The Walking Dead season première, tutte le declinazioni dell’orrore

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di Chiara Magrone

Sei mesi di attesa, ipotesi, previsioni e dibattiti tra fan. “The Day Will Come When You Won’t Be”, primo episodio della settima stagione di The Walking Dead, sembra non deludere le aspettative e le premesse poste nel finale di stagione precedente, dando nuova linfa ad una serie che non sempre è riuscita a mantenere, dal punto di vista qualitativo e narrativo, costanza e coerenza, rischiando di frequente la disaffezione degli spettatori. E lo fa attraverso 45 minuti di puro orrore. Proprio quando sembrava che la verità fondamentale e definitiva su The Walking Dead l’avesse detta Zerocalcare, Greg Nicotero e Scott M. Gimble costruiscono un episodio potente e dai forti risvolti psicologici.

Lo intuiamo sin dal primo fotogramma, il primissimo piano di Rick, inginocchiato, madido si sudore e con il volto segnato da netto schizzo di sangue, lo sguardo basso e sconvolto, mentre Negan gli domanda “Che c’è? Credevi fosse un brutto scherzo?”. Sembra allo stesso tempo rivolgersi agli spettatori, trascinandoli nell’incubo e dilatando ancora per i successivi venti minuti lo spietato cliffhanger che chiudeva la stagione precedente.

L’intero racconto, lo svelamento delle morti preannunciate, il dolore, il terrore, la disperazione, avvengono attraverso lo sguardo e la mente di Rick, un Andrew Lincoln che dà una grande prova d’attore. L’immedesimazione è inevitabile, così come la totale idiosincrasia nei confronti di Negan, il villain di questa settima stagione. Questa dicotomia è esplicitata sia attraverso la narrazione che le scelte registiche e di montaggio. L’orrore irrazionale rappresentato dagli zombie diventa solo lo sfondo, il contesto, quasi accettato, quasi meno spaventoso, in cui si manifesta l’orrore puramente umano. La violenza necessaria, dettata dalla sopravvivenza, dalla paura, dal bisogno di protezione, ma spesso guidata anche dalla vendetta, tutta visivamente rappresentata dall’accetta di Rick, contro la violenza sadica, pianificata, puro esercizio di potere, racchiusa in Lucille, la mazza da baseball intrecciata di filo spinato di Negan.
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E sulla fisicità dei due attori si impernia l’episodio, tra gli sguardi supplicanti e atterriti di Rick e dei suoi compagni e il sorriso spaventoso ed isterico di un grandioso Jeffrey Dean Morgan. Dettagli, controcampi e soggettive contribuiscono ad esasperare la tensione, rendendo la visione disturbante. Negan è fondamentalmente un sociopatico manipolatore e sadico, agisce, con una certa teatralità, come un dio potente e punitivo: esige totale sottomissione e sottopone Rick a prove dal richiamo biblico per dimostrargli fino a che punto può arrivare la propria ferocia, ma anche una certa compassione. Agli spettatori lascia le stesse possibilità elencate al resto dei protagonisti, inginocchiati e sotto tiro : “potete muovervi e piangere”.

D’altra parte però non si può non concordare con l’analisi dell’ultima scena di Badtaste.it : didascalica e inutile, una tagliola per l’immaginazione dello spettatore che già l’aveva ricostruita nella propria mente tramite le parole di un Negan che arriva a sbeffeggiare le speranze nel futuro del gruppo di Rick. Nonostante ciò l’equilibrio e la potenza del racconto non ne risultano poi eccessivamente compromessi.

È interessante notare come il personaggio di Daryl venga utilizzato come elemento di scambio, ostaggio e ricatto sia nella narrazione, in quanto personaggio libero dai vincoli della storia originale del fumetto, sia nei confronti degli spettatori, essendo anche uno dei fan favourite.
Anche I personaggi di Carl e Maggie, alla luce degli avvenimenti, sembrano rivestire un nuovo ruolo più determinante ed acquisire nuovi connotati emotivi. Forse perchè entrambi, l’uno il più giovane, l’altra incinta, rappresentano il futuro e le speranze ed allo stesso tempo le fragilità  del gruppo?

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La speranza degli spettatori invece è che questa non sia semplicemente, per dirla con Zerocalcare, l’unica puntata della stagione in cui succede qualcosa

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