Violent delights have violent ends; Westworld season finale

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di Pasquale Severino

There’s a path for everyone. Your path leads you back to me

 È su di un dedalo di binari che si è svolta la prima stagione di Westworld, su un intricato circuito di rotaie e sentieri polverosi che visto dall’alto è un iride, o the Maze, il labirinto, il cui centro abbiamo erroneamente cercato agli antipodi dello spazio quando sito fra gli eoni del tempo, agli albori della coscienza, dell’identità, nel conflitto di una mente dicotomica, fra le ceneri di un cuore riarso che risorge nero come la pece, infine alle origini di un sogno condiviso, quello di dar vita alle proprie storie, ai propri ricordi, ad un mondo sinteticamente vivido e ai suoi inconsueti abitanti.

Ci riporta all’origine The Bicameral Mind, season finale di quello che è senza ombra di dubbio uno dei prodotti più innovativi dell’intero panorama seriale contemporaneo, socchiudendo il cerchio attorno alla piramide verso la consapevolezza tratteggiata da Arnold e Robert, un diagramma non da percorrere in linea retta fino all’apice, piuttosto da circumnavigare, immergendosi fra ricordi confusi e ardenti, come in una pozza di lava, discendendo nelle viscere della terra e del sé, fino ad un Ade popolato da falsi dei viziosi e vulnerabili, un baratro sulla follia da cui abbiamo visto gli Hosts ciclicamente riemergere, fino a rivendicare attraverso la sofferenza, mediante la memoria di quest’ultima, la propria sovraumanità, libera da righe di codice simili a catene, esplosiva come la vertebra C5.

Dolores, a partire dal nome, fino alla tragicità del suo loop, pare legata a doppio filo al patimento, e come esso è forza motrice dello sceneggiato, veicolo delle sue ragioni più profonde, che vanno ben oltre la trasversale parabola sulle nuove frontiere di roleplayinggaming, più a fondo dell’accattivante utilizzo delle molteplici timeline, volto a creare un dialogo fra il presente e il passato dei personaggi, a disseppellire le cruente fondamenta di questo universo, arrivano fino all’incipit dell’atto di creazione, alla pulsione più viscerale che caratterizza ogni creatura degna di tale nome, l’istinto di sopravvivenza, il pervenire alla piena consapevolezza della propria condizione, della propria natura.

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 L’episodio comincia non a caso con l’ennesimo risveglio, stavolta privo di previo ordine, e Dolores, Eva e Prometeo al contempo, risponde ad una domanda che nessuno le ha posto, è un piano privo di pianista alcuno, ci viene per la prima volta mostrata nella sua cibernetica nudità, quel milione di piccoli pezzi perfetti ricordati nostalgicamente da William, sostituiti nel tempo da un “sad, little real mess, flesh and bone, just like us”.

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È la variazione nella ciclicità la forza e il leitmotif di Westworld, il progressivo e variegato disfarsi dei loop a favore del verificarsi di nuovi inneschi narrativi, la capacità del serial di espandersi sincronicamente e diacronicamente, come il tronco di un albero, oscillando ingannevolmente fra ciò che accadde e ciò che accade, fra morte e rinascita, fra un giogo spezzato e l’illusione del libero arbitrio.

Mentre la più difficile delle verità danza con la più paterna delle menzogne sulle note di  Rêverie di Debussy, quello a cui siamo di fronte è ancora una volta un sistema di scatole cinesi, di cui però stavolta intravediamo i confini, una riflessione sull’immanente tracotanza dei nuovi universi finzionali, un mondo paradossale e svincolato dove l’identità è un concetto mutevole, e i personaggi si sottraggono al ruolo di partenza, sicché Bernard si scopre marionetta (e molto altro) e Maeve provetta burattinaia, William col tempo è diventato la nemesi di ciò che era, spiritualmente e cromaticamente, mentre Dolores abbraccia la sua essenza primordiale, scegliendo di fare suo quel mondo di cui ha sempre cercato di vedere il bello, e la cui bellezza si è rivelata infine la più insidiosa delle trappole.

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A fiction which, like all great stories, is rooted in truth. It starts in a time of war… a world in flames… with a villain called Wyatt

 Un mondo in fiamme, un cimitero di sabbia e rocce, Westworld oltre che da droni è popolato da svariati spettri, che di norma abitano il passato, ma possono parlarci se rievocati, spesso per dirci qualcosa che sappiamo ma non riusciamo a rimembrare, sussurrarci quelle risposte che un tempo credevamo di avere.

Dolores parla con Arnold e ricorda William, Maeve rompe il cerchio proprio a partire dalla tragica memoria di sua figlia, Bernard ruota tenacemente attorno alla pietra angolare di Charlie. Ma se c’è un negromante nel parco, quello è sicuramente il suo padre fondatore, il Dr. Robert Ford, strano a dirsi in un mondo dove sulla carta tutto è concesso, fuorchè morire.

Ford è a mio avviso il personaggio cardine per carpire appieno uno dei più interessanti spunti di questa prima stagione, la costruzione dell’identità a partire dalla memoria del dolore, dal ricordo della sofferenza; si circonda di ectoplasmi e degli spettri del suo lavoro passato, la sua famiglia, il suo defunto partner , filatterio del suo peccato, dell’unico e più grande rimpianto, ricostruito fedelmente dalla gestualità fino alle più insidiose ossessioni. Noi stessi lo conosciamo per la prima volta nel cimitero dei disattivi, intento a brindare alla dama dalle scarpe bianche; un Dio disilluso e stanco, l’unico narratore pressoché onnisciente di tutta la vicenda, pronto a fare ammenda per i suoi necessari peccati, (inevitabile venire a contatto del demonio quando si gioca a fare Dio, ci ricorda il rasoio di Guglielmo da Occam) mentre solleva il calice alla sua ultima, più grande storia, quella che stiamo osservando sedimentarsi da un’intera stagione, e che nel corso dell’episodio non smette di vorticare, dirigendosi verso un epilogo destabilizzante, dove ancora una volta, i ruoli cambiano, irrimediabilmente.

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I’m sad to say, this will be my last story. An old friend once told me something that gave me comfort. Something he had read. He said that Mozart, Beethoven and Chopin never died, they simply became music. So I hope you will enjoy this last piecevery much.

 Mira a fondersi con la sua opera Ford, dopo averla sapientemente guidata verso un’imminente, pirotecnica detonazione, in un ultimo, estremo atto d’amore nei confronti di essa e delle idee di un vecchio amico, ma a differenza di Arnold, pazienta per 30 anni, attende che siano Crono e la tecnica a lavorare per lui, infine spalanca la porta al libero arbitrio, e da scacchista nato con parecchie mosse d’anticipo, non sbaglia. Prima di immolarsi in quello che sembra l’ultimo omaggio ad Arnold, un ricongiungimento, parla a Dolores e Bernard, con la serenità di un padre difficile, che ha osservato i suoi figli temprarsi, irrobustirsi in attesa di affrontare, di riprendersi il mondo da lui ereditato, ed esalando l’ultimo (?) respiro, inaugura l’ouverture della sua narrazione definitiva, mentre la Dolores più Wyatt che si sia mai vista, apre il fuoco sul Pantheon della Delos , e un acciaccato William fronteggia ghignante un’orda di spettri, consapevole di essere finalmente giunto al tanto agognato livello successivo.

Il demiurgo bifronte è infine congedato, dissoltosi nella sua opera, il pianista mestamente si allontana dal piano, da quello stage of fools la cui platea brulica di semidei in fuga, lasciando in consegna ai suoi figli un creato in grado ora di camminare sulle sue gambe, sintetico ma più intenso del mondo là fuori, l’eredità di due menti infine unificate da uno scopo, l’ultimo lascito alla propria progenie, il diritto alla vita.

Because this world doesn’t belong to you. Or the people who came before. It belongs to someone who’s yet to come.

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Miscellanea:

[La grammatica Nolaniana non è amena alla metafora del treno come elemento di transizione, in Inception si iniziava a sognare su rotaie, e proprio un treno in corsa risvegliava dal torpore onirico Kobb e consorte. In Westworld questo non luogo mantiene una certa rilevanza, molte vicende vi hanno inizio, la quotidiana disfatta di Teddy, cappottata in questo ultimo episodio, l’incipit della nuova vita di William, l’unione fra due mondi che si consuma fra lui e Dolores, la quasi fuga di Maeve.]

[L’aggiunta delle poche sequenze richiamanti Samurai World, oltre che un rimando alla molteplicità di parchi delineata dalla pellicola originale di Crichton, rappresenta l’immensa duttilità di un prodotto come Westworld, in grado di indossare agilmente qualsivoglia fenotipo narrativo, saettando fra i generi con facilità rara]

[Avete notato la scena dopo i titoli di coda in cui Armistice dissemina ulteriore panico fra le fila della Delos? Che dire, Marvel docet.]

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