Disabilità e dintorni: la versione di Simonetta&George

di Emiliano Rossi

Non è solo un progetto televisivo, bensì l’occasione per un’esperienza umana irripetibile: lo scorso autunno Raitre ha trasmesso in seconda serata Io&George, docu-film che vede protagonisti la scrittrice Simonetta Agnello Hornby (http://www.agnellohornby.it/), in questo periodo alle prese con le presentazioni del suo ultimo romanzo Caffè amaro (https://www.youtube.com/watch?v=CxiAw0s3nxE), e suo figlio George (http://www.rai.it/dl/portali/site/articolo/ContentItem-e4ad0467-6425-4f5b-80b9-3e7ddf61c942.html). Un viaggio in più tappe, un’esplorazione in lungo e in largo dello stivale, un grand tour esistenziale capace di regalare spunti di riflessione mai scontati, facendo luce su un tema scomodo come quello della disabilità. Sì, perché George è costretto alla sedia a rotelle dalla sclerosi multipla. Tutti avvisati però: mettete da parte pietismi e sdolcinatezze perché in un format come quello dell’autrice-avvocato londinese non c’è davvero spazio per tutto ciò.

Io&George segue la scia di due vite che attraverso il linguaggio del docu-reality raccontano la quotidianità di una malattia che continua a far paura. Un itinerario lungo il Belpaese costellato di volti, voci e realtà troppo spesso soffocati dalla retorica: si parte dalla capitale britannica, dove la siciliana Agnello Hornby (qui https://www.youtube.com/watch?v=6UPjfaDR0ao una delle sue rare interviste) si è trasferita in giovane età, città in cui il figlio quarantacinquenne ha trascorso buona parte della sua gioventù. È un inizio in piena medias res, con la descrizione della vita quotidiana di George tra moglie e figli: le telecamere indugiano sul party di arrivederci che gli amici e i parenti del protagonista, un po’ inglesi e un po’ italiani, hanno organizzato prima della “traversata”. La patologia che lentamente lo sta portando alla paralisi non è per George coincisa con la rinuncia al movimento, grazie ad una speciale carrozzina acquistata on-line che si è fatto recapitare addirittura dalla Malesia.

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Madre e figlio non hanno mai fatto un viaggio insieme in Italia: tre settimane riprese da una troupe della RAI con tanto di micro-cam installata anche tra i raggi della carrozzina, perché anche il punto di vista di una persona che osserva tutto dal basso merita di essere indagato. All’aeroporto di Gatwick, prima dell’imbarco per Milano, si scopre cosa significhi per un disabile prendere un aereo: controlli, trasbordi da una carrozzina all’altra, tante occhiate. Alla faccia di chi pensa che all’estero sia necessariamente tutto più efficiente che in Italia! Da Londra i due arrivano così a Milano, poi in treno verso Firenze, da lì in auto fino a Pisa, poi Roma, e di nuovo sull’alta velocità fino a Napoli (con Trenitalia che ha promosso in pompa magna il programma sui propri circuiti di comunicazione…), per imbarcarsi infine alla volta della Sicilia.

L’espediente narrativo del viaggio – dai poemi epici in poi largamente utilizzato in ogni forma di espressione artistico-culturale – sembra in questo caso essere particolarmente azzeccato: la trasmissione si trasforma infatti in un road-movie dal forte dinamismo che sembra quasi costituire il controcanto di una situazione come quella di George Hornby in cui le possibilità di movimento sono tutt’altro che scontate.

Da nord a sud, tante sono le avventure che la coppia si appresta a vivere: Simonetta è alla (ri)scoperta di un paese profondamente cambiato, mentre il figlio si misura – da inglese – con alcune di quelle contraddizioni tutte italiane che tanto stupiscono gli stranieri in viaggio nella penisola. E c’è spazio anche per un’immersione nella sfera della disabilità e nel concetto di accessibile: ciò che più emerge è che nel sistema sociale italiano regna ancora un senso di pietismo e una certa fatica all’accettazione, quasi come se chi si trova nelle condizioni di George dovesse chiedere scusa di esistere. Le sei puntate diventano così un tuffo nella madrepatria dell’autrice de La Mennulara (http://www.lamennulara.it/) e Il veleno dell’oleandro (http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/il-veleno-delloleandro/) ma anche un’istantanea nel rapporto tra una madre e un figlio in una Nazione che ha dimostrato di oscillare tra accoglienza e barriere, pregiudizi e calore verso l’handicap.

La cifra è quella dell’ironia, in linea con quella distintiva della Agnello Hornby, anche in un percorso che affronta la potenza di un amore materno obbligato a misurarsi con l’inadeguatezza di una Nazione che in molte sue aree – ma non dovunque, come emerge nel documentario stesso – non riesce a gestire la disabilità: in fondo, come si è a più riprese evidenziato, uno degli intenti dei produttori è proprio la sdrammatizzazione.

IO & GEORGE

“La malattia di mio figlio è la sclerosi multipla primaria progressiva, purtroppo è la peggiore, ma mio figlio è molto coraggioso e ha deciso di fare questo viaggio, perciò io sono molto fiera. Non lo so perché ha deciso di farlo, io penso perché vuole lasciare ai figli questo ricordo, che lui ha lottato per essere normale. Non me l’ha detto ma non c’è bisogno di dirle queste cose”. E, come racconta la donna, l’esperienza di George in Italia si conclude con una sorta di outing: sarà in terra di Sicilia, poco dopo gli splendori agrigentini, che l’uomo si farà fotografare per la prima volta sulla sedia a rotelle.

Viaggio come scoperta e conoscenza: un binomio da manuale che riemerge anche nel girato del documentario. Dai detenuti del carcere di massima sicurezza di Opera agli sfarzi del palco reale della Scala, dal saluto all’ “amico” Andrea Camilleri ai segni del fascismo romano accanto alla più antica comunità ebraica d’Europa, dal Gay Village della capitale all’incontro con il Presidente Mattarella, fino ai cunicoli del sottosuolo napoletano, alla ricetta del vero babà e alle tracce normanne nel Palazzo Reale di Palermo ciò che sembra dominare è il tema dell’incontro, dello scambio, dell’arricchimento reciproco. Forse una dose di buonismo gratuito ha connotato certe scelte in parte discutibili (del taglio di capelli dal parrucchiere cinese con tanto di tele-sermone sull’integrazione c’era davvero bisogno in una serie sulla disabilità?), ma questa è pur sempre l’identità di una rete che ha ampiamente dimostrato di funzionare.

A colpire maggiormente sono lo humor dei protagonisti, il loro aplomb condito da una vena tutta sicula, la loro disinvoltura, l’eleganza e la lievità della narrazione che rendono il format delicato e mai sopra le righe, fotografia e spaccato di un Paese talvolta marginale le cui bellezze nascoste valgono sempre la pena di essere approfondite: è proprio vero che non si smette mai di imparare.

Bisogna tenere a mente che la romanziera non è nuova al mezzo televisivo: la sua figura era stata già al centro della serie a sfondo cultural-gastronomico Il Pranzo di Mosè (http://www.realtimetv.it/web/il-pranzo-di-mose/), una sorta di memoir autobiografico a metà strada tra cucina e lifestyle programmato da Real Time nel 2014 (proprio a Mosè il viaggio di George avrà il suo epilogo, con una grande rimpatriata nella tavola imbandita della masseria di famiglia). Il racconto a due voci che prende forma si modula così sia sulla capacità affabulatoria della Agnello Hornby, sia dal tocco della casa di produzione, la Pesci Combattenti (http://www.pescicombattenti.it/) (la stessa che realizza Unti e Bisunti, gara culinaria tra città e paesi in onda su DMAX), che fa della narrazione “on the road” uno dei suoi marchi di fabbrica.

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Il programma, fortemente voluto dall’allora direttore di Raitre Andrea Vianello, è stato salutato come una delle poche novità nella palude di usi, riusi e ricicli dei palinsesti RAI. Non c’è da stupirsi se le associazioni dei disabili hanno brindato e suonato le campane a festa: senza alcun sottotesto moraleggiante né appiccicoso senso di commiserazione, Io&George si allontana con forza da prodotti tv come prodotti tv come Braccialetti rossi o Hotel sei stelle, che fanno della lacrima facile il primo e della banalizzazione in chiave game il secondo la propria bandiera. Se nel panorama cinematografico sono molteplici le pellicole che hanno affrontato il tema senza trasudare di un certo volemose bene (con titoli come Lo scafandro e la farfalla, Sapore di ruggine e ossa, Le chiavi di casa, Mare dentro, Quasi amici, Piovono mucche, La teoria del tutto, e la lista potrebbe continuare), in televisione non si era mai visto nulla di simile. Perché sono le barriere mentali, ben più di quelle fisiche o architettoniche, ad essere difficili da abbattere.

Si potrebbe obiettare che negli uffici stampa della RAI permanga ancora un po’ di prosaicità nel descrivere il programma facendo ricorso a una retorica che, forse allo scopo di semplificare e intercettare anche il segmento più emotivo del pubblico, finisce con l’assimilare la figura di George a quella di un bambino che non può fare a meno della sua mamma per scoprire il mondo affrontandone le insidie, ma è innegabile che un balzo in avanti sia stato compiuto. Ed è giusto riconoscerlo. Ben venga allora il tentativo di raccontare la malattia senza alcuna velleità di denuncia, ma con l’unico intento della condivisione, in un’Italia che ti aspetti e non ti aspetti in grado di trasformare l’ostacolo in risorsa: quello di Simonetta e George è un viaggio – semmai – ai limiti del nostro sistema di trasporti, non della disabilità. E i cine-operatori al seguito ben lo testimoniano. Perché se è vero che il sonno della ragione genera mostri e talvolta occorre che qualcuno li disgreghi per esorcizzarli, questa volta il servizio pubblico ha fatto davvero centro.

 

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