giustificare la grande quantità di soldi spesi per la ristrutturazione. Jackie passa da una stanza all’altra mostrando i mobili appartenenti ad altri famosi presidenti, che ha fieramente acquistato. L’insistenza nel mostrare gli arredi, soprattutto quegli appartenenti ad Abraham Lincoln, dimostra la volontà di creare un legame con i più grandi personaggi americani all’insegna della tradizione nel tentativo di realizzare una continuità fra passato e presente. Lo stesso desiderio riemerge al momento dell’organizzazione dei funerali quando Jackie vuole a tutti i costi riprodurre le esequie destinate a Lincoln, nonostante l’opposizione di tutti coloro che la circondano per motivi di sicurezza.

Il film si basa sulla continua ricerca di un modo da parte della first lady per rendere la figura di JFK immortale. Mentre Bobby Kennedy (Peter Sarsgaard) si preoccupa del fatto che avrebbero potuto realizzare molto di più se non fosse avvenuta la tragedia, Jackie è già un passo avanti e comprende che è fondamentale che il ricordo viva, lasciando un segno indelebile nella storia americana. Durante le scene del funerale il regista cileno inserisce con incredibile bravura delle immagini d’archivio, che creano un montaggio naturale e per niente posticcio fra realtà e finzione.

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Il titolo del film rimanda al fatto che è la first lady la protagonista assoluta infatti compare in ogni scena, eccetto in quella della morte di Oswald, inoltre ogni momento, ogni attimo e ogni emozione ci vengono raccontate dal suo punto di vista, che conseguentemente diventa anche il nostro. Il ritratto, che ci viene fornito di Jackie, è quello di una donna in cui convivono due anime opposte: da un lato abbiamo l’incredibile forza dimostrata negli attimi successivi all’attentato, quando chiede di assistere addirittura all’autopsia, e la determinazione nel voler ottenere ciò che desidera riguardo ai funerali, dall’altro quando si spengono le luci dei riflettori e si ritrova sola a girovagare fra una stanza e l’altra della Casa Bianca o quando mette a nudo se stessa nella conversazione con il prete, troviamo di fronte a noi una donna ferita, in lutto, spaesata senza una figura importante come quella di JFK. Durante la conversazione con il prete ammette addirittura di aver pensato al suicidio, ma l’importanza di preservare l’immagine pubblica la porta a nascondere ogni sua debolezza.

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Il film si chiude con la canzone Camelot e il ballo di Jackie e JKF, la melodia rimanda ad un mondo fatto di ideali, dove la cosa più importante è la gloria, motivo ricorrente di tutto il film. Gloria che JFK è riuscito ad ottenere, anche grazie all’intraprendenza di Jacqueline Kennedy.

La pellicola ci presenta un nuovo punto di vista e una nuova immagine della first lady Jacqueline Kennedy, tanto osannata per il suo stile e la sua eleganza ma poche volte ricordata per il suo coraggio e la sua incredibile forza. Il fatto che il regista, di un film su questa figura così importante della storia americana, non sia un regista statunitense bensì di origini cilene, stupisce ma proprio la mancanza di origini americane permette a Larraín di raccontare la verità dietro alla facciata di copertina. Lui ci offre una visione totale di Jackie, della sua forza e della sua debolezza, del suo coraggio e della sua paura, della sua sicurezza e della sua insicurezza, niente viene celato e nascosto agli occhi dello spettatore. Jackie viene presentata come una first lady, ma anche come una madre e come una donna con tutte le difficoltà che ciò comporta.

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