(Gone) Girl on the Train

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di Simone Labricciosa

La Ragazza del Treno, il “caso letterario del 2015”, diventa dopo appena un anno, un omonimo film diretto da Tate Taylor (The Help) e sceneggiato da Erin Cressida Wilson, inserendosi così come il romanzo d’origine, nella scia del successo di Gone Girl.

Abbiamo infatti anche qui una ragazza scomparsa e un racconto frammentato in diversi piani temporali narrato da più personaggi, il principale dei quali è peraltro un narratore inattendibile, così come la Amy di Flynn/Fincher.

La protagonista Rachel (Emily Blunt) è difatti una trentenne con seri problemi di depressione e alcolismo apparentemente dovuti a un divorzio che non riesce ad accettare: lasciata per l’amante, dalla quale l’ex marito ha avuto anche una figlia, perde persino il lavoro a causa dell’etilismo in una deriva che sembra non dare appello ad alcun aspetto della sua vita. Tuttavia per salvare le apparenze con la coinquilina, continua a fare la pendolare dal suo sobborgo sull’Hudson a New York (il romanzo era invece ambientato a Londra). Passa così le giornate sul treno in viaggi “verso il nulla”, disegnando e fantasticando sulle vite di coloro che vede dal finestrino; in particolare una coppia che ritiene perfetta, e che tra l’altro risiede accanto alla sua vecchia casa. Quando però Rachel vede dal suo vagone questa ragazza con un uomo diverso dal marito, la sua idealizzazione crolla e così, la sera stessa al ritorno, si ferma in quella cittadina e inizia a seguirla fino ad un sottopassaggio; qui però i ricordi svaniscono e la protagonista si sveglia la mattina dopo sporca di sangue e con la notizia che Megan, la donna che aveva idealizzato (e inseguito), è scomparsa.

Da qui inizia un’indagine che, attraverso i racconti di quest’ultima e di Anna, la nuova moglie dell’ex coniuge di Rachel, svelerà che le sorti delle tre donne, apparentemente nemiche, sono legate e che la visione della protagonista, da subito messa nella posizione di principale indiziata nei confronti del pubblico, è distorta più che dall’alcool da una manipolazione e una sistematica violenza psicologica messa in atto dal vero colpevole.

Uno svelamento che, tuttavia, viene più da un’inaspettata figura di deus ex machina che dal conflitto – interiore e non – di Rachel, e che quindi tende a togliere importanza sia alla sua catarsi che al precedente sviluppo di una narrazione che è un gioco di specchi, apparenze e (false) interpretazioni.

Il tema del sessismo, anticipato già a partire dal contesto, che rappresenta la donna nelle comunità di provincia valutata solo in quanto madre, e centrale nello svolgimento del giallo, è tuttavia depotenziato dalla presenza di figure maschili inconsistenti e bidimensionali, il cui mancato approfondimento non giova anche all’ambiguità della ex coppia di Rachel e Tom, quasi inavvertibile fino alla fine; scelta probabilmente dovuta alla volontà di creare una visione soggettiva (e falsata) della protagonista e di preservare lo shock per il capovolgimento finale, il quale però è improvviso quanto, per forza di cose, eccessivamente “spiegato” e di conseguenza, poco rappresentato.

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Ciò che spicca maggiormente è l’interpretazione di Emily Blunt, la quale domina il quadro nei suoi frequenti ed impietosi primi piani, in un’opera che quindi lascia spesso fuori fuoco non solo lo sfondo, ma anche temi che partono come spunti interessanti, ma non completamente approfonditi. Tali approssimazioni tuttavia non hanno impedito a La Ragazza del Treno di diventare un grande successo di pubblico, dimostrando ancora una volta come i casi editoriali, anche se non ancora tali (i diritti sono stati acquistati da DreamWorks nel 2014, quindi prima dell’uscita del libro) siano “investimenti sicuri” per l’industria del cinema.

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