Orange Is the new Black: how can we get back to reality?

di Valeria De Bacco

Giugno non è solo il mese dei primi bagni, della rincorsa alla tintarella per non mostrare in spiaggia quanto lungo sia stato anche quest’anno l’inverno e dell’anguria fresca di frigo, mangiata con gli amici e magari un po’ di vodka. Giugno è anche il mese che tutti gli appassionati di Orange Is the New Black, per gli amici OITNB, stavano aspettando. Tra otto giorni esatti, sarà infatti possibile scoprire le nuove avventure che la prigione ha riservato a Piper e alle sue compagne di detenzione. Almeno per quanto visto fino ad oggi, è proprio il caso di dire che a Litchfield non è mai detta l’ultima parola.

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Definita come una delle migliori serie interamente prodotte in casa Netflix, Orange Is the New Black si è contraddistinta subito all’interno del panorama seriale statunitense grazie ad un’ottima accoglienza da parte della critica e alla conquista di molti riconoscimenti prestigiosi, tra cui il titolo di Miglior Serie TV Commedia ai Critics’ Choice Television Awards del 2014. Nata nel 2013, all’alba del suo terzo compleanno, può compiacersi già per le sue quattro stagioni all’attivo e per una gran moltitudine di vicende e personaggi che animano i corridoi della prigione femminile più famosa di sempre.

Lo schema può apparire quello standard: un luogo ben definito, il penitenziario, nel quale diversi protagonisti interagiscono gli uni con gli altri dando luogo a gag comiche, talvolta ricche di pathos, che mantengono viva l’attenzione dello spettatore e ne stuzzicano la fantasia. Eppure, superata questa prima impressione, è possibile notare tra i fili della trama lo sforzo creativo della sua ideatrice Kenji Kohan, che in passato ha collaborato a serie del calibro di Sex and the City, Will e Grace e Gilmore Girls – di cui l’ottava stagione è in arrivo sempre sugli schermi Netflix – dove la commedia, a tratti, sveste i panni del pudore, per abbracciare anche tematiche di più ampio respiro, quali adolescenza, stravaganza e una sessualità aperta al confronto di genere e mentalità. In questa sua opera, basata sulla vera storia di Piper Kerman, raccontata in Orange Is the New Black: My Year in a Women’s Prison, la sessualità, ma anche il conflitto razziale, il rapporto con le droghe e il potere, nonché la difficoltà dello stare al mondo, assumono forma e sostanza attraverso la voce di queste anti-eroine, di arancio e beige vestite, che sembrano tutte uscire dalle pagine del DSM, più che dalla TV. E invece, l’amara verità è che le protagoniste della serie non sono il frutto di una qualche fantasia perversa particolarmente dotata nella stesura delle sceneggiature, bensì la fotografia potenziale di una realtà che abita la vita di ogni uomo, obbligandolo a ridefinire continuamente i concetti di lealtà, morale, giustizia e potere.

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La stessa Piper, che nelle prime puntate viene presentata come il ritratto della più impeccabile borghesia newyorkese, fatta di brunch, vestiti alla moda e cosmetici al peperoncino, lungo il corso delle stagioni evolve mostrando al pubblico la sua vera identità, che, privata della maschera di figlia modello e fidanzata amorevole, si rivela essere più simile a quella delle sue ribelli compagne di cella, che non alle iconiche donne dell’upper east side. La legge della prigione è una e inequivocabile: mai mostrarsi fragile, mai abbassare la guardia. La debolezza non trova spazio nelle vite di chi troppo spesso ha dovuto rimboccarsi le maniche e affrontare la povertà, la solitudine, le ingiustizie e i soprusi. E così, Piper impara ben presto che gli ideali hanno confini assai labili, mentre la lealtà può manifestarsi nei modi più inaspettati. Vittima della sua stessa prigione mentale, è proprio nella dimensione del carcere che la bionda ragazza ricca – occhi azzurri, come da copione – trova finalmente il coraggio di guardarsi dentro e di farlo senza menzogne. Quella condizione di privazione diviene così per lei il primo momento per scoprire se stessa e affermare la propria identità, senza filtri né pregiudizi.

Questo percorso sabbatico, intervallato da svariate pene d’amore e profonde crisi autoreferenziali, la vede così fare un passo indietro e ritornare all’adolescenza, alla scoperta della propria sessualità e dei propri confini. Il suo personaggio, in questo modo, diviene il tramite tra Litchfield e lo spettatore, muovendosi tra le vite di quella prigione all’inizio con diffidenza e non pochi pregiudizi e poi con una più rispettosa confidenza, capace alle volte di mutare in affetto. In più di un’occasione, infatti, la presenza di Piper diviene quasi accessoria, mentre a conquistare la scena sono le storie delle detenute che insieme a lei scontano la loro pena e saldano il proprio debito con la giustizia. Attraverso numerosi flashback, i personaggi femminili, che da secondari diventano di volta in volta i principali protagonisti della scena, dapprima conosciuti quasi di sfuggita, assurgono ora al ruolo di esseri umani a tutto tondo, grazie a questi salti temporali che restituiscono loro la dignità all’apparenza tolta dalla divisa.

Con l’avanzare delle stagioni, anche la trama dei singoli episodi acquista maggiore spessore. Senza cedere né all’iperrealismo, né ad un eccessivo patetismo in stile Shonda Rhimes, che renderebbe tutto molto meno credibile, la vicenda trova un suo sano equilibrio nello sviluppo coerente di una trama verticale che ben si lega alle necessità delle varie puntate.

Le storie sono le storie di molte donne e molti uomini, di infanzie rubate e vite spinte troppo al di là del confine, ma anche di amore, coraggio e forza di volontà. E proprio per questo si perdonano alcuni scivoloni che puntano dritto al banale, come il tradimento del fidanzato con la migliore amica o della guardia che si innamora della detenuta. Perché, visti gli avvenimenti di queste prime stagioni, non si può che aspettare un ritorno ricco di colpi di scena!

 

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