The Blair Witch Project(s); ogni cosa a suo tempo

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di Pasquale Severino

C’era una volta la Hollywood degli high concept movies e dei blockbuster canonici, la più fedele nutrice degli studios e delle sue strategie di mercato, della sacra triade formata da prevendita, pubblicità e distribuzione massiccia.

C’era, c’è sempre stata e inevitabilmente sempre ci sarà; la casa della settima arte vive prima d’ogni altra cosa dei numeri al botteghino, di statistiche e previsioni, di quel suo lato calcolatore che meno ci piace ma che accettiamo assieme al resto del pacchetto, come chi ama Walter White anche dopo aver finito Breaking Bad.

La patria del cinema è una creatura bizzarra, dalle molte facce, in continuo mutamento come il mondo che la circonda, mai uguale a sé stessa perché immersa nel suo tempo e specchio di quest’ultimo, se e quando riesce nell’ingrato compito di canalizzarne le tendenze, invischiarne il genio e far sue quelle sporadiche trovate che fortunatamente riescono ancora a rivoluzionare i generi tracimandone i confini, riscrivendone le convezioni e disattendendo le aspettative dei fruitori, impresa via via più ardua in questa terza Golden Age.

The Blair Witch Project fu a mio avviso una di queste sporadiche, meravigliose trovate.

La pellicola di Daniel Myrick (The Objective) ed Eduardo Sanchez rappresentò non solo un ritorno all’uomo proprio laddove è il sovraumano a giocare in casa, ma anche l’elusione di un preciso regime industriale fatto di investimenti pantagruelici e cifre astronomiche, sbarramenti all’ingresso aggirati da un’idea geniale quanto semplice, da una serie di peculiari e capovolgenti cambi di prospettiva.

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TBWP è un film di culto radicato nel più ancestrale dei timori, quello dell’ignoto amplificato dal verosimile, il male qui è indicale (il liquame) e iconico (i feticci) ma mai palesato, un susseguirsi di tele bianche su cui dipingere la propria personale esperienza, le proprie viscerali paure, per dirla con Deleuze, è una sorta di ritorno al cinema del veggente, verso quel livellamento progressivo del distacco prospettico che divide chi sta da un lato e dall’altro dello schermo, fino alla coincidenza su più livelli.

Su quello sensoriale attraverso le handy cam tramite cui vivere le disavventure dei dispersi in maniera concitata e a tratti confusionaria, must inderogabile di quel found footage già esplorato da Ruggero Deodato nel suo altrettanto singolare Cannibal Holocaust; ma il livellamento più intrigante risulta essere quello operato fra realtà e finzione, l’agognata quanto estrema verosimiglianza raggiunta per mezzo dell’inconsueto regime performativo  e realizzativo che precede questa pellicola, assieme alla sua astuta campagna di marketing in grado di instillare nello spettatore la psicotica aspettativa, a tratti convinzione, di trovarsi davanti a qualcosa di accaduto. Realmente.

Senza dimenticare che si sta comunque parlando del film a basso budget dagli incassi più alti di sempre, con i suoi duecentocinquanta milioni a fronte dei sessantamila dollari spesi, il film giusto al momento giusto.

Per la serie industrie culturali prendete e portate a casa.

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Arrivati a questo punto, saltando a piè pari il dimenticabilissimo quanto incoerente Book of Shadows, secondo capitolo della saga,  è il momento di tornare ai giorni nostri e parlare di Blair Witch, sequel diretto da Adam Wingard (Pop Skull) in sala in questi giorni, tematicamente consequenziale alla pellicola del ’99.

E tutte le cose positive dette sopra non fanno altro che aggravare la sua posizione.

Blair Witch è un prodotto maldestro, che prova a ricalcare lo schema narrativo della vicenda originale infarcendola di una tecnica multitasking, ogni protagonista ha una sua simil GoPro con GPS, il gruppo si orienta nel bosco tramite un drone in grado di provvedere alle riprese aeree, questo setting altro non fa se non darci una molteplicità di sguardi sulla vicenda mostratici in alternanza, tra l’altro in maniera agile e non spiacevole, il punto è che questa tecnica esiste già, è nota ai più con il nome di montaggio, e il found footage generalmente non lo ha, perlomeno convenzionalmente inteso.

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Lo smarrimento e l’alienazione, il progressivo delirio dei protagonisti, il ping pong di Hi-8 e 16mm non sono che un vacuo ricordo, sostituito da una vicenda di respiro fin troppo rocambolesco, immediatamente concitato e vittima di una gestione poco equilibrata dei citazionismi, ma che soprattutto arriva a mostrarci il mostro, aprendo la scatola che faceva sobbalzare chiunque proprio perché rimasta socchiusa per sedici anni, un survival horror  registicamente non da buttare ma né tantomeno in grado di urtare e scuotere gli animi, un film caotico fuori e  per certi aspetti piatto dentro.

Hollywood è una fabbrica di sogni, volendo di ricordi, ogni cosa si può ricreare, ogni universo finzionale riproporre, ma come ci dimostrano molteplici più o meno recenti produzioni, le atmosfere no, quelle viaggiano di pari passo con la percezione di un dato fenomeno, alcune sono difficilmente ripetibili.

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