The Day Will Come When You Won’t Be; TWD e il disfacimento atmosferico

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di Pasquale Severino

La serialità e il suo lungo termine, prima che di storie, risultano in un certo senso un proficuo crogiolo di atmosfere, di fidelizzanti rose di (in)certezze e dinamiche che si fanno dapprima familiari, infine in grado di imbrigliarci ad un universo finzionale mentre impariamo a conoscerne i singoli caratteri, il cui vissuto si fa emblematico sullo schermo, fra gesta e zenit drammatici di cui avere memoria, e il continuo profilarsi all’orizzonte di ciò che ancora ci aspetta, a prescindere che si tratti di conferme, smentite, alle volte veri e propri punti di rottura.

Tutt’altro che semplice dunque costruire un immaginario, ciò che aspira a divenire percezione collettiva di un fenomeno, mai totalmente univoca ma volenterosa di indicare al suo fandom una sequela, per dirla con de Saussure, di significanti, un path che abbia qualcosa da dire, nato da una lunga e paziente sedimentazione di elementi, dettagli, scelte dei vivi germi in ballo. Un  vero e proprio binario interpretativo insomma, percorso mentre gli episodi cadenzano il tempo e la scia di vagoni alle nostre spalle si fa sempre più lunga, la sua mole più ardua da gestire.

Che la succitata mole possa (e in un certo senso debba) recare con sé risultanti negli anni eterogenee, è fuor di dubbio, se la cellula filmica è il singolo sparo di un cecchino, il serial specie se longevo, è oltremodo una raffica di colpi, difficili da mandare tutti a segno, ma latori se ben coadiuvati, della più cristallina resa possibile fra le arti visive di un vivido panta rei narrativo, di quel metamorfico arazzo che è l’uomo nel suo (dis)farsi.

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Le strade per provare ad arrivare a questa meta sono molteplici, c’è chi ad esempio trascina un masso in cima ad un crinale, caricandolo di energia potenziale, per poi lasciarlo rovinare sulla diegesi come sconquasso narrativo; un prodotto come Breaking Bad risulta calzante esemplare di questa dinamica, se regia e scrittura di Gilligan e compagine non avessero a lungo indugiato sulle vessazioni subite da Walt, le angherie inflittegli da vita destino e congiunti, la goffaggine dei primi passi della sua carriera criminale, non avremmo mai potuto godere appieno della camaleontica performance di Bryan Cranston, della sua inesorabile discesa nell’abisso del turpe, in grado di mostrarci il tenue derma del mite professore, creparsi lentamente, mutare come le due facce di una moneta vorticante, fino a rivelare il complesso quanto cinico narcotrafficante Heisenberg.

C’è anche chi invece, come nelle distopie più classiche e proliferanti nel panorama seriale contemporaneo, preferisce che il mutamento sia innescato da una situazione d’emergenza, spesso di stampo apocalittico/disastroso, e dal suo doloroso normalizzarsi fino all’accettazione; ritorno allo stato di natura e  disfacimento etico, culminanti nell’homo homini lupus, hanno in questo scenario presa facile per attecchire tematicamente, e come dimostra un’altra serie ammiraglia AMC, su cui a breve ci soffermeremo, lo fanno piuttosto bene, probabilmente più di quanto effettivamente meritino.

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Piaccia o meno, The Walking Dead è una dei serial più visti in questa terza Golden Age, e gli oltre diciassette milioni di spettatori raggiunti dalla season premiere, The Day Will Come When You Won’t Be, sono di ciò tangibile riprova. I perché nel caso specifico del primo episodio di questa settima stagione (pur non in grado di eguagliare il record di No Sanctuary), sono molteplici; ci siamo lasciati con un cliffhanger difficile da dimenticare (complice il massiccio bombardamento mediatico), e i pochi fotogrammi di Jeffrey Dean Morgan nei panni del main villain Negan, accompagnati da centellinate, lapidarie sentenze, si sono dimostrati capaci di canalizzare un discreto hype, seppur posti in dirittura d’arrivo di una stagione a tratti decisamente sottotono.

Difficile non imputare svariate pecche strutturali all’opera di Frank Darabont, ardua impresa ignorarne la parziale anaciclosi fattuale, non detestarne quel procrastinato rimuginio tale da portare George Romero ad apostrofarla definendola “The Talking Dead”. Eppure, rifacendosi al succitato discorso sulle atmosfere, è possibile scorgere un barlume di luce alla fine del tunnel, individuando in questa premiere un diametrale punto di rottura con la recente tradizione dello sceneggiato, lo sconvolgimento di certezze radicatesi in sei anni di tristo peregrinare in superficie alle spoglie del mondo, innescato da un episodio reso emblematico proprio dalla semilinearità che lo ha a lungo preceduto.

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Non tutto è da buttare in The Walking Dead, siamo di fronte ad una serie non scevra da quadri pregnanti, dimostratasi spesso in grado di incasellare una stratificata riflessione sulla violenza e sulla varietà di effetti e applicazioni di quest’ultima (della normalizzazione della cosiddetta “biviolenza” in TWD,  chi scrive ha già parlato qui), ma Negan rappresenta un gradino successivo sulla scala all’ingresso dell’abisso, è un villain che piega la volontà dei suoi avversari concretizzandogli davanti l’orrore più puro e vivido, lo stesso orrore che spinge Rick e compagni, dopo sei stagioni di plumbeo e crescente grigiore, a temere realmente per la loro vita, ridandole paradossalmente valore.

The Day Will Come When You Won’t Be per quanto imperfetto, è un episodio sensoriale, disperato, invasivo. La genuflessione costante dei nostri beniamini, il gioco prospettico di inquadrature, la preponderanza iconicamente fallica della grondante Lucille, letale mazza spinata di Degan, concertano uno stupro mentale e fisico del gruppo, dell’istituzione, di quella parvenza di sacrale intoccabilità dei protagonisti a cui TWD ci ha abituati, mentre i singhiozzi si fanno via via più pesanti, sonori protagonisti di una rantolante sinfonia in grado di accomunare ancora una volta uomo e walker.

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Il protrarci verso una semisoggettiva di Rick per tutto l’episodio, in un’interminabile e tachicardica apnea fatta di colpi, strattoni e agonizzante trascinarsi, resa magistralmente dalla solida performance del binomio Lincoln/Dean Morgan, ci permette di saggiare il modus operandi del primo cattivo realmente interessante dello sceneggiato (dai tempi di Woodbury e del suo Governor), Degan è oltremodo spietato, votato come nel regno animale all’atavica sottomissione dell’avversario, da raggiungere attraverso il cinico annullamento della sua personalità. Smarrito nella nebbia, permeatagli dentro e fuori, lo sceriffo Grimes disarmato annaspa per la vita sua e dei suoi cari, inerme, mentre Degan alterna bastone e carota, dimostrando a Rick come la sua vita gli appartenga, sbattendogli in faccia la futilità di ogni suo progetto e convinzione. L’acme drammatico dell’episodio, appare un chiaro ed efficace rimando alla vicenda biblica di Isacco e Giacobbe, in cui il personaggio di Dean Morgan assurge ad una dimensione di deus ex machina, facendo infine breccia nelle ultime, deboli resistenze del protagonista, ormai aggiogato, asservito come mai prima d’ora nella storia dello sceneggiato. Pare concretizzarsi definitivamente il temibile quanto profetico sottotesto della serie, mantra a lungo intuito ma mai fattosi davvero così urgente.

Kill the dead, fear the living.

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Clamore mediatico e partenza in quarta a parte, rimane impossibile determinare a priori quale sarà l’effettivo diagramma qualitativo tracciato da questa settima stagione dell’epopea tratta dal fumetto di Alan Kirkman, bisognerà attendere che il fragore iniziale scemi, che gli altri episodi ci diano modo e tempo di capire dove siamo realmente diretti. Per quanto concerne il relazionarsi dello sceneggiato col suo, a tratti poco felice, passato, una buona chiave di lettura risulta a mio avviso proprio uno dei crudeli moniti riservati da Negan allo sconfitto Rick:

Oh guarda! Il sole sta sorgendo. Un giorno tutto nuovo Rick! Voglio che pensi a cosa sarebbe potuto succedere, poi pensa a quello che è successo, infine pensa a quello che potrebbe ancora succedere.

Mentre lo sguardo finale di Rick si carica dell’orrore di chi ricorda suo malgrado, noi dalla nostra siamo decisamente al corrente di ciò che è già accaduto, e ciò ci porta ad ipotizzare quello che accadrà, ma si badi bene, fra il profilarsi di un futuro inquietante e il ricordo di un passato acuminato, il presente che ci si para davanti è un’alba vermiglia; e il giorno che inizia, è  senza alcun dubbio il giorno di Negan.

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