“I will try to fix you”: MacGyver e l’arte di improvvisarsi reboot

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Di Pasquale Severino

Il proliferare delle opere derivate nel panorama cinetelevisivo in cui siamo immersi: più che un’assodata tendenza, più che un fenomeno passeggero, un must tutt’altro che in calo, un arto robotico della remix culture ormai in grado di migliorarsi autonomamente e affinare i propri meccanismi.

Di questo e di svariati esempi di rebooting, remaking et similia abbiamo abbondantemente parlato qui e qui, ed una cosa è certa: le risultanti che questa manovra reca con sé sono qualitativamente disparate (disperate se pensiamo alla shitstorm piovuta sulle pingui acchiappa fantasmi di Ghostbusters, o ai 120 milioni di perdita del disastroso remake di Ben Hur), seppur accomunate dal nostalgico richiamo a fenomeni di portata iconica, universi finzionali longevi e fuori dal tempo, di cui vagliare la tempra una volta sollevata la teca, come piante esotiche in un habitat sconosciuto.

Il nuovo panorama mediale è un contesto su cui è tutt’altro che facile attecchire al meglio: la ricerca di ritmo, profondità, immedesimazione, iperrealismo, sono tutte condizioni inderogabili per i nuovi, affinati palati spettatoriali, e lo stesso fandom preesistente, ghiotto bacino d’utenza per un prodotto derivato, può rivelarsi ghigliottina e critico più feroce, se deluso.

A camminare sulla corda tesa che separa l’episodio pilota da un’ipotetica seconda stagione, c’è oggi MacGyver, reboot CBS del celeberrimo telefilm dell’85, capace di regalare il personaggio di Richard Dean Anderson alla storia, per chi (come se fosse possibile) non ne avesse mai sentito parlare, narra le peripezie di un poliedrico agente governativo, in grado di cavarsi fuori dalle peggiori situazioni con il solo ausilio di oggetti d’uso comune, una buona dose di nozioni scientifiche e l’improvvisazione come mantra.

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Compito tutt’altro che semplice per il venticinquenne Lucas Till, quello di dare vita al main character di quest’epopea, in un panorama seriale dove la pancera di Ash Williams, la fierezza di Mulder e Scully nell’affermarsi appartenenti alla generazione pre-google, la percezione degli anni trascorsi fra le rughe sui visi dei protagonisti, hanno tutte una particolare valenza, agevolante nell’innescare l’elemento nostalgico rispetto al tentativo di rifondare un universo narrativo ex novo, cambiare volto al protagonista.

Switch attoriale a parte, per moltissimi altri versi Mac è esattamente come lo abbiamo lasciato, nel formato come nello stile; Angus odia ancora le altezze e le armi da fuoco ed è sempre accompagnato dal fedele Jack Dalton (George Eads), si dimostra sagace e impavido, soprattutto pronto a sfoderare una sequela dei suoi canonici quanto didascalici MacGyverisms (neologismo coniato dall’Oxford Dictionary per definire l’ingegnosa risoluzione di un problema con mezzi di fortuna)nel momento del bisogno.

 È un protagonista estremamente positivo, piuttosto atipico in una serialità come quella contemporanea, dominata da antieroi  e da una vasta gamma di scenari distopici, su cui l’asticella della violenza e della sua sovraesposizione svetta indisturbata (nei link un nostro punto di vista sull’estetizzazione della violenza in ambito seriale, attraverso The Walking Dead e Black Mirror).

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 Ma dal poco che si può evincere da The rising, episodio pilota , il problema di questo prodotto non sembra soggiacere nella sua, appunto, genuina positività (la quale invece strappa un sorriso), bensì in questioni inerenti al ritmo ed alla scrittura, trasudante la sopracitata didascalicità, un’estrema linearità fattuale che ci pone di fronte un nugolo di caratteri classici quanto bidimensionali, lontani sideralmente dal livello di delinearizzazione ed empatia a cui i nostri cari high concept serials ci hanno resi avvezzi.

Ciò potrebbe dimostrare come fedeltà e devozione nei confronti del prodotto d’origine ed effettiva resa qualitativa non vadano di pari passo; l’immediatezza, l’estrema semplicità diegetica e dialogica tipica di Macgyver, risulta qui un forte limite all’ingresso di un audience vogliosa d’imprevedibilità e profondità narrativa, ci si domanda quali possano essere le pretese di un serial di questo tipo sul tracciato long running, troppo presto per dirlo, ma rischiamo di trovarci davanti un prodotto fuori posto, preoccupato più di apparire fedele all’originale  che originale, maldisposto nei confronti dell’adattamento, incapace di cavalcare gli eoni del tempo avendo ancora qualcosa da dire e da dare.

 

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