Knight of Cups: un cavaliere in fuga dal mondo

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di Simone Labricciosa

 A più di un anno dalla presentazione al 65° Festival di Berlino esce nelle sale Knight of Cups, ultima fatica di Terrence Malick che rappresenta a tutti gli effetti una nuova ramificazione di quella che potremmo considerare una trilogia gnostica iniziata con The Tree of Life.

Knight of Cups è infatti direttamente collegato all’opera del 2011 e al successivo To the Wonder: tutte opere del nuovo, iperproduttivo, corso dell’autore americano, realizzate una dopo l’altra, pur con i consueti lunghi tempi di postproduzione (più di due anni in questo caso), ma che soprattutto condividono il medesimo impianto filosofico e teologico, ma anche audiovisivo, senza dimenticare i riferimenti autobiografici: dopo la perdita del fratello nel Texas degli anni ’50 e la storia d’amore “francese” (un riferimento al suo matrimonio con Michele Marie Morette), è la volta della storia di uno sceneggiatore di Hollywood in crisi.

 Si nota subito tuttavia come il plot, già funzionale nei film precedenti a riflessioni filosofiche, stavolta è totalmente integrato e inscindibile a un substrato mistico e teologico che non è più sotto-trama ma parte principale di un racconto il cui filo conduttore sarebbe altrimenti difficilmente individuabile.

Se la storia “visibile” è quella di Rick (Christian Bale), sceneggiatore in crisi, con (ancora) il trauma derivato dalla morte di un fratello e un rapporto problematico sia con il padre che con l’altro fratello, diviso tra le distrazioni di eccessi e sfarzi hollywoodiani e la ricerca di rapporti amorosi che tuttavia sembrano avere sempre vita breve, è di nuovo la voice-over che dà il via al vero racconto, citando  Il Pellegrinaggio del Cristiano, opera allegorica del 1678 di John Bunyan.

L’intero film non è infatti altro che una allegoria lunga due ore, una rielaborazione malickiana (perciò inevitabilmente frammentaria e sincretica) dell’Inno della Perla, testo gnostico del III secolo narrante la storia di un cavaliere inviato dal Padre in un viaggio dall’oriente verso l’Egitto al fine di recuperare la “perla”. Tuttavia, arrivato a destinazione, gli abitanti del luogo gli offrono da bere qualcosa da una coppa che gli fa dimenticare di essere figlio del “Re” e cade in un “sonno profondo”. Questa, oltre ad essere la prima sinossi del film ufficialmente diffusa, è la storia dell’uomo, caduto dalle sfere celesti nel mondo materiale e da esso “addormentato” tramite i piaceri carnali e materiali; la “perla” è la parte “divina” insita nell’umano che il cavaliere ha dimenticato e che deve ritrovare per trascendere la materia ed elevarsi da essa (per una lettura più approfondita sui  riferimenti dell’opera allo gnosticismo riferirsi all’analisi di Alessandro Baratti).

Rick è quindi il cavaliere che, dopo un’infanzia visualizzata idilliacamente attraverso formati digitali in definizione ridotta (così come i ricordi di To The Wonder), cade sulla terra, in una discesa dalle orbite terrestri reminiscente degli spazi cosmici di The Three of Life e del prossimo Voyage of Time, sprofondando (ripetutamente) in acque che, nella tradizione gnostica, sono simbolo della corruzione in cui è immerso il divino (la perla). L’Egitto è l’odierna Los Angeles (e ancora di più Las Vegas, nell’episodio dedicato), i cui party e piaceri carnali allietano il “sonno” del protagonista.

 “Il re, però, non aveva dimenticato suo figlio. Continuò a mandare lettere, messaggeri, guide”, che si presentano inizialmente sotto forma di un terremoto che scuote per la prima volta il protagonista, spaesandolo e dandogli il primo impulso a partire per un cammino verso la Libertà.

Un cammino diviso in otto capitoli, dei quali i primi sette (come il titolo del film, il “Cavaliere o Fante di  Coppe”) prendono il nome di una carta dei tarocchi: La Luna, L’impiccato, L’Eremita, Il Giudizio, La Torre, La Papessa, La Morte.

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Ognuna di queste sezioni, oltre ad alludere alle sfere celesti gnostiche illustrate nella prima locandina,  corrisponde all’incontro con una (o più) figure chiave che porteranno Rick a disinteressarsi progressivamente al contesto sociale e lavorativo e quindi, allegoricamente, ad emanciparsi dal mondo materiale; da Della (Imogen Poots), prima nel racconto a far capire al protagonista che non cerca l’amore, ma “un’esperienza d’amore, e separazione improvvisa”, situazione che si ripete similmente nell’episodio con Helen (Freida Pinto), ai ripetuti e sempre più difficoltosi incontri col fratello Barry (Wes Bentley) e il padre Joseph (Brian Dennehy). Dall’incontro con l’ex moglie Nancy (Cate Blanchett), in un montaggio alternato tra presente e passato (“Il mondo ti ha assorbito sempre di più. Non potevo aiutarti a stare sulla retta via. La tua testa era girata nella direzione sbagliata”), ai momenti di “sonno” più profondo, nell’episodio dell’Eremita, e soprattutto in quello della Papessa, da cui viene però “risvegliato” dalla voce fuori campo. Dopo un’ultima storia finita male con Elizabeth (Natalie Portman), l’opera si chiude col capitolo finale, l’unico a non essere legato ai tarocchi: Rick, lasciata la sua dimora vuota, congedatosi dai familiari, si mette in viaggio “verso est” (l’Oriente), inizialmente con una evanescente figura femminile, per poi risalire quelle montagne desertiche da cui era disceso subito dopo i titoli di testa, andando verso il sole, distaccandosi finalmente dalla materia.

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Con Knight of Cups Malick porta quindi alle estreme conseguenze il suo percorso tematico e autoriale, in un film in cui ritroviamo, come abbiamo visto, le componenti preponderanti del suo ultimo cinema portate all’eccesso: il distacco dalla dimensione narrativa e la qui totale prevalenza delle tematiche teosofiche, la cui significanza di entrambe è sempre più affidata a una voice-over che questa volta lascia quasi interamente fuori la voce del protagonista, sovrapposta ai consueti brani di musica classica e sacra, ma con l’aggiunta di brani contemporanei, elettronici e ambient di artisti come Burial, Explosions in the Sky e soprattutto Biosphere (il cui pezzo Hyperborea contiene peraltro un estratto di un dialogo di Twin Peaks che evoca anch’esso visioni radiose di luce e riconciliazioni). Un insieme sonoro misto che si rispecchia anche visivamente nella contrapposizione tra formati  digitali e analogici, bassa e alta definizione, nelle consuete immagini in golden hour di specchi d’acqua, spiagge e deserti fotografate da Emmanuel Lubezki alternate però stavolta al paesaggio urbano talvolta anche in notturna; tutto filmato da una macchina da presa sempre più mobile, che ruota sempre di più attorno ai personaggi.

 Un cinema sempre più indigeribile a chi non ne apprezza le caratteristiche e inaccessibile a chi non conosce i riferimenti tematici su cui si poggia, ma che porta comunque avanti un discorso autoriale senza eguali, e che a quanto pare verrà sviluppato ulteriormente.  Weightless, girato contemporaneamente a Knight of Cups, è in uscita nel 2017 e se Malick continuerà a tenere questo ritmo produttivo, quella che all’inizio abbiamo definito una trilogia, potrebbe essere in continua espansione.

 

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