Marvel e l’eredità seriale: Il caso Doctor Strange

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di Pasquale Severino

È già parecchio che vediamo un certo cinema propendere innegabilmente verso la serializzazione, verso quell’immanenza che solo la formula episodica concede, nella paziente sedimentazione di scenari, caratteri, tratti distintivi, che accatastandosi finiscono per dar vita ad una semiosfera, un ecosistema narrativo.

Il fumetto risulta ovviamente naturale alleato di questa dinamica; fra Marvel, DC e la promessa di 39 pellicole entro il 2020,  parecchi eroi più o meno noti sono già stati scagliati nel calderone produttivo, luogo strano e imprevedibile, dove Bradley Cooper dà voce ad un procione da Oscar e Ben Affleck non contento (come ogni scalognato spettatore) della sua resa in Daredevil, taglia le ali all’uomo pipistrello in Dawn of Justice (con la complicità di Zack Snyder) prima di farsi uomo con la macchina da presa nel previsto The Batman.

La particolare attenzione che le industrie culturali hanno recentemente dedicato al cine-comic come genere ci ha permesso di saggiare risultanti parecchio variegate, ma visto lo scarto fra il monumentale Joker  di Heath Ledger e quello metrosexual di Jared Leto, oltre al succitato Batman vs Superman, i recenti passi falsi di DC sembrano aver permesso a Stan Lee e compagine di guadagnare parecchio terreno negli ultimi tempi; la formula del Marvel Cinematic Universe è una realtà consolidata da incassi pantagruelici e frequenti picchi qualitativi, quali il pur imperfetto Civil War e lo straordinario Guardians of the Galaxy, mentre lo zenit Avengers si pone come crocevia di questo multiverso in espansione, frammentandosi in svariate cellule seminali poste a fecondare grande e piccolo schermo ( basti pensare al progetto The Defenders o ad Agents of Shield).

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Una delle frecce più attese fra quelle alla faretra dell’azienda statunitense, era proprio rappresentata dalla pellicola di cui parliamo oggi, Doctor Strange, fatica che vede rispettivamente Scott Derrickson (Sinister, The Exorcism of Emily Rose) dietro e (principalmente) Benedict Cumberbatch  davanti alla cinepresa.

Il film narra le vicende di un brillante neurochirurgo, Stephen Strange, di cui Cumberbatch è subito bravo a tratteggiare la megalomane arroganza tanto cara ai fan dell’Iron Man di Robert Downey Junior, carattere molto rievocato dall’atteggiamento iniziale del protagonista, tracotante quanto intelligente, tuttavia colpevole di guardare il mondo attraverso il buco della serratura, come gli verrà più tardi rimproverato dall’Antico di Tilda Swinton.

Ma è un incidente d’auto che gli porta via l’uso delle mani e di riflesso tutto, il reale innesco psicologico del plot, il viaggio di guarigione del Dottore si trasforma infatti in una chiamata dell’eroe, un invito a dimenticare tutto ciò che crede di sapere, per lasciarsi andare al flusso di misticismo di cui la realtà è intrisa e costituita; insomma, per diventare uno stregone, Strange deve prima mettere da parte il raziocinio, ampliare gli orizzonti della sua percezione fino a credere nella magia.

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Risiede a mio avviso nel particolareggiato tratteggio delle arti arcane e della loro applicazione, anzitutto in combattimento, uno dei più vividi punti di forza di questa pellicola, la quale si fregia di una CGI visivamente sontuosa, presentandosi pronta  ad avviluppare lo spettatore in maniera profonda e caleidoscopica, disorientante, ricca di cromatismi forme e sequenze di respiro spiccatamente psichedelico, a metà fra una delirante sublimazione dell’effetto upside down già visto in Inception, le geometrie paradossali di Escher e la preponderanza di iridescenti motivi mandalici, manifestazione materiale di sortilegi ed incantesimi.

Appare frequente il rimando a tutta quella critica sixties tracciante una tangente fra l’albo della diade Lee-Ditko, e la controcultura di allucinogeni e Interstellar Overdrive, parallelismo bonariamente  esorcizzato più volte in corso d’opera, inizialmente durante il primo incontro fra Strange e lAntico, poi nell’immancabile cammeo di Stan Lee, impegnato a sbeffeggiare non a caso il testo cardine di un provetto pioniere psiconauta, The Doors of Perception di Aldous Huxley.

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Doctor Strange non è un film da buttare, appare piuttosto godibile, tuttavia soffre palesemente di un’infelice gestione dei tempi e di buona parte del suo potenziale sia attoriale che tematico; l’ironia di respiro Disney, per certi versi carta vincente in Ant Man e Guardians of the Galaxy, è qui relegata alle gag fra il protagonista e il suo iconico mantello, novello tappeto volante di Aladin, e a pochi altri quadri (come l’easter egg a metà dei titoli di coda, altro biglietto da visita Marvel).

Per il resto abbiamo Cumberbatch che pur brillante e meritevole di una performance solida, non può sopperire da solo alla parziale bidimensionalità dei comprimari tutti, ad una sceneggiatura prudente quanto claudicante, alla poca pregnanza che la scrittura conferisce sia alla sua frettolosa metamorfosi nell’eroe che (soprattutto) al villain affidato all’altrimenti bravissimo Mads Mikkelsen.

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Quest’ultimo rimpianto, rimane probabilmente il più grande, il personaggio dello Zelota Kaecilius è abbozzato e costruito in maniera lacunosa, superficiale, non arriva nemmeno a lambire lo schermo, figuriamoci bucarlo.

Dilapidare un attore di tale calibro è una leggerezza più o meno perdonabile, ma appiattire così il villain pricipale (Distruttore di Mondi a parte), figura nevralgica nei cine-comic, almeno quanto il protagonista, è un qualcosa di inevitabilmente menomante per la totalità dell’opera, delude le aspettative di chi pretende di più da questo genere, di chi oltre al fasto estetico e gli inevitabili tratti blockbuster, si aspetta profondità, caratterizzazione psicologica, specie in un caso così sviscerabile e svincolato dal resto del Marvel Cinematic Universe.

Esperimento riuscito per metà dunque, Doctor Strange, visivamente mozzafiato, forte nello scardinare i vincoli percettivi grazie al prodigio tecnico, quanto debole nel suscitare la pienezza di un quadro vivido, l’appagamento che solo la resa dell’umano nel sovraumano riesce a regalare.

 

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