‘Becoming Larry Kramer’. The Normal Heart, più di un film importante

 

di Stefano Monti

The Normal Heart’, tratto da un soggetto teatrale del 1985 di Larry Kramer e trasformato da Ryan Murphy in un lungometraggio per la televisione – andato in onda per la prima volta negli Stati Uniti sul canale via cavo HBO il 25 maggio 2014 e trasmesso in Italia il 22 settembre dello stesso anno sul canale satellitare Sky Cinema – vincitore di numerosi premi (incluso, oltre a vari riconoscimenti ottenuti da entrambi gli attori protagonisti, un Emmy come Miglior film per la TV), non è semplicemente uno spettacolo alternativo per trascorrere una serata, non è un aneddoto da sdoganare davanti al caffè con gli amici: ‘The Normal Heart’ è qualcosa di più importante, che assomiglia a un obiettivo raggiunto.

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Men do not naturally not love. They learn not to.

1981, New York. In una città sempre più underground e reduce dalle ultime esperienze di rivoluzione sessuale, la comunità gay, noncurante dei vecchi e obsoleti pregiudizi della middle-class conservatrice ma forte delle recenti rivendicazioni e finalmente libera di vivere e amarsi, senza più nascondersi, sotto la luce del sole, conduce una vita sregolata ed eccessiva, fatta di feste, discoteche sulla spiaggia e una sessualità promiscua, illudendosi di poter conquistare il mondo a suon di disco-dance e slip fosforescenti. Il film si apre d’altronde proprio con queste immagini colorate, in piena estetica anni Ottanta, dipingendo alla perfezione un suggestivo clima di festa: ma è presto evidente che quello presentato è un equilibrio troppo debole per resistere. Nel giro di pochi giorni, alcuni membri della comunità iniziano a denunciare i segni di una malattia sconosciuta, che si manifesta attraverso l’apparizione di strane macchie scure sul corpo, capace di condurre in breve tempo alla morte. Ned Weeks (Mark Ruffalo), scrittore ebreo americano dichiaratamente omosessuale, volontariamente allontanatosi da quel clima per lui troppo euforico e disinibito – è l’autore di quello che viene presentato come un radicale romanzo di denuncia proprio della comunità gay– dopo la tragica esperienza della morte di un caro amico (Jonathan Groff) decide di indagare su una tale, misteriosa patologia.

TRAILER// https://www.youtube.com/watch?v=QXl_mat0ef0

Questo episodio toccante, impossibile da dimenticare ma in fondo relegato alla sola apertura del film, costituisce per Ryan Murphy (Nip/Tuck, Glee, American Horror Story) lo spunto perfetto per la rivisitazione sistematica, efficace – e a volte violenta – di una vicenda in tutto e per tutto sociale e culturale. Seguendo le peripezie burocratiche e gli ostacoli affrontati dal protagonista e dai suoi amici, ecco dispiegarsi il percorso – contemporaneamente umano e politico – affrontato all’indomani della scoperta di uno dei virus più letali e ad oggi pericolosi per l’uomo: l’AIDS. Raccontando la storia di un uomo preciso, che insieme alla lotta civile vive la drammatica vicenda privata con il compagno Felix (Matt Bomer), la storia di un singolo si trasforma nel trampolino di lancio per raccontare la gestazione di un problema ben più grande e ben più grave, le cui conseguenze coinvolgono (sarebbe meglio dire: hanno coinvolto) una pluralità indistinta di soggetti, senza la discriminazione tipica, invece, dell’essere umano.

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As she examines Weeks, a journalist, she says that she’s heard he has a big mouth. “Is big mouth a symptom?” he asks the doctor. “No, a cure,” she snaps.

(The New Yorker, http://www.newyorker.com/magazine/2014/05/26/the-new-normal)

The Normal Heart non è semplicemente un’ottima, ben congeniata (e ben finanziata) esperienza televisiva, ma è anche più di un film socialmente impegnato: è un discorso importante. È il manifesto di un disagio universale, raccontato con tanto zelo da chi dimostra di averlo vissuto in prima persona, che finisce inevitabilmente per trasformarsi in un attualissimo grido di denuncia: una denuncia rivolta sì al passato, a quell’ignoranza disinteressata che portò milioni di persone a morire per cause allora sconosciute (esaustiva, in tutto e per tutto, è la scelta di mettere un outsider paranoico nel ruolo del protagonista); ma in particolare è una denuncia al presente in cui è uscito (2014) e alla sua superficialità. Nel pieno della presuntuosa rivoluzione giovanile del “living young and wild and free”, dove la maggior politica sembra essere diventata quella del “tanto a me non capita”, ecco che The Normal Heart ricorda che sì, può capitare a chiunque, anche a te.

After 30 years, it took the superpowers of Erin Brokovich and The Incredible Hulk to finally get this thing alive.

(Ryan Murphy’s Emmy Acceptance Speech, https://www.youtube.com/watch?v=iJYrkAXKmJM)

The Normal Heart è importante per quello che dice, ma anche per chi lo dice: la selezione del casting è operazione fondante che si accompagna necessariamente allo stesso messaggio comunicativo del film. I nomi coinvolti nel progetto sono tanti e fra loro eterogenei: Mark Ruffalo, l’Incredibile Hulk della saga Marvel degli Avengers; Matt Bomer, volto televisivo al centro di White Collar; Taylor Kitsch, il bello e impossibile, ora sul piccolo schermo nel cast di True Detective; Jim Parsons, indiscusso protagonista della serie di culto The Big Bang Theor’ e uno dei personaggi più amati dalla comunità nerd; dulcis in fundo, la sola e unica Julia Roberts.

Per raggiungere un pubblico vasto, ma soprattutto per penetrare i normal hearts a cui il film si rivolge, il potenziale comunicativo dei volti coinvolti era elemento di primaria importanza. Per questo gli attori protagonisti svolgono una parte fondamentale, già solo in quanto rappresentanti di loro stessi: il fatto che il protagonista gay e attivista convinto sia interpretato dall’incredibile Hulk, campione di virilità impersonato per il grande pubblico da un attore eterosessuale, sposato con una donna bellissima e padre di più figli, non è certo un dettaglio insignificante. A prestare la voce a questa narrazione sono quindi vere e proprie icone del contemporaneo (e di quella stessa cultura pop tanto cara al regista), ognuna di loro nata in un contesto diverso ma forte di un seguito particolare, che in questo film diventano ambasciatrici di un messaggio delicato, pronte a metterci letteralmente la faccia (come dimostrato dai poster promozionali).

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Lo spettacolo messo in scena da Larry Kramer, presentato per la prima volta al Public Theatre di New York nel 1985 e successivamente rafforzato da più di seicento rappresentazioni in tutto il mondo, nonostante abbia trovato negli anni l’appoggio di numerosi nomi dello spettacolo (fra i tanti: Barbra Streisand, Kenneth Branagh, Richard Gere e Ralph Fiennes), fin dalla sua nascita ha dovuto confrontarsi con le ostilità amministrative e culturali, provenienti sia da un esterno ancora troppo chiuso e bigotto, sia dall’interno della stessa comunità, proprio perché, come il protagonista della storia, ha sempre criticato quella frivolezza e promiscuità che agli inizi contraddistingueva lo stile di vita omosessuale.

Oggi, ogni giorno nel mondo seimila persone contraggono il virus dell’HIV.

L’importanza della messa in onda in prima serata di un prodotto come ‘The Normal Heart’ non può essere guardata come una fortunata casualità e non deve nemmeno essere dimenticata. In un momento storico dominato da nuove generazioni per molti versi disinteressate, The Normal Heart compie una scelta efficace e per nulla scontata: ricorda!, senza fuggire e senza avere paura di proferire ad alta voce ‘AIDS’, quella stessa parola che, per essere pronunciata in pubblico per la prima volta, ha dovuto attendere un discorso del Presidente Reagan nel 1986, dopo ben cinque anni dalla nascita del virus e solamente dopo ventiquattro milioni di morti.

“We’re gonna use the rest of our time to ask young people watching to become Larry Kramers. To find a cause that you believe in that you will fight for, that you will die for.”

Ryan Murphy

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