Roanoke: il ritorno di American Horror Story, tra realtà e finzione

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di Simone Labricciosa
Dopo mesi di segretezza intervallati solamente da brevi ed enigmatici teaser, il mistero è finalmente svelato: Roanoke è la sesta stagione di American Horror Story, e sembra portare con sé inevitabili richiami al passato, ma soprattutto molte innovazioni.

Il setting di una casa infestata sembra un ritorno alle origini di Murder House, e lo stesso titolo era già stato citato nella prima stagione. Troviamo inoltre come sempre una serie di attori ricorrenti della serie, come Lily Rabe, Sarah Paulson e Kathy Bates. A parte questo tuttavia, nei primi secondi del Chapter 1 nulla ci indica che stiamo veramente guardando un episodio della serie ideata da Ryan Murphy e Brad Falchuck. Manca la proverbiale sigla, una schermata ci informa che la storia è ispirata ad eventi reali, il titolo My Roanoke Nightmare è estraneo all’iconografia tipica di American Horror Story, vediamo solo brevi frammenti di un teaser che sembra appartenere a un altro programma televisivo. Ed infatti lo è.

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Scopriamo infatti di essere di fronte a un finto documentario, nello specifico un reenactment show, in cui una coppia racconta la propria storia mentre una ricostruzione filmica con attori rappresenta le vicende narrate.
Shelby, insegnante bianca di yoga e Matt, rappresentante farmaceutico afroamericano, lasciano Los Angeles in seguito a un’aggressione che lascia lui gravemente ferito e fa perdere a lei il figlio che porta in grembo. Si trasferiscono così in North Carolina, vicino alla famiglia di Matt, in un’antica casa colonica comprata a prezzo stracciato ma che prosciuga comunque i risparmi della coppia. Shelby ha subito pessimi presentimenti, e strani avvenimenti di aggressione violenta (lei stessa viene quasi affogata da personaggi ignoti), ma anche di natura inspiegabilmente paranormale, non tardano ad accadere. Di tutto ciò non resta però traccia, le forze dell’ordine non sembrano dare peso a questi eventi e lo stesso Matt non crede totalmente ai racconti della propria compagna; come lui stesso afferma, è il sud degli Stati Uniti, e lui si sente semplicemente preso di mira dal razzismo dei redneck locali.
Così, in vista di un viaggio di lavoro, dopo aver circondato la casa di telecamere, lascia Shelby con Lee, sorella ex poliziotto con alle spalle problemi di dipendenza da medicinali e un divorzio che la tiene lontana dalla figlia. Lee compare anche nel piano reale, e dalla sua intervista scopriamo immediatamente che tra lei e Shelby non scorre buon sangue; abbiamo quindi tre personaggi le cui reciproche diffidenze non saranno d’aiuto al momento degli attacchi più invasivi. Solo Shelby, alla fine di questo pilot, sembra percepire la reale entità di una minaccia che si concretizza in sanguinosi (ma meno splatter rispetto alle ultime stagioni) rituali tra inquietanti totem ed alberi di una foresta vivente.
Il folklore americano è quindi nuovamente alle radici del mistero di questa nuova stagione di American Horror Story, e il sottotitolo Roanoke ci dice qualcosa sui probabili sviluppi dei prossimi episodi: si evoca infatti la scomparsa di un gruppo di coloni nel 1587, i quali spiriti, secondo la leggenda infestano le zone in cui sono scomparsi. Si immaginano sviluppi anche sulla storia della casa, che, come da tradizione, sarà senz’altro lunga, cruenta e travagliata.
Da sottolineare inoltre anche un filmato in stile The Blair Witch Project interno al reenactment che ha immortalato una strana creatura dalla testa suina, insieme al per ora misterioso autore del video (peraltro il maiale è uno dei tanti riferimenti alle stagioni precedenti).
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Infine, resta da vedere come si svilupperanno le dinamiche tra i tre personaggi principali: la struttura a interviste ha fatto sì che da subito siano emersi punti di vista diversi sull’accaduto, ma anche omissioni e segreti.
Visivamente ed esteticamente è interessante notare come il finto documentario rimanga tale, oltre ai già citati teaser introduttivi, proprio solo nelle interviste: le sezioni ricostruite non hanno niente di televisivo in senso stretto, ma riprendono lo stile di regia e fotografia già conosciuto nelle precedenti stagioni; il tipico insieme di grandangoli deformanti, carrellate dai movimenti elaborati e un’evidente color grading, che forse stavolta restituisce tonalità meno sature, ma che si ricollega inequivocabilmente all’estetica delle stagioni precedenti. Efficace, ma non certo realistico, e nemmeno credibile come ricostruzione finzionale di un documentario. Resta da vedere come si evolverà il rapporto tra fiction e falso piano reale, e se quest’ultimo straborderà mai dal quadro del confessionale.
Questo Chapter 1 lascia presagire una sesta stagione lontana dagli eccessi delle precedenti, che concentrandosi su una storia per il momento estremamente minimale, torna in parte alle origini di American Horror Story e del genere horror tout-court, ma con una novità formale che innova senza dubbio la modalità di narrazione e che raddoppia ulteriormente il mistero. Di certo sembra che almeno stavolta i protagonisti arriveranno sani e salvi alla fine della storia, altrimenti non sarebbero qui a raccontarcela.
O forse no?
La risposta arriverà forse con l’anticipato plot twist del sesto episodio?
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