Planet Earth: troppo bello per non essere vero

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di Pasquale Severino

L’internet impazza negli ultimi giorni davanti ai vari teaser della seconda stagione di BBC: Planet Earth, pluripremiato ciclo di documentari che è ormai fiore all’occhiello, assieme ad altri lavori del medesimo filone, molti fra i quali diretti anch’essi dallo specialista Alastair Fothergill ( The Blue Planet, Frozen Planet), del pacchetto di genere che Netflix propone.

A giudicare dalla plateale riuscita dell’esperimento Virunga (scommessa vinta anche grazie all’appoggio del più recente e filantropico DiCaprio), e dal prevedibile riscontro e clamore mediatico che l’annuncio di Planet Earth 2 ha suscitato, il documentario pare farsi pregnante fra le fila della piattaforma di broadcasting più famosa  e fruita del globo, del resto nell’era dell’iperrealismo serializzato, dell’immersività immanente, quale miglior volto da dare al protagonista, se non quello di colei che per Leopardi era madre di parto e di voler matrigna, sua maestà la natura, il più grande spettacolo a cui ci sia mai stato concesso di assistere, in una ciclica platea che fa dell’amoralità il suo marchio di fabbrica, del sublime la sua costante inderogabile.

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Qui si parla di sublime in senso etimologico, di ciò che è oltre la soglia, soglia su cui questa mastodontica produzione ha costruito il suo campo base, con quattro anni di incessante lavoro e un budget pantagruelico, che ha spinto svariate troupe di operatori agli antipodi del nostro pianeta, per coglierne i quotidiani, quanto criptici, miracoli di flora e fauna, provare a imbrigliare nello spazio di un’inquadratura, immensi cicloni di energia che cozzando si riequilibrano, cullando da millenni il globo di roccia, legno, acqua e magma che chiamiamo casa.

Il sottotesto della serie non è un’esagerazione, quando Planet Earth promette di mostrarci  la Terra come “never seen before”, dice il vero, diversi gli azzardi stilistico tecnologici del serial, mirate innovazioni in grado di dare nuova pregnanza e portata al genere documentaristico, a cavallo di un’interminabile parabola che va dalle pendici più inarrivabili delle vette Himalayane agli abissali antri oceanici. Vediamo il tutto attraverso il cristallino iride del 4k o di macchinari d’ultima concezione come l’Heligimbal, passando per il peculiare utilizzo di ipnotici timelapse, in grado di rendere palbabili come mai prima d’ora, fenomeni ovvi ma apparentemente inafferrabili come l’avvicendarsi delle stagioni, o la fluente risalita tramite cui le nubi serpeggiano fino alle cime montuose, divenendo acqua e poi vita.

Il regista gioca con le tempistiche, dilatandole in ambo le direzioni, e la tecnologia è asservita all’evento naturale, i pochi secondi in cui il grande squalo bianco erutta dalle acque per azzannare la sua preda, grazie al time warp concessoci dalle futuristiche attrezzature della crew, divengono interminabile espressione di pura potenza, volatile danza sul confine fra vita e morte.

Si precipita partendo da inquadrature satellitari, fino a incentrarsi su minuscole civiltà ( in questo senso Microcosmos docet); il coraggioso tentativo è quello di darci un pan focus sul nostro pianeta, e Planet Earth è un viaggio dapprima elementale, poi sensoriale, attraverso la magistrale fotografia del team di Fothergill e l’ipnotica narrazione del leggendario Sir David Attenborough, in grado di infondere alle disarmanti sequenze, l’onirismo che da sempre l’ideale di natura reca con sé.

 Siamo di fronte al cineocchio di Dziga Vertov, in cui però il creato è una creatura riottosa e quantomai ardua da aggiogare ai confini della macchina da presa, una diva bella quanto letale, fugace quando vuole, e che per essere colta nelle sue sfaccettature più celate, nel suo reale e atavico splendore, pretende in primis rispetto, e uno spettatore che è regista solo in minima parte, costretto ad assecondare tempistiche che non è lui a dettare, ad attendere pazientemente gli eventi per settimane, mesi, per poi  appropinquarcisi in punta di piedi, mettendo fra sé e il suo oggetto di studio zoom chilometrici, votato a mantenere imperturbato il miracolo che davanti al suo fortunato obiettivo si consuma, celebrandolo senza turbarne la sacralità. Basta dare un’occhiata ai vari backstage produttivi che accompagnano gli episodi, per capire quanto sia stato questo l’approccio del cast realizzativo, un riverente e sacrificato voyeurismo sempre preoccupato in primis di non sciupare in maniera alcuna gli equilibri della sua musa.

È un viaggio anche e soprattutto etico Planet Earth, urgente nel nostro periodo storico, riesce a mostrarci con sguardo commosso creature prima d’ora quasi mai immortalate in video, ma in maniera sideralmente lontana dalla tronfia invasività di chi è a caccia di trofei, l’opera riflette piuttosto sull’ardua sopravvivenza di molte biodiversità, sul nostro dovere morale che deriva dal riconoscersi, per tutta la vita, fortunati custodi di quello che si dimostra essere ancora un miracolo, una commistione galattica di fattori e variabili che ci permette di essere qui, ora, circondati più o meno inconsapevolmente da cotanta bellezza.

Guardate Planet Earth, date un ‘occhiata alla succitata bellezza, ci scopriremo concordi.

Qui di seguito, la crew alle prese con l’elusivo leopardo delle nevi, sulle pendici Himalayane; quelle dell’equipe del fotografo BBC Doug Allan, sono le prime riprese mai realizzate di intimità e tecnica di caccia di questa meravigliosa quanto fragile creatura, simbolo dell’estrema precarietà che alcuni ecosistemi comportano.

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