Black Mirror: luce nelle crepe dello specchio?   

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di Simone Labricciosa

Dopo uno iato di tre anni, interrotto soltanto dallo speciale natalizio White Christmas, la serie di Charlie Brooker torna finalmente con sei nuovi episodi, passando dalla britannica Channel 4 a Netflix. 

Cosa cambia in questa terza stagione? 

Se l’impostazione di base resta fedele alle origini (ogni episodio è ancora indipendente in tutto e per tutto dagli altri), la produzione statunitense ha consentito, oltre a un maggior numero di episodi (altri sei sono in arrivo), un generale ampliamento delle opportunità: entrano infatti registi come Joe Wright (Orgoglio e PregiudizoEspiazione) e Dan Trachtenberg (10 Cloverfield Lane) e interpreti come Brice Dallas Howard (Jurassic World). Vi è un allargamento degli orizzonti sia a livello di location – più varie e meno concentrate in Inghilterra  sia a livello puramente formale con un aspect ratio più largo del classico 16/9. 

Da sottolineare poi come la distribuzione via web, svincolata da costrizioni di palinsesto, consenta a ben 2 episodi di sforare la canonica ora di durata.

A livello di tematiche il fil-rouge di Black Mirror sembra essere comunque lo stesso: il rapporto tra l’uomo e una tecnologia che rivela i suoi lati oscuri. 

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Lo vediamo in Playtest Men Against Fire ad esempio: in entrambe si parla di videogame, seppur in senso opposto. Nella prima vediamo i potenziali rischi di una realtà virtuale che mira a creare l’esperienza più spaventosa possibile tramite un processo di machine learning che si adatta alla mente del fruitore, mentre nella seconda, se visivamente i combattimenti in soggettiva richiamano immediatamente i first person shooter, con il plot twist vediamo come il vero riferimento sia ai giochi di realtà aumentata, ma inseriti in un inquietante contesto di utilizzo militare a fini eugenetici.

Sono questi due episodi che mostrano come nella nuova stagione ci sia un più intensivo ricorso ai generi, in questo caso l’horror. In Playtest abbiamo il classico topos dello straniero in una vacanza improvvisamente ostile, per non parlare degli innumerevoli riferimenti sia cinematografici che videoludici all’interno della magione. In Men Against Fire è inevitabile l’assimilazione degli “scarafaggi” alla figura dello zombie.

Gli episodi più strettamente thriller sono invece il terzo e l’ultimo, ovvero Shut Up and Dance Hated in the Nation. Se in quest’ultimo però la componente sci-fi è determinante, nell’altro non vi è nulla di fantascientifico: il contesto è odierno, la rappresentazione realistica e la minaccia del tutto possibile tramite i nostri dispositivi quotidiani, così come lo era nel pilota della prima stagione. Ma il dilemma morale che chiude l’episodio è lo stesso che c’era in White Bear: se le apparenti vittime non sono altro che carnefici, la punizione allora è giusta o sbagliata? Di certo entrambi gli episodi ci ricordano come in una società totalmente connessa, una orwelliana sorveglianza globale sia sempre dietro l’angolo, e ancor peggio, mostra le conseguenze disastrose dell’hacking dei dispositivi che la consentono, che siano le banali webcam dei laptop o futuristici sistemi di impollinazione artificiale. Ma nella season finale, tutto ciò è soprattutto un modo per riflettere sulle responsabilità collettive di hate tweet e campagne di odio online; uccidendo sia i bersagli che gli haters, Hated in the Nation sfonda la barriera reale/virtuale, mostrando come un tweet sia molto più “reale” di un semplice “scherzo”.

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Questo sesto episodio è anche però allo stesso tempo un procedural e un inusuale buddy cop con venature di thriller politico; quest’ultimo è un elemento che, insieme all’ambientazione londinese lo avvicina molto al pilota della prima stagione; se però in The National Anthem la minaccia al primo ministro si risolveva in una singolare performance artistica, qui tutto finisce in un eccidio di massa, dando alla stagione un finale incredibilmente apocalittico.

Non tutto però è a tinte fosche: Nosedive è a tinte pastello, e San Junipero è illuminato da sgargianti luci al neon.

L’opener di stagione prende infatti luogo in un futuro prossimo dai colori tenui in cui ogni persona è valutata dalle altre con un voto da uno a cinque tramite un’applicazione che ricorda la (fortunatamente) fallita Peeple. Il rating assicura un migliore status sociale, migliori possibilità lavorative, abitative, di trasporto, etc., quindi la vita di quasi tutti i personaggi è piegata alla necessità di piacere agli altri, con tanto di consulenti d’immagine che forniscono strategie per salire di grado. È la storia della protagonista Lacie, che però vede la sua scalata al successo rovinata da una inesorabile caduta libera, che le farà scoprire le conseguenze del vivere da sotto-valutati.

È una satira della società del like, dove la tragica caduta finale si accompagna però a uno svelamento e a un rilascio di una sincerità repressa, quindi in un certo senso un epilogo non totalmente negativo, come invece è consueto in Black Mirror.

San Junipero si spinge ancora più in là, ed è infatti l’episodio forse più innovativo all’interno della serie. Brooker, giocando con le preoccupazioni dei fan riguardo a un’americanizzazione della serie in seguito all’acquisizione di Netflix, ambienta l’episodio in California, ma non solo; per la prima volta la storia prende atto in un passato, che tuttavia si rivela presto irreale: San Junipero è la località idilliaca e nostalgica dove gli utenti possono virtualmente vivere le proprie ultime ore, ed eventualmente decidere di continuare a esistere dopo la propria morte fisica, tramite un processo di mind-uploading, scegliendo l’epoca che preferiscono. La storia d’amore tra le protagoniste Yorkie e Kelly non è priva di ostacoli, ma questi per la prima volta non vengono dalla tecnologia, che invece qui è soltanto una possibilità di vivere ciò che non si è potuto durante il proprio ciclo naturale. 

Con quest’episodio si passa dalla distopia a un’utopia transumanista che non ha precedenti in Black Mirror.

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Questa terza stagione bilancia quindi, con un’intelligente posizionamento degli episodi, picchi apocalittici con inediti squarci di luce; alterna formule conosciute, ma aggiornate, a novità di rilievo; eleva più che mai il dualismo tra fascinazione e terrore per gli apparati tecnologici che ne ha decretato il successo e continua ad essere uno dei prodotti di fantascienza che più trovano radici nell’attualità.

Se nelle prime due stagioni Black Mirror ha addirittura previsto cose che si sono avverate, quali “profezie” contiene questa terza?

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