Lo zenit dell’arte in tutte le sue forme: una domenica al LAC di Lugano – 1 puntata

di Emiliano Rossi

Non sempre l’inaugurazione di un museo è una grande notizia: in Italia siamo abituati ad un certo disfattismo condito dalla solita autocommiserazione e da quella cultura della lamentela che spesso finisce per offuscare anche ciò che di positivo vantiamo. Tutto è travolto da un mare di polemiche e controversie – spartizione delle poltrone e costi dell’operazione in primis – che finiscono col rendere marginali anche le belle notizie. In Svizzera questo non succede: lo scorso settembre, nella cornice lacustre di Lugano, a un’ora di treno da Milano, l’inaugurazione del LAC Lugano Arte Cultura (http://www.luganolac.ch/) sembra aver messo tutti d’accordo. Un “centro culturale” (perché “museo” fa molto secolo scorso…) davvero al passo coi tempi. E qualcosa da imparare ci sarebbe…

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L’architettura: galeotto fu il titolo  

“Nel cuore dell’Europa, laddove il confine italiano si stempera in quello svizzero, è nato un nuovo tempio dell’arte multidisciplinare e internazionale”. Così recita l’incipit del comunicato stampa della presentazione, e durante la mia visita ho dovuto arrendermi all’evidenza: tutto vero.

29.000 metri quadrati di estensione accanto alla chiesa quattrocentesca [https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Santa_Maria_degli_Angeli_(Lugano)], affrescata dal Luini, enormi aperture grazie a vetrate che creano un senso di inclusione, una facciata di pietra verde che si fonde con le ripide alture circostanti alle spalle, il blu del lago proprio di fronte, una sorta di passerella che, con la sua forma angolare, sembra avvolgersi e rispecchiarsi nel bacino d’acqua.

Bisogna subito evidenziare quanto il nuovo fulcro culturale luganese tragga dall’ambiente circostante buona parte del suo fascino: le Alpi rigogliose e la presenza – a tratti destabilizzante – del lago color platino a pochi metri non possono non colpire (per chi non avesse realizzato: già il nome della struttura deve tutto a quel lago!). E non è un caso se questi due elementi finiscono con il forgiare simbolicamente quell’idea di porta tra nord e sud Europa che il neonato museo intende veicolare.

Nella cittadina che in origine ospitava più di cento banche si è deciso di investire in cultura (con un ampio ricorso a contributori privati [http://www.luganolac.ch/it/partner] legati essenzialmente al mondo della finanza elvetica): via i vetusti sfarzi del Palace Hotel, l’architetto locale Ivano Gianola (http://www.archilovers.com/ivano-gianola/) ha optato per la costruzione di un centro nevralgico per la sua posizione, capace di dialogare con il territorio proponendo un’offerta stimolante e variegata senza creare strappo alcuno con il contesto urbano che lo ingloba. Da qui l’idea di dar vita a una piazza sottostante alla struttura che crea un nuovo spazio sociale: è questa la nuova frontiera dei poli culturali, e gli svizzeri han fatto centro. Perché il LAC, scenografico e possente, si erge orgoglioso in cerca di visibilità e riconoscimenti, senza mai imporsi o disturbare, tanto che molte delle sue aree – come il piacevolissimo “giardino dei segreti” nella parte retrostante o l’immensa “agorà-hall” – sono sempre accessibili, a costo zero, da chiunque.

Il centro può contare su tre vaste sezioni espositive, disposte su altrettanti piani e destinate ad ospitare le mostre temporanee e le collezioni permanenti, una sala concertistica e teatrale da mille posti, l’anfiteatro en plein air e diverse sale polifunzionali e modulabili secondo le necessità.

Sul piatto ci sono arti figurative e non, teatro, musica, danza, video-installazioni, attività formative e per l’infanzia: in breve, tutto ciò che fa cultura. È il valore dato alla condivisione e alla contaminazione tra diverse discipline artistiche la cifra distintiva del LAC: una vocazione ben testimoniata da un impianto architettonico che si pone come un gioco di incontri fra arti, artisti e collettività, in un continuum con l’esterno e con un limite fra gli spazi appena percepibile. A due passi da casa nostra, una programmazione di qualità incardinata sul senso di apertura all’altro, allo sconosciuto e al diverso, fortemente improntata ad un respiro internazionale e intesa primariamente come occasione di scoperta.

Un pomeriggio al LAC ha saputo regalarmi tanto. Anzitutto, comprendere quanto il concept di museo stia mutando, quali siano le sue interconnessioni con l’economia e l’ossatura sociale del luogo che lo accoglie e come si sia riusciti a promuovere, con abili tecniche di marketing, un’esperienza ricchissima di suggestioni ma di per sé non indispensabile hanno costituito per me spunti di spiccato interesse. Inutile dilungarsi poi su quanto l’arte, in qualsiasi forma, sappia instillare emozioni, dubbi, pensieri, interrogativi in chi è disposto ad immergervisi, anche solo per qualche istante. E la stagione poliedrica, multiforme e mai banale del LAC ha tanto da offrire in questi termini: in questo primo articolo troverete qualche segnalazione delle mostre in corso o calendarizzate per il prossimo anno; a breve, sempre su questo blog, tutte le informazioni sulla programmazione musicale, teatrale e coreutica. Non ci sono scuse: chiunque potrà trovare qualcosa di suo gradimento!

Le arti: osservo dunque sono

Il MASI [http://www.masilugano.ch/] (Museo d’arte della Svizzera italiana) è la parte del LAC dedicata alle arti visive, nata dalla confluenza delle collezioni cittadine fino a pochi mesi fa ospitate in altri luoghi: capolavori europei ed artisti regionali riuniti in un unico percorso espositivo. Risultato? Un museo più forte.

La programmazione finora messa in cartellone si estende fino all’inizio del 2017: il tentativo è quello di presentarsi al pubblico attraverso una serie di mostre di diversa natura che contribuiscano a definirne l’identità culturale.

Al momento, fino all’inizio del nuovo anno, Orizzonte Nord-Sud (http://www.masilugano.ch/it/orizzonte-nordsud) assolve al compito di delineare i peculiari riferimenti culturali della regione del Ticino, da sempre soggetta a fenomeni migratori. Con una serie di lavori conservati nella collezione permanente e prestiti da ogni angolo del pianeta si riflette sul contributo artistico della Svizzera, ma anche sul rinsaldarsi dell’identità locale a partire dalle tele. Marco Franciolli, direttore artistico di questa sezione, ha spiegato che l’esposizione intende riprendere “quel ponte immaginario tra due contesti: la cultura italiana, assimilabile a quella svizzera, sua grande debitrice, e la specifica struttura governativa locale”.

Il Ticino, una regione schiacciata tra le montagne ma ispirata alle antichità nate sotto il sole mediterraneo, fu una regione in origine molto povera, con una storia di emigrazioni nelle accademie di altri Paesi che ha portato alla fusione di stili diversi: la proposta di Franciolli è il recupero e il lavoro sulla relazione di queste due realtà, inevitabile nell’ottica della costruzione di un tessuto identitario e valoriale autonomo.

Così sono nate le giustapposizioni tra Klee e Giacometti, de Chirico e Böcklin, Hodler e Wildt, Segantini e Rosso, Vallotton e Casorati. Nei suoi spazi volontariamente inondati di luce, L’homme qui marche II di Giacometti (1960) è protagonista indiscusso delle raccolte artistiche: la relazione tra questa scultura e ciò che la circonda è stata tenuta da conto nella progettazione del museo, così che la figura scheletrica di un uomo esausto che, nonostante l’asprezza della vita, continua il suo inarrestabile cammino possa contrappuntarsi con il panorama montuoso limitrofo, a creare un senso di alienazione e solitudine che, in parallelo all’umiltà della figura, si risolve in un abbraccio del singolo con il mondo circostante; un messaggio particolarmente moderno da cui non è possibile non trarre una qualche forma di riflessione.

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Se Giacometti assottiglia e scarnifica le proprie figure tanto da rendere quasi palpabile lo spazio che le circonda, Fontana buca e lacera le superfici così da permettere al vuoto di attraversarle: presto spiegata la corposa presenza dell’artista argentino che contribuisce all’indagine del rapporto fatto di rime e dissonanze, convergenze inaspettate e scarti improvvisi, che caratterizza i due secoli d’arte italiana e svizzera.

A fare da corollario ad Orizzonti, in questi primi mesi sono state presenti altre due esposizioni degne di nota: la personale dedicata alle sculture luminose dell’anglo-americano McCall, (http://www.masilugano.ch/it/480/anthony-mccall-solid-light-works) che avvolge il visitatore in un’esperienza dal forte impatto visivo e sensoriale, e l’opera cinetica del bernese Zimoun, (http://www.masilugano.ch/it/479/zimoun) connotata da una marcata dimensione ritmico-sonora. Per gli amanti delle nuove tecnologie, la sala dedicata a McCall è imperdibile: proiezioni luminose, piane, curve o coniche attraversano uno spazio espositivo completamente oscurato, delineando volumi nel fumo leggero che pervade l’ambiente.

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La ricerca dell’artista, che ha allestito gli spazi, indaga lo statuto del mezzo cinematografico collocandosi tra scultura, performance, disegno e cinema. Si tratta di un esempio di arte relazionale, particolarmente interessante anche alla luce dei recenti studi sulle implicazioni neurologiche della settima arte. Ogni opera è un’esperienza sensoriale in grado di sovvertire le abitudini percettive dell’osservatore che, immerso nel buio, vive un’irripetibile esperienza di partecipazione diretta. Fino a maggio 2016, un altro sarà il percorso che esplorerà il fenomeno della percezione: la mostra delle creazioni di Raetz (http://www.masilugano.ch/it/484/markus-raetz) partirà da una serie di incisioni, disegni e sculture di soggetti ricorrenti nell’ottica di rivelare la complessità della realtà, attraverso opere che si trasformano sotto lo sguardo dello spettatore mutando significato a seconda del punto di vista scelto.

Niente paura: a venire incontro al visitatore, potenzialmente perso nel ginepraio dell’arte contemporanea, ci penserà un ampio programma di mediazione culturale su cui il LAC ha investito risorse ed energie, così che per tutti la visita possa costituire stimolo di crescita culturale. Ci saranno spiegate anche le innovazioni di Aleksandr Rodčenko (http://www.masilugano.ch/it/488/Aleksandr-rodchenko), a cui a gennaio è stata dedicata una monografica: i suoi collage e le sue fotografie sono divenute icone del XX secolo, rinnovando la maniera in cui l’arte e la fotografia guardano al mondo.

Le relazioni tra arte e media potranno essere approfondite nella mostra Press Art, (http://www.masilugano.ch/it/507/press-art) una raccolta dedicata esclusivamente ad opere che hanno come tema il giornale (28 maggio – 14 agosto 2016), in cui si mescola racconto sociale, riflessione esistenziale e critica politica, mentre Paul Signac (http://www.masilugano.ch/it/520/paul-signac) e l’immaginario del pointillisme saranno protagonisti di una grande mostra nell’autunno 2016.

Curiosi di sapere che cosa il LAC ha in serbo nel campo della musica, del teatro e della danza? Tutto nel prossimo articolo dedicato. Stay tuned!

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