Arrival; un babelico affresco dell’atto semiotico

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di Pasquale Severino

Sarebbe poco onesto far strame di un film come Arrival , esattamente quanto lo sarebbe urlare al capolavoro; rimarrebbe tuttavia una miopia analitica non sottolineare l’efficacia con cui l’ultima fatica dell’istrionico Denis Villeneuve (Sicario, Prisoners) riesce a tratteggiare il cruciale tentativo di costruire un atto di comunicazione intraspecie, la disperata necessità di uscire da quello che per de Saussure è il linguaggio privato, dipanando pazientemente il bandolo del significante, per arrivare al significato.

 A farsi punto di forza della pellicola è dunque la volontà di capirsi, è la Langue, quella che accomuna e diversifica, che crea divari, costruisce ponti, che struttura nel profondo il pensiero e cambia il modo di esperire la realtà, “la prima arma che si sfodera in un conflitto”.

 È in questo senso interessante l’operazione di Villeneuve, seppur per certi versi inevitabilmente non priva di precedenti nella storia del cinema; tuttavia gli Eptapodi di Arrival non parlano tramite sequenze di colori e i tasti del piano di John Williams, come in Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, o attraverso i cadaveri come in Independence Day, non prendono le sembianze dei nostri cari defunti come in Contact, e di certo non dispongono di Pesci di Babele come in Guida Galattica per Autostoppisti. Come uscirne dunque?

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 In primis dando il ruolo da protagonista ad una Amy Adams con addosso ancora quell’ aria insonne e introversa di Nocturnal Animals, per poi farle interpretare una linguista insoddisfatta, Louise Banks, incaricata improvvisamente dal governo di stabilire una comunicazione con i suddetti esseri, dopo essersi recata con una squadra di esperti dentro ad una delle 12 aeronavi atterrate, un colossale monolito nero. Proprio quest’ultimo pare inaugurale citazione Kubrickiana, il mastodontico ingresso al tempio dell’alterità, in fondo alla cui navata si intravede una teca fumosa, contenente la sua creatura più archetipica. L’alieno.

Da qui in poi il film si presenta qualitativamente oscillante (purtroppo più spesso verso il basso che non viceversa), alternando quadri riusciti e spunti interessanti, a soluzioni frettolose, abbozzate, di stampo fin troppo blockbuster. Si fanno ricorrenti i momenti di aritmia nella tensione drammatica, complice una scrittura tutt’altro che priva di pecche, mentre buona parte dell’impianto è sostenuto stoicamente da Amy Adams, su cui tutto il carico della vicenda sembra convergere (merito della piattezza nella caratterizzazione dei comprimari, Jeremy Renner su tutti), mettendola, nonostante una performance magistrale, a rischio frequente di overacting.

Il difetto principale di Arrival, deriva a mio avviso proprio dal suo  più evidente pregio; l’antropocentrismo (individuale, circoscritto seppur pretenziosamente specista) estremo di cui la pellicola si fregia infatti, porta a focalizzare la quasi totalità dell’attenzione sull’epopea xenolinguistica di Louise, sulle sue ripercussioni etiche (la lingua come formazione d’identità, modo di porsi e biglietto da visita della nostra specie), banalizzando nel frattempo, la pregnanza ad esempio della crisi internazionale, rendendo approssimativa e poco efficace una sequenza come quella dell’ attentato dinamitardo, minando irrimediabilmente la solidità di tutto ciò che fa da contorno alla protagonista e al suo viaggio all’interno delle implicazioni più deliranti dell’Ipotesi di Sapir-Whorf, dei criptici ideogrammi alieni, dipinti astratti con cui entrare in contatto nel profondo, per poi scoprirsi inesorabilmente cambiati, nel modo di pensare, di percepire.

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È la relatività linguistica dunque, ad aprire a Louise le porte di una percezione nuova, che a mio avviso ricorda quella del Dr. Manhattan di Watchmen più che il confusionario tesseratto del finale di Interstellar, essendo così svincolata sì dal tempo convenzionale e dalla sua linearità, relazionati però all’esperienza personale, come detto sopra, al singolo. Il graduale immergersi di Louise nel lessico alieno ci è ben mostrato dalla regia di Villeneuve, che pone l’accento sul progressivo venire meno delle barriere (le tute hazmath prima, il muro poi) fisiche, burocratiche, concettuali, poste fra la protagonista e l’altro mondo, fino ad un contatto “infettivo”, biologico, in grado di trascendere il ruolo convenzionale, fatto quasi esclusivamente di pura evanescenza, che l’extraterrestre ha da sempre avuto nella cinematografia, per parlare ad una tradizione più recente, dove l’alieno respira, sanguina e muore (quasi) esattamente come noi ( si pensi all’epilogo di The War of the Worlds), e prima di ciò ci fa dono di qualcosa attraverso il suo sacrificio (Edge of Tomorrow), qualcosa attraverso cui la razza umana si scopre mutata e pronta a fronteggiare l’extra-ordinario, mentre il mito di Prometeo si consuma ancora una volta.

 C’è la volontà biopolitica della semiosi in Arrival, la sua radice sociale, religiosa in senso etimologico, la voglia di farsi ponte fra esseri e culture, proprio nell’epoca del ritorno in auge della frontiera, del confine; tutto questo in una pellicola interessante ma discontinua, che fatica a rendere omogenea la fascinazione esercitata dalle singole parti dell’insieme, a creare spunti proficui che esulino dalla sua interprete principale, Prometeo e Cassandra al contempo, profetessa poliglotta, custode di fatto del futuro non di una, ma di due specie, inserita suo malgrado in un  puzzle movie collaterale dalla conclusione piuttosto prevedibile, dove è infine la menzogna, quella che per Eco è il più cristallino degli atti semiotici, a rappresentare la risoluzione finale.

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