La La Land (o L’irresistibile virtù dell’imperfezione)

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di Pasquale Severino

Fruscio di frequenze radio, stralci di melodie e ritmi differenti, una lunga carrellata serpeggia fra un ingorgo di veicoli in coda, fino ad un abitacolo, in cui una ragazza comincia a cantare, mentre il Cinemascope ci srotola dinnanzi la California Highway Patrol, proprio lì, all’imbocco della Città degli Angeli, alcova della fabbrica dei sogni per eccellenza;  via via le fanno eco sempre più voci, un coro di storie dalla radice comune, una comune aspirazione, le luci della ribalta, i neon, la celebrità.

Climb these hills
I’m reaching for the heights
And chasing all the lights that shine
And when they let you down
You’ll get up off the ground
‘Cause morning rolls around
And it’s another day of sun

 Il risultato è un intro dinamitardo, già iconico: Another Day Of Sun (meravigliosamente parodizzato nel video d’apertura degli ultimi Golden Globes). Poi, repentinamente, il traffico di L.A. torna un inferno di clacson e tubi di scappamento, e dopo averci già detto così tanto su di sé, sul suo reale spirito, La La Land può finalmente avere inizio.

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Perché fondamentalmente l’ultima pluripremiata fatica di Damien Chazelle (Whiplash) è questo, un passo a due fra attuale e virtuale, fra le epoche, fra i canoni di un genere e la loro inevitabile ricontestualizzazione. Ci lascia tutto il tempo di innamorarci dei suoi esecutori, mentre plasmata dalla condivisione di un sogno, dall’esplosione di un sentimento archetipico, incontenibile (non basta la sala del Rialto a farlo brillare, serve il Griffith Observatory, un intero firmamento), la realtà circostante si piega al loro volere, pur non dissolvendosi, rimanendo invece presenza aliena ai margini del quadro, pronta a spezzare l’incantesimo, mentre Mia e Seb si rifugiano nei fasti di un’arte idilliaca e cristallizzata, pura, traversando gli eoni del tempo a passo di jive e tap dance, imperfetti ma dannatamente umani, vivi, oscillando fra i luoghi cardine della Los Angeles che fu e  la gretta contemporaneità di una città che “venera tutto e non dà valore a niente”, i sacrifici che comporta il provare ad esplodervi artisticamente.

 La Città degli Angeli è presenza emblematica nella pellicola: fuori dallo Smokehouse Restaurant (nel film il “Lipton’s”), attraverso il murale You Are the Star, i grandi divi del passato assistono con noi alla vicenda, il duetto A Lovely Night è girato invece su Mt. Hollywood Drive, precisamente nel Cathy’s Corner, da cui sovrastare L.A., ed è il roseo tramonto sul molo di Hermosa’s Beach ad ispirare il malinconico fischiettio di Seb (Ryan Gosling), incipit di uno dei brani di punta del film.

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Chazelle usa i suoi protagonisti come lenti attraverso cui filtrare la realtà, una realtà per due soltanto, dove la performance, oltre che prova registica ed elegante citazionismo, atto a dimostrare una profonda conoscenza della grammatica di genere, in particolare del prediletto Jacques Demy (molteplici i rimandi a West Side Story, Singing in the Rain, Boogie Nights, Shall We Dance, The Band Wagon, Moulin Rouge e ovviamente Les Parapluies de Cherbourg e Les Demoiselles de Rochefort), diviene anche e soprattutto soggettiva libera indiretta, mezzo per veicolare le più viscerali ragioni dei caratteri, per glorificare il sentimento palpitante che unisce due spiriti affini, magneticamente attratti. Mia (Emma Stone) si sente viva solo quando la sua vita si fa Arte, splende e conquista durante il casting finale, in cui finalmente lasciata libera di esprimersi, canta della Parigi innevata nei suoi ricordi, ed è al piano che vediamo il vero Seb, è riversandosi nello strumento che comunica, solamente nella performance mostra alla sua amata i nervi scoperti, ogni paura, il timore di fallire, di soccombere alla City of Stars, e lei lo rassicura, perché ora sono insieme, e credendo l’uno nell’altra tutto sembra più facile da raggiungere.

City of stars
Are you shining just for me?
City of stars
There’s so much that I can’t see
Who knows?
I felt it from the first embrace I shared with you
That now our dreams
They’ve finally come true

È un film stratificato La La Land; genuinamente umano e al contempo metacinematografico; intavola (soprattutto mediante la carriera di Seb) un’efficace riflessione sulle arti, da sempre dibattute fra la tradizione canonica, la sacralità dei dogmi, l’irripetibilità del grande passato e l’evoluzione, il restare al passo coi tempi, quel reinventarsi necessario per non cadere nel dimenticatoio, la commerciabilità. Ma al pianista dannato, fan di Thelonious Monk e Chet Baker, la tournée con Keith (John Legend) serve, se vuole avere i mezzi per riportare il Lighthouse Cafè all’antico splendore, gli serve per realizzare il suo sogno.

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È questa la marcia in più di La La Land, oltre che la tecnica impeccabile e roboante di Chazelle, la pittoricità anacronistica dei costumi di Mary Zophres o le musiche di Justin Hurwiz, a colpire davvero sono i bruschi risvegli, il ritorno alle impellenze della vita, ad una concretezza che cozza con le sequenze oniriche e più canonicamente da musical, potenziate enormemente proprio da questo movimento, in grado di renderle ancora più efficaci, boccate d’aria fresca nella frenesia dello Shobiz, la resa materiale dell’essere La La Land in senso semantico. La strada per il successo che biforcandosi separa i protagonisti rappresenta proprio questo, la realtà, la concretezza, che dai margini del quadro torna centrale col passare delle stagioni, per fare la voce grossa coi protagonisti, allontanandoli l’uno dall’altra, mettendoli di fronte ad una serie di scelte diametralmente opposte al leitmotif di un genere che è quasi sempre patria del lieto fine, dell’incontrastato tripudio amoroso.

L’amore di Mia e Seb, appare in questo senso molto più realista, contemporaneo, è un sentimento che fa i conti con un mondo che corre a perdifiato, con l’individualismo, col soddisfacimento delle aspettative personali, prioritarie. Come il film ci ha più volte sussurrato, mentre eravamo troppo intenti a guardare i due amanti danzare nel firmamento, “Quali colombe dal disio chiamate”, mestamente scopriamo che non è Seb il protagonista di La La Land, non è Mia, non è la loro incantevole storia d’amore, sono i sogni e i sogni soltanto, e tutto ciò che perseguirli e realizzarli comporta, fosse anche rinunciare ad una vita insieme.

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Nel meraviglioso what if finale evocato dalle struggenti note del piano di Seb (altro esempio di come la musica sia il suo unico reale veicolo comunicativo), è tutto perfetto, ma il personaggio di Gosling non ha mai aperto il suo club, l’idillio amoroso è qui subordinato ad un qualcosa di più urgente, la colonna portante della pellicola, l’estasi che solo le luci della ribalta o l’elevazione della propria arte possono regalare, e l’accezione “lieto fine” cambia dunque portata e motivazioni; alla fine i protagonisti sono appagati, potremmo azzardarci a dire felici, ma non insieme. Dopo un tentennamento iniziale, bastano un mezzo sorriso ed un cenno del capo di Seb, e Mia torna alla sua vita, alla tanto agognata carriera, consapevole di aver fatto parte di qualcosa di indimenticabile, lontano dalla perfezione della camminata sotto la pioggia di Gene Kelly, o dell’inarrivabile tap dance di Fred Astaire e Ginger Rogers, ma più vicino al cuore di chi osserva. Più vicino a noi sognatori.

Here’s to the ones
who dream
Foolish, as they may seem
Here’s to the hearts
that ache
Here’s to the mess
we make

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