Wild Wild Westworld; un giro dove tutto è concesso

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di Pasquale Severino

 È finalmente fra noi il nuovo serial HBO, dove la fantascienza strizza l’occhio al western, dov’è la morale la vera dea bendata; e in un pilota sicuro della sua potenza espressiva, della sua magnificenza visuale, getta le basi di quest’epopea postmoderna,  la quale vanta fra le sue fila attoriali veri e propri mostri sacri, a partire da Anthony Hopkins fino ad Ed Harris, e con il Trono agli sgoccioli, si prepara a sobbarcarsi l’ingrato compito di divenire nuovo titolo di punta dell’emittente.

Un buon crossover di generi si presenta equilibrato sullo strapiombo fra forma e contenuto, prende il meglio dai suoi diversi elementi e li coadiuva al fine di potenziarne il carico espressivo se la commistione è azzeccata; mira al piano di immanenza e ci si arpiona attraverso la folle valenza del suo mondo, delle sue regole, della sua storia, dietro alle quali celare una più o meno velata affermazione di esistenza.

Ma Westworld non è una semplice ibridazione fra western e sci-fi (idea che stando a Cowboys& Aliens non sempre reca con sé una felice riuscita), nè una mera disamina delle ripercussioni etiche dell’applicazione di IA e clonazione (che abbiamo già visto in un buon film come Ex Machina, in uno mediocre come Io, Robot, e in uno di Michael Bay come The Island) ,è molto di più, è un esperimento che affonda le radici nelle dinamiche del roleplay, dando vita ad un intricato gioco delle parti in grado di assecondare quella catartica necessità di drammatizzazione di cui parla Sara Martin nel suo Costruzione dell’immaginario seriale contemporaneo, dove afferma che:

Siamo istintivamente spinti dalla necessità di drammatizzare, attraverso la costruzione di mondi altri, la nostra condizione nello sforzo e nella speranza di godere di sentimenti e di stati d’animo che si sostituiscano a quelli che viviamo nella realtà o almeno che servano da anestetico per sopportare il groviglio di emozioni con cui siamo costretti a vivere. Per nostro piacere o per la nostra incapacità di sopportare l’intensità delle esperienze reali, costruiamo attraverso il gioco, l’arte, il divertimento, nuove e articolate immagini del mondo (Martin, 2011, p.12)

Negli ultimi anni abbiamo visto i nostri schermi popolarsi di svariate epopee distopiche, variegate tematicamente quanto più in termini di effettiva riuscita qualitativa, visto draghi vampiri e licantropi, zombi creature extradimensionali e incubi incarnati delle estrazioni più disparate. Abbiamo inoltre osservato l’uomo stesso farsi mostro, alle volte dilatare e dilaniare la propria etica, sostituirla con il più primitivo concetto di sopravvivenza. Ci siamo dibattuti nelle turbe morali di Rick Grimes e compagine, davanti ai walkers un tempo parenti e amici, siamo la generazione del Red Wedding, il tradimento per noi non ha segreti né limite alcuno.

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Ma Westworld sembra essere qualcosa di differente. È il suo apparente sottotesto a profumare di interessanti novità.

L’ultima fatica di casa HBO è infine arrivata, non senza attese e rimandi, come l’inverno a lungo profetizzato da Ned Stark che con il 2018 e gli ultimi 13 episodi si porterà via il franchise di punta dell’emittente, la serie più titolata di sempre agli Emmy, un pezzo nevralgico del panorama mediale dei giorni nostri, per chi avesse vissuto fra le rovine di Valyria negli ultimi sei anni, si parla di Game of Thrones .

Si prospetta molto profonda la ferita che lascerà la dipartita delle cronache di Westeros, specie nell’ostico palinsesto del primetime ed è proprio qui che la creatura di Jonathan Nolan e Lisa Joy punterà ad intervenire per suturare sul lungo tracciato; la sfida è a dir poco ardimentosa ma Westworld e il suo pilot The Original sembrano avere tutte le carte in regola per provare a spuntarla.

Siamo di fronte ad un serial dalle premesse a dir poco intriganti, che prende le mosse da un film del ’73 di Michael Crichton (scrittore di Jurassic Park), si focalizza su un dispendioso, sconfinato e ultra tecnologico parco divertimenti a tema Western, abitato da iperrealistici droidi figuranti, programmati per adempiere a diverse professioni, ma soprattutto per creare una sorta di rappresentazione in maschera interattiva, un canovaccio collettivo inconsapevole, vissuto in loop e seguito da un reset quotidiano delle loro coscienze.

Ultima cosa, ma non meno importante: nel corso della loro permanenza, ai visitatori del parco è permesso fare ciò che meglio credono, senza alcuna restrizione etica né morale, agli hosts (come vengono definiti i suoi sintetici abitanti), tutto è lecito purchè sia fatto a loro, attrazioni reali più che realistiche, programmate per non poter nuocere agli ospiti in maniera alcuna.

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Tutto concesso insomma, in questo gioco di ruolo Hi tech, in questo videogame vivido e carnale, dove l’uomo asseconda le sue pulsioni primordiali, scegliendo se dare vita al bandito o al vice sceriffo, lasciato libero di adagiarsi sulle placide onde di questa narrazione precostituita, assecondandone la sceneggiatura, o esserne invece punto di rottura, perturbazione, villain senza scrupolo né logica alcuna.

Sono atmosfere eterogenee quelle evocate da questo primo episodio, se da un lato percepiamo la questione nevralgica dell’intelligenza artificiale e del suo affinarsi fino alla consapevolezza, rimandante a pellicole quali la brillante e succitata Ex Machina, è anche pregnante la questione dell’uomo in rapporto alla sua condizione di tecnocrate e padre demiurgo.

Sì, perché qui si vive sotto il costante sguardo di un occhio onnisciente, in grado di riprogrammare la vicenda, ripararne i bug, un’invisibile regia costruita sul controllo esercitato sui singoli caratteri e sul loro eterno giostrarsi fra un copione tracciato e una garbata improvvisazione.

L’elemento umano, incarnato dagli sceneggiatori del parco, appare come sempre pronto a scongiurare qualsivoglia anomalia, è carico di aspettative ben precise per i suoi vivi germi, trattati essenzialmente da recipienti vuoti, un pò come ogni scrittore tratta i suoi personaggi mentre li delinea, gli dona un passato, li infarcisce di motivazioni intrinseche ed inneschi psicologici.

Dinamiche come queste, tutte evocative di prodotti come The Truman Show e Wayward Pines, cominciano a gettare le basi di quello che potrebbe risultare il leitmotif del prodotto, proprio con la pellicola di Weir, fra le altre cose, Westworld condivide oltre al citazionismo tematico a monte, la presenza di un magistrale quanto granitico Ed Harris, nel ruolo non a caso di una vera e propria nemesi del suo emblematico Cristof, un cinico visitatore in grado di regalarci attraverso l’efferatezza di parole e gesti, alcuni degli zenith drammatici dell’episodio.

È sullo scarto fra le previsioni del team di screenwriters del parco e la disattesa di queste che si distende buona parte di The Original, fra gli aggiustamenti da apportare alla trama e la necessità di non spezzare l’incantesimo agli occhi dei visitatori.

La cosa crea un interessante sistema di scatole cinesi, un’innovativa parallela tracciata fra i più livelli della storia, metanarrativamente; un affresco etico fatto dall’alternarsi dei punti di vista situati davanti e dietro alle quinte di questo immenso e polveroso palcoscenico, e la loro percezione delle cose.

È una vicenda che sottintende l’estrema potenza e mutabilità, l’immanenza dei nuovi personaggi seriali, in senso più ampio dei nuovi mondi seriali, in grado quasi di sottrarsi alla volontà del proprio creatore, sinteticamente devoti alla propria realtà in maniera ossimorica, ma presto incontenibili se non dosati, perchè votati a rappresentare ciò che rende l’uomo tale, l’imperfezione, l’errore, il fulcro di evoluzione ed adattamento secondo quanto emerge dal discorso del Dr.Robert Ford, alias Sir Anthony Hopkins.

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Ed è proprio da una leggerezza (involontaria?) del Dr Ford, capo programmatore del parco, che i problemi hanno il via. Gli androidi cominciano ad acquisire una sorta di subconscio, delineato con accattivante appiglio narrativo, il quale gli consente di ripescare frammenti e sensazioni dalle proprie configurazioni precedenti,  avere accesso ad una sorta di proto memoria.

Ma ci si domanda, ottenuta quest’ultima, quale discrimine rimanga a demarcare l’uomo dal droide? Quale il creatore dalla creatura? E lo show, terminando questa sua prima tranche, può avere inizio, può lasciarci a fare i conti con i giusti cliffhanger, dopo averci concesso di preludere a parte delle sue palpitanti emozioni.

Certo è che una serie come questa, nel momento storico più immersivo delle arti visive risulta emblematica,  ci trasporta verso un’allegorica resa di uno spettatore che paga per essere agente diretto degli eventi, quasi sempre spietato, svincolato e amorale, sommerso sensorialmente dalla vicenda, sulla quale incide materialmente, come nell’universo del gaming (della gamification della violenza e del suo poter legittimante, ci parla qui Carolina Altilia).

Davanti a cosa ci troviamo dunque? A una metafora del binge watcher/gamer in preda ad un’elitaria e distorta ludopatia? O di fronte all’ennesimo ritratto dell’uomo che se libero non può fare a meno di essere homini lupus?

Forse entrambe le cose, di sicuro molto altro ancora, è presto per dirlo con certezza, certo è che Westworld resta un prodotto da tenere d’occhio, una promessa che solo il tempo ci dirà se mantenuta.

Con il suo mettere sullo stesso piano dell’esistenza: scrittore/regista, personaggi e fruitore agente, questo serial potrebbe tracciare una nuova allegorica prospettiva delle interrelazioni fra queste tre categorie, rimuginando a fondo sul concetto di interattività, livellando ulteriormente le trame di un velo di Maya, in grado chissà per quanto tempo ancora di separare i confini del nostro vivere, da quelli di centinaia di universi finzionali, sempre più immanenti e tracotanti, che si portano dietro il costante dibattito fra internauti, una crescente aderenza al nostro mondo ed alla nostra cultura, e innegabilmente una più o meno velata affermazione d’esistenza.

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