Cambio di stagione; Bloodline 2 di 2

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di Pasquale Severino

Bloodline ci ha mostrato nel corso della sua season one, un desueto e stratificato focolare narrativo, quello della famiglia Rayburn, radicato nelle sabbie dorate delle Florida Keys, fino a profondità dai toni rosso sangue, attorniato da un’idilliaca apparenza di cui abbiamo osservato il progressivo creparsi, una volta costretta a fare i conti col fantasma dei natali passati, il suo primogenito Danny. Oggi parliamo della seconda parte di questo ansiogeno dramma, in attesa della terza e ultima stagione.

We’re not bad people, but we did a bad thing

Così si chiudeva l’apologia di John, ma la cosa cattiva a cui fa cenno si dimostra solo la prima di una lunga serie di menzogne, l’abbrivio di un catastrofico domino consequenziale che è corpo fattuale di questa seconda stagione, in cui l’immersione prolungata dei fratelli Rayburn nell’abisso della colpa gradualmente li attanaglia, rischiando di annegarli, un po’ come il mare decenni prima con la piccola Sara.

Nulla resta a lungo sopito sull’isola, e Danny c’è soprattutto non essendoci, il suo ricordo si nutre, come un’entità malevola, delle violenze di John, della droga nascosta da Kevin, della sua tossicodipendenza, delle verità rivelateci su Meg, si palesa nel machiavellico gioco di bugie e segreti dei suoi fratelli, in fondo parecchio più simili a lui di quanto riescano ad ammettere, agli altri ma in primis a loro stessi.

È interessante come Bloodline in questa sua seconda tranche, pur rinunciando in larga parte alla ricorrente sfasatura temporale, rappresentante uno dei suoi più intriganti pregi narrativi, mantenga in Danny (Ben Mendelsohn), ovvero in un elemento trascorso, un indiscusso, a tratti preponderante, punto di forza.

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Il defunto fratello maggiore invade la diegesi mostrando di avere ancora qualcosa da dire: sul passato, attraverso i flashback che ci palesano il drammatico epilogo della sua attività ristorativa, in grado peraltro di mostrarci un lato commovente e a noi estraneo del personaggio,un Danny padre oltre che figlio; sul presente, tramite il suo farsi coscienza di John, uno spettro con cui dialogare, galvanizzato dalla compiuta realizzazione di un sogno, vedere finalmente scivolare dalle mani del suo integerrimo fratellino ogni certezza, il controllo sulla sua vita; infine sul futuro, la cui essenza è racchiusa nello sguardo fugace e turbato del figlio Nolan (uno dei pochi inserimenti narrativi riusciti appieno), vivido frammento di colpa, parte suo malgrado della linea di sangue, il cui presentarsi alle porte della Rayburn House è sale su ferite aperte, innesco di sentimenti assai contrastanti.

Appare chiaro come, nonostante l’arto sia stato amputato, la cancrena si sia ormai diffusa su questo corpus familia, l’inestimabile apparenza valsa tutto ai caratteri palesa qui il suo reale, atavico costo, riprendendosi gradualmente ciò che le spetta, la serenità, il successo lavorativo, i cocci del cuore infranto di Mama Ray (Sissy Spacek), disgregando insiemi e vanificando quasi ogni ben congegnata mossa di John e fratelli, ogni tentativo di tappare le falle di una chiglia che via via comincia a fare acqua da tutte le parti, mentre la mareggiata si inspessisce, depositando sulla riva limacciosa proprio quei segreti inconfessabili, che come Bloodline ci ha più volte sussurrato, è impossibile serbare per sempre.

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Questa seconda stagione appare dunque come un lungo compendio sulla colpa e sulla percezione di quest’ultima, e per quanto si presenti alle volte macchinosa dal punto di vista della scrittura, e spesso infarcita di un thrilling innescato da soluzioni di trama poco probabili, si fa forza di una solidissima prova attoriale collettiva, in grado di restituirci un complesso affresco emotivo dai toni via via più cupi, votato a mettere in luce la debolezza umana e l’ancestrale abnegazione o riluttanza nei confronti di una serie di dogmi patriarcali, i quali intimano di mettere la reputazione prima della verità dei fatti, che un vero uomo non cambia mai idea, trasportandoci in quel limbo dove chi si vorrebbe essere sembra contare più di chi si è realmente.

È John (tratteggiato magistralmente da Kyle Chandler) l’indiscusso protagonista di questo segmento dello sceneggiato, un personaggio che ha a lungo indugiato nell’abisso colto negli occhi di suo fratello, fino a rimanerne inevitabilmente segnato. La sua metamorfosi ha carattere profondamente etico, John si dibatte nella morsa che i suoi spaventati congiunti gli stringono attorno, asfissiandolo mentre in lui infuria il cozzare fra giusto e sbagliato, fra la legge degli uomini, di cui è tutore, e le leggi di famiglia, che lo hanno forgiato, costandogli nel profondo.

 A voice in your head’s telling you, something is gonna go completely wrong, and there’s nothing you can do to stop it.

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È questa premonitrice chiosa d’apertura dell’episodio pilota, una delle chiavi di lettura dell’intero serial, in questa seconda stagione in particolar modo, osserviamo i vani tentativi di John di frenare un masso che rovina a valle, inarrestabile, agevolato da leggerezze ed errori altrui, da quella mano invisibile che alcuni chiamano destino; il candidato sceriffo imbastisce dapprima uno strategico circo di menzogne, addentrandosi nel turpe, e persino quando decide di liberarsi del suo peso e accettarne le conseguenze, il destino stesso gli si dimostra fatalmente a favore, prolungandogli l’agonia, costringendolo a rimanere a galla, come sempre non per lui, ma per tutti coloro che da lui dipendono, per la reputazione agli occhi di un’intera comunità, per la sua famiglia o quantomeno ciò che ne rimane.

Certo è che John non risulta l’unica vittima della vicenda e dell’evolversi degli eventi, le cui conseguenze sono qui tratteggiate e modellate sui singoli caratteri in maniera peculiare. Abbiamo Meg (Linda Cardellini), capace a stento di sostenere l’apprensivo sguardo materno quanto quello indagatore del suo ex ragazzo nonché detective Marco Diaz (Enrique Murciano), legata suo malgrado a doppio filo al paradisiaco grembo delle maledette Keys, ad una culla che ormai appare più ossario, ad una palla al piede fatta di colpe, bugie e rimpianti, che nonostante ogni sforzo continua a trascinarla sul fondo, vincolandola a John, Kevin e ad un maledetto segreto.

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È proprio il piccolo di casa Rayburn il terzo custode della terribile verità celata dietro al giorno della morte di suo fratello, e gli strascichi di ciò appaiono su di lui in maniera più vivida e devastante. Come già tratteggiato nella prima stagione, Kevin vive d’impulsività, una testa calda lacerata da una paura dicotomica, l’impossibilità di essere come John e il terrore di diventare come Danny, fra i tre risulta anello debole, la sua tossicodipendenza, i problemi finanziari, i colpi di testa acuiti e resi più frequenti dal peso delle menzogne e dalla gravidanza di sua moglie Belle, sono perturbazione negli equilibri, nei piani elettorali di John e lavorativi di Meg, la sua irresponsabilità è un’ulteriore onta sul già compromesso nome dei Rayburn, ma del resto, non ci si arrende con la propria famiglia.

Triplo cliffhanger a parte, il finale di stagione non lascia presagire nulla di certo, su quelli che saranno gli effettivi sbocchi di trama e sviluppi della vicenda nel terzo e ultimo capitolo di questa epopea familiare. Certo è che l’emblematica sequenza conclusiva vede John (e il suo Danny immaginario) lasciare le Keys in auto, senza un’apparente meta, proprio come suo fratello prima di lui, e i due appaiono ora simili, l’uno stanco di rovinare, l’altro di aggiustare sempre tutto, accomunati però dall’essere in fuga da una colpa, entrambi messi davanti alla consapevolezza che essere un Rayburn, non è poi una così gran benedizione.

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