Qui Sanremo: forse che sì, forse che no, e ci risiamo anche quest’anno

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di Emiliano Rossi

Caro Sanremo ti scrivo,

ti scrivo per spiegarti alcune cose. Tu lì, sulla riviera, che magari ti vuoi godere il tuo dolce naufragar, e noi qui, dilaniati dal solito amletico dilemma. Guardare o non guardare il festival? Perché quella del telespettatore sanremese è una distesa di categorie diversissime tra loro, ma tutte meravigliosamente italiane. E allora ti propongo qualche identikit che ti aiuti ad orientarti (e perdonami se ti do del tu).

Quelli che “non lo guardo perché è l’incarnazione del patto del Nazareno in salsa televisiva”

Rieccoli puntuali: sono quelli che anche quest’anno non sapranno rinunciare ad un po’ di dietrologia. Nei loro fitti cahiers de doléances, l’accusa è che tutto questo rimescolamento dei cavalli di razza RAI e Mediaset sia prova tangibile degli inciuci della politica. C’è chi li chiama Fuoriclasse, I migliori del mercato, I numeri primi, eppure la tentazione di conferirgli epiteti come l’Abbronzato e la Severa, Re Carlo III e Queen Mary, Conti, riconti e Santa Maria è più forte di tutto. Lei è la generalessa, la Sanguinaria, la Zarina, Nostra signora della tv, rea di dar vita ad un Festival a reti unificate, alla Kermesse di Raiset che nient’altro sarebbe se non la prova del partito della Nazione, da Manuale Cencelli versione 2017. Roba che neanche la Grosse Koalition… State sereni, perché dentro ci saranno anche Discovery (con Crozza), Sky (con la Leotta che perché l’hanno chiamata?) e Disney (Comello). Manca qualcuno? Ah sì, Vivendi con Bolloré, co-proprietario del main sponsor e con una bella fetta di Mediaset nel proprio portafogli. Più che “governo con appoggio esterno”, “pax televisiva”, “Canale nazionale” pare il tripudio della logica win-win. Attenzione invece alle (prevedibili) amorevoli schermaglie tra i due conduttori, fanno parte del copione, con effetto presepe in agguato. E Maria, comunque si muoverà, dovrà concentrarsi bene: e non va bene perché “ha fatto un passo indietro”, e non va bene quando “scende in campo”, e non va bene se “fa un passo di lato”. Sarà per questo che eviterà le scale?

Quelli che “lo guardo per capire le tendenze primavera-estate 2017”

Sanremo è tutto strasse, paillettes e piume di struzzo, con tanto di polemiche già scritte e un florilegio di classifiche sul più alto tasso glamour di ogni millisecondo di diretta. Proprio sicuri e sicure che sarete in grado di reggere quelle mise aspettando la metropolitana in una delle prossime (oggiose) mattine di febbraio?

Quelli che “non lo guardo finchè le band indie italiane non avranno una degna rappresentanza” (variazioni sul tema: “quella roba lì nun se po’ senti’” e l’ancor meno fine “meglio un rutto!”)

Il Festival continuerebbe imperterrito a vendere fumo e mancherebbe la vera musica italiana, quella con la M maiuscola. In tutti i luoghi e in tutti i laghi, assieme al piccione di Povia e all’Italia amore mio di Emanuele Filiberto non vanno proprio in quella direzione. A ben guardare qualche alternativo (la quota “palati fini”) finisce sempre con l’esserci (leggasi Samuel dei Subsonica quest’anno). Ma la verità è che gli indipendenti a Sanremo non ci vogliono andare.

Quelli che “lo guardo perché traina il mercato musicale nostrano”

Ferventi protezionisti, autarchici moderni, preferiscono il du du du, da da da che gli improperi del rap di nicchia. E si accontentano di guardare il mondo da un oblò. Che poi sia tutto un proliferare di psicologismi tagliati con l’accetta, manierismi musicali che neanche Justin Bieber, rime sole-cuore-amore, metafore meteo e archi impazziti, poco importa. Lo sanno anche i sassi che a Sanremo la musica è il contorno. Meglio allora un po’ di acqua e sapone con tanto di effetto batticuore: il polpettone riscaldato piace sempre.

Quelli che “lasciate ogni speranza voi che vi sintonizzate” (ma anche “si scrive Sanremo, si legge rovina”, “Sanremo proprio no, meglio un buon libro”).

Sanremo sarebbe l’origine di tutti i mali che ci affliggono e l’adesione di massa al modello defilippiano costituirebbe pericolo da allarme rosso. Che svilimento, che imbarbarimento! Sono gli “erameglioquandosistavapeggio”, i malpancisti a tutti i costi, quelli che vedono un complotto anche in un vaso di ciclamini sul balcone. In gran spolvero, da buoni intellettuali engagé quali vorrebbero essere, citeranno Nietzsche e l’oppio dei popoli, Popper e la cattiva maestra, si inventeranno che loro la tv ce l’hanno, ma la tengono sempre spenta (perché ormai dire che non ce l’hai non ha più lo stesso effetto di una volta), e se continuiamo così, chissà dove andiamo a finire. Il tutto condito da intercalari come “Povera Italia!” “McLuhan l’aveva predetto!”, “Che punto abbiamo toccato”, “Più sotto di così”, eccetera eccetera.

Tranquilli, nessuno si farà male (almeno si spera).

Quelli che “lo guardo, ora però sshhh che canta il mio Ale”

Tipicamente, l’adolescente infoiato del fenomeno del momento, prodotto della cultura televisiva alla Amici e fiero componente delle truppe da Maria istruite. Avrà pane per i suoi denti con la Lodo (Lodovica Comello, direttamente da Violetta), Ale (Alessio Bernabei, faceva parte di una boy-band ma poi si è reso conto che da solista pare più sexy) e Michelino nostro (Michele Bravi, più youtuber che cantante). “Finalmente i ggggiovani!”, si divertirà ad esclamare quando il suo beniamino/a calcherà la scena, per poi andarci giù pesante contro il trentenne uscito da qualche edizione fa di X Factor (lui non se lo può ricordare, andava ancora a letto dopo cena e quello era un programma per grandi). Tutto nervoso, spiaggiato sul divano, ingannerà il tempo esplodendo confezioni di KinderBrioss e affidando la sua impazienza ai social, a suon di “Uscite SUBITO Tizio Caio” e/o “ANCORA MI FATE ASPETTARE? Così me fate muri’!”, convinto che l’abuso del maiuscolo richiami all’ordine chi di dovere.

Quelli che “se non è ‘o famo strano, non lo guardo”

E quindi anche quest’anno terranno spento.

Quelli che “guardarlo? Vorrei ma non posso” (o, ahinoi, il suo attualissimo epigono, di chiara ispirazione politica, “l’ho guardato a mia insaputa”).

Spesso finiscono per goderne di nascosto dal marito o dalla moglie e, finisce sempre così, quando vengono beccati si devono sorbire il solito “Ti credevo un’altra persona…”

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Quelli che “lo guardo perché anch’io canto Sanremo” e si sentono subito parte dello spot (per convincere gli amici, si fanno un video in cui cantano una hit del ’93 mentre girano il sugo e il giorno dopo lo fanno vedere a tutto l’ufficio).

Quelli che “non lo guardo, non sopporto la sua autoreferenzialità”

Effettivamente la RAI in questi giorni è ufficio stampa di sé stessa, H24. Sanremo è tutto un’auto-promozione, un lancio, un’anteprima, un collegamento, che finisce col saturare qualsiasi porzione del palinsesto (tg in primis). Quest’anno più che mai, è meta-televisione allo stato puro, fiera del narcisismo fine a sé stesso. Ma se deve essere una festa, che festa della televisione sia. D’altro canto, è da decenni che chiunque sfrutta il festival per farsi vedere: se lo scorso anno sbarcò in riviera Raffaele Sollecito, nel 2014 fu la volta di Grillo e prima ancora di Bersani con Scajola. E gli esempi si sprecano: tanto vale, allora, che sia anzitutto la stessa RAI a farsi pubblicità, con tutto quel che investe…

Quelli che “ne parlano tutti, non possono non guardarlo” con le varianti “sì, però quanto è volgare!” e “altrimenti domani sono un reietto”

Vittime del “purché se ne parli” di wildiana memoria, si riparano dietro a un certo qualunquismo in salsa vagamente snob per spararsi quattro ore di diretta ogni sera. È evidente che nella possibilità di criticarlo intravedono una forma di auto-compiacimento: è uno dei tanti modi per sentirsi superiori e forti del potere della stroncatura, da mettere in scena presidiando le macchinette nel primo caffè del giorno successivo. Che poi, spesso, proprio quelli che danno del volgare/falso/ipocrita a destra e a manca, lo sono più di chiunque altro.

Quelli che “non lo guardo, bistratta l’immagine della donna in tv”

A ben guardare, nelle scorse edizioni, Sanremo ha raramente sfrondato la femminilità dai suoi più beceri clichè. Banalizzata, eroticizzata, zittita, la donna ha ricoperto un ruolo quasi sempre d’immagine, essenzialmente ancillare. Ma le cose stanno lentamente cambiando: per la prima volta, quest’anno niente vallette. Sono valsi a qualcosa i cri du coeur delle femministe?

Quelli che “lo guardo, ci sono così tante belle ragazze (e momenti ops…)”

C’è chi grida allo scandalo quando la Parietti tutta scosciata viene inquadrata in prima fila e chi invece non ne vede l’ora. Che sia una pornografia (emotiva?), una sessualità alla Las Vegas tutta plastica e glicerina o semplicemente un feticismo per tacchi da frattura multipla, appena una ragazza sta per scendere le tanto famigerate scale, invocarne la caduta è per alcuni una prassi: chissamai che si possa vedere qualcosa. Sono gli stessi che chiamano “Boldrina” la Presidente della Camera?

Quelli che “lo guardo perché mi rassicura”

Perché li fa sentire meno soli: è la forza della televisione.

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Quelli che “premetto che sono pieno/a di amici gay, ma non lo guardo perché quest’anno è il festival dell’utero in affitto!”

Pensano che come i panda andrebbero ghettizzati, rimpiangono la Rai1 della DC: spiace deluderli ma, come ogni festival che si rispetti, anche quest’anno la quota LGBT sarà ben rappresentata sul palco e dietro le quinte. E si farà tutto fuorché parlare di utero in affitto, proprio come l’anno scorso (quando tutti quei nastrini arcobaleno fecero storcere il naso ai soliti conservatori). Ancor prima, Fazio aveva persino osato dare voce ad una coppia omo, con tanto di “appello di S. Valentino” a cura della Littizzetto, ma la legge sulle unioni non era neanche nell’aria. Signori, la realtà è questa, punto e basta. E scommetto che tra i vari tweet comparirà anche il “non sono razzista, ma con tutti i cantanti che abbiamo perché far lavorare ‘sti neri?”. No comment.

Quelli che “lo guardo perché Virginia Raffaele è troppo brava”

Come dargli torto? Pare che quest’anno sia tutto pronto per un’imitazione della Raggi (in alternativa a Melania). Chissà se e come si difenderà Grillo, proprio lui che su quel palco ci è salito tante volte (sotto contratto, ovvio).

Quelli che “è un insulto a chi non arriva a fine mese, va boicottato”

Si riscoprono improvvisamente seguaci di Brunetta, esultano dell’endorsement di Salvini e non esitano a tirare in ballo i terremotati. Qualcuno gli dica che il Festival costa sempre meno, che quest’anno i ricavi superano i 7 milioni e che dal canone Sanremo non attinge manco un centesimo. Informazione di servizio: la De Filippi lavorerà a titolo gratuito (e s’è pure pagata di tasca sua gli abiti). Non è una martire, non sia mai, sempre di opportunità si tratta, ma è tutto molto lontano dai miliardi di Lire elargiti a pioggia fino a qualche edizione fa (e attenti a non criticarla perché altrimenti i suoi fan vi rispondono che “Maria non ha prezzo”). Intendiamoci, Sanremo costa tanto, tantissimo, ma è pienamente autosufficiente: vive grazie alla pubblicità e rimpingua le tasse dell’emittente pubblica. I cachet di Conti e degli ospiti? È semplicemente il mercato. Che c’azzecca il festival con il sisma? Niente, se non che tutte queste critiche (strumentali) hanno spinto Conti a dichiararsi filantropo; ci saranno anche appelli agli sms solidali per i terremotati, con il solito effetto minestrone. I buonisti possono festeggiare. Il menù continua con le polemiche sulla Tim, sponsor unico, che avrebbe speso milioni brandizzando addirittura l’hashtag ufficiale della kermesse su Twitter (ancora, business is business, a Sanremo come ovunque, e poco importa se è costato quanto il PIL di un piccolo Stato). Ma per chi non si accontenta, con la questione sicurezza avrà pane per i suoi denti. Ecco spuntare quelli che “sì ma quanto ci costa proteggere la Liguria dal rischio attentati?” Chitarre e mitragliette, si potrebbe dire. E subito pronti i titoloni dei giornali: inevitabili i riferimenti alle “imponenti misure di sicurezza” coordinate dalle “task force” antiterrorismo. E l’oculato risparmiatore continua a rodersi il fegato. Qualcuno direbbe “state bboni!”

Quelli che “toh chi si rivede?!? Allora lo guardo!”

Da copione, Sanremo è la sagra del riciclo e del riuso: a fare cucù ci sono tanti volti del passato caduti nel dimenticatoio. Dimostrazione concreta che con l’arte dell’eterno ritorno e con l’usato si va sempre sul sicuro. E giù coi commenti: dal classico “ma quanto è invecchiato” se si è tenuto le rughe, al diabolico “ma qui è irriconoscibile” o “sembra una barbie” se si è dato alla chirurgia.

Quelli che “era meglio il SuperBowl, lì almeno c’era Lady Gaga”

Sì, anche qualche spettatore in più. E poi che c’avete contro Orietta Berti e Rita Pavone?

Quelli che “lo guardo perché è e rimane una pagina di storia”

Ed è vero: Sanremo ha sempre saputo legarsi ai costumi del Paese, con i suoi stili di vita e i suoi consumi. Un libro recentemente pubblicato fa luce anche sul suo rapporto con la mafia, sulla sua importanza per il riassetto post-URSS, oltre alla solita pagina nera sulla morte di Tenco. Poi ci sarebbero da citare i tentati suicidi in diretta, con il dramma della disoccupazione, la cupezza sessantottina negli anni della riforma, i legami tra satira e politica tali da far tremare governi (e paralizzare Crozza sul palco qualche anno fa).

Quelli che “all’insostenibile leggerezza di Sanremo preferiamo l’anti-Sanremo”

Con palinsesti praticamente trasparenti, chi si addentrerà oltre il primo canale sarà davvero coraggioso. Anche perché la contro-programmazione non esiste: spiace deludervi, ma lo sanno tutti che lo fate solo per dire che sì, avete guardato la tv, ma no, Sanremo non fa per voi. Nemmeno l’ennesima replica di Pretty Woman su Canale 5…

Quelli che “lo guardo così studio come funziona l’odierno storytelling”

Sono i giovani studenti di comunicazione che si vergognano di dirlo alla mamma.

Quelli che “non lo guardo perché blocca il Paese”

Manco fossimo nella settimana di Ferragosto: punteranno il dito contro il delirio collettivo  che assalirebbe l’Italia in questi giorni, scomoderanno la categoria bachtiniana del carnevalesco, citeranno Giovenale e il suo panem et circenses, oltre a Maria Antonietta con le sue onnipresenti brioche. Ma, si sa, the show must go on e l’Italia non si ferma, servizi minimi essenziali garantiti come in caso di sciopero.

Quelli che “non c’è cosa peggiore della retorica sanremese se non la sua anti-retorica”

Spesso sono costretti a guardarlo: con 1341 accrediti, incluso un settimanale cinese, per i giornalisti sarà una settimana di fuoco. Fuori dalla loro torre d’avorio. Come scriveva Flaiano: “la televisione commerciale non ha abbassato il livello culturale degli italiani, ma quello degli intellettuali”.

Quelli che “mi tocca guardarlo perché ho scommesso 5€ che la Mannoia sarà sul podio!”

Attento, però, che a furia di votarla ti finisce il credito (e non recuperi niente di quanto hai puntato).

Quelli che “non lo guardo perché è troppo lungo, ed è roba da sfigass”

Che non sia il format più agile di sempre è un fatto, che gli “sfigati del sabato sera” lo guardino è un’opinione.

Quelli che “Mai ‘na gioia: lo guardo e mi diverto!”

Glicemia alle stelle, melassa come se non ci fosse un domani, estetica del videoclip a gogò, tripudio di buoni sentimenti: eppure ci si diverte. Sanremo è una festa, un evento che non ha rete, che appartiene a tutti, un gioco di massa molto feel good e pure laugh ‘n cry. Divertire da divertere: evasione, loisir, temporanea sospensione dell’incredulità (e dei problemi quotidiani). Un po’ di sano tele-cazzeggio.

Quelli che “Ah c’è Sanremo? Ma dove? Ma come? Ma quando?” (ma che, davvero?)

Quelli che “guardo Sanremo perché mi fa sentire parte di un insieme”

È la mia categoria preferita. Sanremo come una seduta psicanalisi di massa, una lunga gita all inclusive che non lascia indietro nessuno, come ha scritto qui Giovanna Cosenza. Intrattenere come tenere insieme. Tutti si identificano, riconoscono e rispecchiano in qualcosa (da qui i giochetti “Tutti cantano Sanremo”, “Stiamo uniti”, “Nato per unire”). Sanremo come rito, liturgia ingombrante e fin troppo solenne, eppure irrinunciabile. Un romanzo popolare irresistibile. Perché fa parte del patrimonio nazionale, come la 500, i Mondiali, la Maturità. Ahinoi, ci tocca, nel bene e nel male. Con buona pace delle vestali che ora si strappano le vesti e delle Cassandre 2.0.

Perché Sanremo è Sanremo. Caro Sanremo, mi raccomando, resisti anche quest’anno.

Con affetto,

Emiliano Rossi

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