Uno per tutti, tutti per otto; Sense8 e la rivoluzione empatica

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di Pasquale Severino

Terminate da pochi giorni  a Malta le riprese della seconda stagione del prodotto Netflix, le quali hanno visto avvicendarsi location come San Paolo, la sopracitata isola del Mediterraneo e la nostra splendida Amalfi; proponiamo qui un focus sulla peculiare serie dei fratelli Wachowsky, prodotto bello da vedere quanto arduo da metabolizzare, e sulla sua resa a lungo termine.

Sense8 è la riprova che per fare arte che tracci nuovi stilemi di genere, che stuzzichi, disorienti e appaghi anche i palati dei binge-watchers più allenati, il serbatoio più prolifico da cui pescare è nientemeno che la vita, o in questo caso, le vite.

Proprio come lo scorrere delle otto esistenze che tratteggia, analizzate qui con cura da Stefano Monti, quest’opera è imperfetta, ha un ritmo centellinato e sulle prime inspiegabile, a tratti macchinoso, i primi tre episodi procrastinano l’attesa di un punto di svolta che sembra non arrivare mai, inframezzati da momenti action riusciti sebbene troppo regolarmente cadenzati, mentre delineano sottotrame e motivazioni degli otto caratteri in ballo, accennando ai primi raccordi registici, importanti perché tracciano l’identità materiale del concetto di telepatia, condivisione, testa di ponte assoluta del serial , non scevro sin dalle battute iniziali da una fotografia pregevole.

Ma è proseguendo che emerge la sua vera, per certi versi rivoluzionaria, grandezza. Sense8 è un prodotto profondamente umano in senso viscerale, fatto dal disorientante quanto interessante sovrapporsi dei punti di vista, da sovraccarichi emotivi, che accomunano, legano a doppio filo e invischiano spettatore e questi otto vivi germi fra loro. Ciò rende l’opera un masso trascinato nella fase iniziale in cima ad un crinale, caricato adagio di energia potenziale, e lasciato rovinare sulla diegesi e sulle aspettative narrative, un immenso ipertesto.

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Nell’era dell’individualismo spasmodico, dello sgomitare incessante col proprio vicino di scrivania e dei (A)Social, i Sensate sono Übermensch, in grado di condividere sensazioni e stati d’animo senza necessità di spiegazione alcuna, sono colori sulla tavolozza di quello che diviene un enorme affresco umano, che sveste una pelle per dirci molto di più su quanto siamo simili seppur lontani sideralmente, di quanto le energie motrici che si dibattono in tutti noi abbiano comuni radici e le paure comuni soluzioni.

Ciò che ne consegue è lo Zenith dell’opera dei Wachowsky, forse il pieno raggiungimento di quell’idea di trascendenza di  barriere fisiche e mentali di cui pressoché tutta la loro opera è permeata(Matrix, Cloud Atlas, Jupiter Ascending), quella profonda discesa nel concetto di identità e genere. Si badi bene, quando parlo di Zenith intendo ritmico, fruitivo, non qualitativo.

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La serie come già detto si prende il suo tempo, ma ciò è necessario al fine di farci familiarizzare con le singole parti di quello che diventerà un unico amalgama, un corpus attoriale dilatato, contratto nella condivisione di competenze capacità e caratteri, nell’accettazione dell’altro come parte di sé, una creativa visione d’insieme resa in maniera pregnante dagli onirici  giochi registici dei Wachowsky  e dall’indiscutibile scrittura dei personaggi.

Sembra quasi che il fatto che la serie sia stata rilasciata in blocco, come molti altri prodotti Netflix del resto (Daredevil, Narcos) sia non una semplice strategia di marketing, ma una precisa chiave interpretativa per un’opera che prende così tanto la rincorsa prima di arrivare nel vivo, un invito più o meno sottinteso alla fruizione massiva, in grado di rendere più giustizia in questo caso della mera forma episodica, una serie non da sorseggiare ma da bere d’un fiato, fatta ad hoc per i binge- watchers.

Siamo di fronte ad un lungo e complicato mosaico, composto da persone sole che loro malgrado non lo sono più, divenute tasselli di un insieme in cui l’io ha ceduto il passo al noi.

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