The Exorcist e la saturazione dell’immaginario

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di Marco Catenacci

Pensare oggi di confrontarsi con un immaginario così ampiamente sfruttato come quello delle possessioni demoniache è unimpresa sicuramente ardua. Di preti esorcisti, riti urlati a squarciagola, demoni e bambini posseduti che parlano lingue morte con voce cupa e inquietante, è satura la storia del cinema, tanto che il rischio di inoltrarsi in un territorio in cui è già stato detto (reso visibile) tutto o quasi, è altissimo. E soprattutto, è un rischio di cui bisogna tenere assolutamente conto: esiste, è lì davanti agli occhi di tutti, e se si vuole ancora far leva su un certo tipo di immaginario, non può più essere ignorato.   

Sono tanti i registi che hanno provato a dare una visione personale del processo attraverso cui il Male si insinua nelluomo. Dal Polanski di Rosemarys Baby fino al recente The Witch di Robert Eggers, passando ovviamente per lo straordinario Le Streghe di Salem di Rob Zombie, esiste tutta una serie di cineasti che si è posta prima di tutto il problema della rappresentazione del demonio, al fine di trovare uno sguardo che sia il più possibile vergine, ampliando di fatto limmaginario collettivo su questo tipo di orrore. E se i film di Zombie e di Eggers si collocano inevitabilmente nel percorso inaugurato da Polanski nel 68, parallelamente esiste tutto un altro filone che invece si è incanalato nel solco aperto dallaltro grande capostipite del periodo, Lesorcista di William Friedkin (1973), ripercorrendone quasi pedissequamente i topoi narrativi e visivi da esso stabiliti. È un filone, questultimo, che sembra avere davvero il fiato corto, preferendo adagiarsi su strutture stabili e immediatamente riconoscibili (si pensi a Il rito di Mikael Håfström o a The Possession di Ole Bornedal, oltre ovviamente ai numerosi sequel e prequel del capolavoro di Friedkin). Un filone quasi (in)volontariamente seriale appunto, dove il gioco sembra essere quello di cercare le variazioni allinterno di un mondo narrativo in cui le regole sono già ampiamente definite e consolidate. 

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Ecco, il problema più consistente che sembra emergere fin dallesordio di The Exorcist (serie ispirata ancora al romanzo di William Peter Blatty, trasmessa su Fox negli Stati Uniti, il 23 settembre; in Italia debutterà il 31 ottobre), sta nellassoluta mancanza di una presa di posizione personale circa la rappresentazione dellorrore. Dei due filoni sopracitati, questa prima puntata sembra preferire di gran lunga il secondo, rischiando forse troppo poco per riuscire a coinvolgere e a stupire. Abbracciando la recente tendenza di serializzare film (o meglio, universi narrativi) di culto del passato (Hannibal, Fargo… mentre è appena stata annunciata perfino una serie tratta da Eternal Sunshine of The Spotless Mind), The Exorcist sembra in questo episodio pilota fin troppo congelato entro i limiti di un immaginario che oggi provoca perlopiù reazioni di bonario e affettuoso compatimento. 

Eppure, al di là di questo grave problema di partenza, non tutto è da buttare. Lo script di Jeremy Slater è abbastanza scaltro da strutturare lintera puntata come una sorta di prequel, una preparazione alla vicenda vera e propria, il cui cliffhanger non sta tanto negli eventi della storia, quanto nella creazione del collegamento diretto e nostalgico con il capostipite del 73: la ripresa di Tubular Bells di Mike Oldfield è un gancio più furbo che geniale, ma riesce a rivitalizzare (se non altro emotivamente) un andamento tutto sommato prevedibile il cui punto darrivo (leffettiva presenza di un demone nella famiglia Rance) non è ovviamente mai in discussione.

La facile programmaticità narrativa entro cui si muove la prima puntata di The Exorcist è evidente fin dalla stucchevole contrapposizione caratteriale tra i due preti protagonisti: da un lato, padre Tomas (interpretato da un poco incisivo Alfonso Herrera) progressista e vicino alla sua gente (durante lomelia scende dal pulpito per essere più vicino ai fedeli, parlando loro direttamente, senza neppure il filtro del microfono), non privo di dubbi circa la sua fede e la sua vocazione (e per questo molto umano); dallaltro, padre Marcus (un energico Ben Daniels), tormentato e dai metodi poco ortodossi, relegato ai margini (della società; della psiche) da una profonda e insoluta sofferenza riguardante la sua missione nella Chiesa. Al centro, la famiglia Rance, madre Angela (unimbolsita Geena Davis), padre Henry (Alan Ruck) in preda ad una demenza senile sempre più preoccupante e le due figlie, Katerine (Brianne Howey), che passa il tempo chiusa nella sua stanza, e Casey (Hannah Kasulka), molto più solare e aperta nei confronti del mondo. Alcuni segnali portano Angela a pensare che nella loro casa si sia insediato un demone, ragion per cui non esita a coinvolgere padre Tomas, ancora (per poco) molto scettico sullargomento. A questo punto i binari narrativi sono ben che definiti e al regista Rupert Wyatt (che nel 2011 aveva fatto un discreto lavoro con Lalba del pianeta delle scimmie) non resta che dirigere con mano sicura (ma anche piuttosto anonima) una confezione modesta, che non spicca certo per originalità. 

I dubbi della fede  (Its ok to have doubts. Its ok to have questions” dice padre Tomas nellomelia iniziale), le implicazioni morali e spirituali delle proprie azioni, gli effetti devastanti del Male su un essere umano: sperando che la serie abbia qualche freccia nascosta al proprio arco, da svelare al momento opportuno, i temi messi in campo in questa prima puntata si muovono di pari passo con limmaginario in cui, piano piano, in punta di piedi, senza fare troppo rumore, si inserisce. Ma per spiccare nella (sovrap)produzione contemporanea ci vuole sicuramente qualcosa in più.

 

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