Il filtro del cinema e l’estetica dell’estremo

di Giovanni Timpano

Anche in un’epoca dominata dalle immagini, la questione di quale sia il limite oltre il quale il cinema non dovrebbe avventurarsi è ancora attuale. Farewell to Hollywood (2013), The Other Side (2015; Louisiana) e The Act of Killing (2012) sono tre documentari dall’impatto visivo quasi traumatico, ma che per questo si prestano ad offrire punti di riflessione interessanti su un diverso approccio estetico alla realtà.

Farewell to Hollywod. Regina, protagonista e co-regista del film, malata terminale di cancro, decide di abbandonare la famiglia per realizzare un ultimo desiderio: girare un film sulla sua vita.

Riuscire a lasciare la sala solo alla comparsa dei titoli di coda è forse l’impresa più ardua che lo spettatore deve affrontare nel vedere questo documentario. Le immagini, cui è costretto ad assistere, infatti, sono di una crudezza tale, che a stento si resiste alla tentazione di rivolgere lo sguardo altrove, se non, addirittura, di annullarlo. Osservare una ragazzina che si strappa letteralmente tutti i capelli, in seguito ad una seduta di chemioterapia, o che urla alla morte imminente guardando in macchina, non è esattamente quello che ci si aspetterebbe di vedere al cinema.

Farewell to Hollywood è un film in cui lo schermo diventa più sottile, in cui la morte diviene visibile. L’obiettivo del documentario e dei suoi registi, tuttavia, va al di là della malattia della sua protagonista. Il cinema rappresenta, in modo esplicito, lo strumento a cui la giovane Regina affida il compito di perdurare la memoria della sua esistenza. Così come ai suoi albori la fotografia aveva tra le sue funzioni quella di offrire un ricordo visivo di un defunto, così Farewell to Hollywood rappresenta la testimonianza audiovisiva delle scelte estreme di una ragazzina, nel tentativo di dare un senso personale alla propria esistenza. Il racconto di come Regina ha scelto di morire è in fondo il racconto stesso della sua vita.

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Louisiana. Una comunità quasi invisibile nel territorio americano della Louisiana è messa di fronte al pericolo tangibile dell’isolamento politico e dell’abbandono sociale.

Durante una masterclass tenuta da Roberto Minervini al Biografilm Festival, un giovanissimo spettatore alza la mano per chiedere se i protagonisti del film sono degli attori. Il dubbio è plausibile e il regista, infatti, sorride al ragazzo e risponde di sì, mentendo.

Quello che lo spettatore si trova davanti in Louisiana è una realtà cinematografica davvero difficile da decifrare, poiché la presenza della macchina da presa sembra del tutto invisibile, non tanto allo spettatore, quanto ai protagonisti stessi. Quello di Minervini è uno stile che mima una silenziosa osservazione, alla quale i soggetti filmati sembrano rispondere, per quanto possibile, con indifferenza. La cosa sorprendente è che di fronte alla macchina da presa succede di tutto: un minorenne fa uso di droga insieme ai genitori, il sesso esplicito è ricorrente, il dolore, la rabbia, la violenza esplodono senza alcun freno.

Minervini aumenta a tal punto l’impressione di realtà nel suo film da costringere lo spettatore ad uno scomodo confronto con la comunità rappresentata, affinché possa prenderne coscienza. In quello che è a tutti gli effetti un documentario di aspra critica politica e sociale, la crudezza delle immagini sembra ribadire con fermezza che, sebbene sia difficile considerarlo reale, anche il degrado di questo territorio della Louisiana è parte integrante dell’appetibile società nordamericana.

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The Act of Killing. I carnefici della repressione comunista in Indonesia nel 1965 acconsentono a raccontare le dinamiche delle proprie stragi attraverso una loro personale ri-messa in scena.

In un documentario in cui la violenza fa da padrona, Joshua Oppenheimer sceglie di raccontare una storia terribile attraverso un escamotage decisamente macabro. Fortemente difficile per lo spettatore è accettare che veri assassini mimino, tra freddezza e ironia, la morte delle proprie vittime.

Consideriamo la rilettura del mito di Medusa effettuata da Siegfried Kracauer in Theory of Film: The Redemption of Physical Reality. Perseo poté sconfiggere la gorgone solo osservandone il riflesso nel proprio scudo; allo stesso modo lo schermo del cinema rappresenta un filtro attraverso cui guardare una realtà troppo cruda. The Act of Killing è esattamente questo schermo. I suoi primi spettatori sono però gli stessi carnefici che, posti di fronte ad una messa in scena audiovisiva dei loro crimini, giungono a prendere coscienza dell’atrocità delle loro azioni.

Il regista, dopo aver sfruttato il mezzo cinematografico per inserirsi lentamente nella storia del massacro in Indonesia, innesca un cambiamento significativo nelle figure dei carnefici, tanto da modificare la loro percezione della strage. Il documentario supera dunque la semplice critica sociale e politica per assumere un ruolo attivo nel contesto che rappresenta. In questo senso, l’abilità di Oppenheimer sta nel documentare il dispiegarsi di una realtà che non esisterebbe senza The Act of Killing.

https://www.youtube.com/watch?v=3tILiqotj7Y

Con la rivoluzione digitale il rapporto tra il cinema e il reale ha subìto un processo di grande ridefinizione a livello teorico. L’infinita manipolabilità dell’immagine digitale consentirebbe, almeno in via di principio, di affidarsi in toto ad un’estetica virtuale.

Uno dei problemi principali che il documentario si è trovato ad affrontare riguarda, quindi, il bisogno di conferire nuova credibilità al proprio rapporto con la realtà. I tre film presi in analisi potrebbero essere inseriti in un filone artistico caratterizzato dall’estetica dell’estremo, all’interno di un contesto sociale in cui nulla di ciò che esiste sembrerebbe sottrarsi al “filmabile”. La morte, l’amplesso o la più cruda violenza vengono sradicati dal loro status di tabù cinematografici e posti al centro di questi documentari, in modo del tutto esplicito. Se lo schermo di cui parlava Kracauer filtra la realtà nuda e cruda, lo scudo rappresentato da questi film riduce a tal punto il proprio spessore che lo spettatore vacilla nell’atto di osservarlo.

L’impressione è che essi passino dall’essere “una finestra aperta sul mondo” al divenire una sorta di lente a contatto per l’occhio umano. Si tratta pur sempre di un filtro, sia chiaro. Lo spettatore, tuttavia, proprio perché sente il bisogno di distogliere lo sguardo così come accadrebbe se si trovasse davvero di fronte a quella realtà, è messo nelle condizioni di poter credere a ciò che vede.

D’altro canto in questi documentari, nonostante l’immagine digitale abbia comportato la necessità di adottare nuove opzioni estetiche, il rapporto del cinema con il reale non sembra in fondo variato. Le scelte di Regina o di Oppenheimer suggeriscono però che questo reciproco legame è forse più necessario che mai.

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