La non banalità del male nella Roma di Stefano Sollima

di Valeria De Bacco

Due lungometraggi. Due poteri contrapposti. La stessa città. Lo stesso regista.

Questa, in poche parole, la Roma di Stefano Sollima (https://it-it.facebook.com/Stefano-Sollima-OfficialPage-1385618851662899/), che sceglie la capitale come scenografia per entrambi i suoi film, A.C.A.B. – All Cops Are Bastards (https://it.wikipedia.org/wiki/ACAB_-_All_Cops_Are_Bastards) e Suburra (https://it.wikipedia.org/wiki/Suburra_(film)), da poco uscito nelle sale. In entrambe le opere, il tema affrontato non manca di testimonianze sia nella cinematografia che nella letteratura, eppure, nella sua lettura personale nulla appare banale, nemmeno la dimostrazione che, in fondo, il vincitore è solo.

Sollima, in qualche modo, non ha mai smesso di confrontarsi con il mondo del potere poliziesco e mafioso, nello specifico con quello dell’universo napoletano e romano, che si vede riflesso attraverso il piccolo schermo nelle serie televisive La Squadra, ma soprattutto in Gomorra – La serie e Romanzo criminale – La serie, che di per sé costituiscono entrambe una sfida, dovendosi confrontare con le opere letterarie di due autorità del settore come Roberto Saviano (http://www.robertosaviano.com/) e Giancarlo De Cataldo (https://it.wikipedia.org/wiki/Giancarlo_De_Cataldo). Tuttavia, nei film pensati per il grande schermo, seppur con alcune costanti che ricordano le caratteristiche delle serie precedentemente realizzate, si ritrova uno sguardo personale e genuino verso il mondo del potere e della corruzione, che sembrano confondersi l’uno nell’altro come riflessi in una pozzanghera, che rivela sotto la propria superficie gli scarti della città.

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Ciò che emerge nitido nel vortice di personaggi di Suburra è il potere e il fascino del male, inteso come archetipo di una forza assoluta che pervade ogni spazio e coinvolge ogni persona, fino a corrompere anche i più innocenti, una maledizione edipica che non risparmia nemmeno i bambini. E non si salva neanche chi, pur senza varcare il confine che divide giusto e sbagliato, finisce in mezzo a quella corruzione, a quell’immenso ingranaggio che tocca anche i vertici della Chiesa, costringendo tutti a sporcarsi le mani, ad uccidere e vendicare. È un mondo, quello di Suburra, che non vede negli occhi di nessuno la luce della speranza: dai politici ai cardinali, dagli alti ranghi delle organizzazioni criminali alle prostitute di classe, ognuno dei personaggi ha scelto, più o meno consapevolmente, di abbracciare un destino senza vie di uscita. E questo ricorda i protagonisti di Romanzo criminale, dove nemmeno il commissario Scialoia riesce a resistere alle tentazioni della carne, impregnando di libido non tanto la propria fedina personale, quanto piuttosto il distintivo brillante della legge. Eppure, per quanto si riconosca nei gesti di questi personaggi votati al male l’odio dei deboli, non si può non provare compassione, se non addirittura comprensione, per quelle vite passate ad inseguire sogni ambiziosi nel modo peggiore. Così, allo spettatore non è permesso di immedesimarsi in nessuno di quegli esseri umani senza dio, ma allo stesso tempo gli viene offerta la possibilità, questa sì più inflazionata, di ricordare che una qualche suburra si cela in ognuno di noi.

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Il contraltare statale impegnato nella lotta al crimine, del tutto assente in Suburra, diviene protagonista assoluto in A.C.A.B., nel quale la non convenzionalità del male trova la sua massima espressione. Perché, se di fronte ad un potere mafioso così permeabile, si è soliti contrapporre un altrettanto incapace potere istituzionale, come si sforza di dimostrare in ogni modo Saviano, raramente si indaga l’animo di chi, dentro a quella divisa, ci passa la vita. E spesso, in quella divisa, coglie un’opportunità per riscattare se stesso da una vita di miseria, passata con fatica ad inseguire le proprie illusioni. I due poteri, quello della mafia e quello espresso dalle forze dell’ordine, che sembrano piuttosto disordinate nel loro modo di esercitare il controllo, sono di fatto due facce della stessa medaglia e si assomigliano più di quanto non sembri ad una prima impressione.

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I celerini romani sono uomini all’apparenza spietati, sono leoni per agnelli. Hanno alle spalle un passato difficile e un presente privo d’amore, ed è nella violenza che trovano le risposte ad una gerarchia che li vuole sottomessi agli ordini e predisposti al sacrificio. Uniti nel segno della stessa divisa possono diventare non solo compagni di squadra, ma fratelli di sangue. Possono finalmente godere di quel senso di appartenenza negato loro dalle scelte sbagliate, complici di una vita a volte troppo crudele. Eppure, da questa massa di disperati, che piega la giustizia comune al servizio dei propri ideali, emerge la voce dell’onestà, un’onestà un po’ abbacchiata dalle botte morali ricevute per mano di poliziotti violenti, ma che nonostante tutto trova il coraggio di esprimersi.

A.C.A.B.

Malgrado l’approfondimento psicologico dei personaggi, fondamentale in questo caso per restituire allo spettatore una visione libera dai pregiudizi, sia più efficace in A.C.A.B. che non in Suburra, dove forse la mole dei protagonisti impediva di scandagliare l’animo umano più di quanto già fatto (e forse in questo bisogna riprendere un po’ Sollima, che ci fa entrare in contatto con i suoi anti-eroi giusto il tempo per vederli affondare), lo stretto legame tra le due opere consiste, forse, proprio in questa volontà del regista di confondere il bene col male, di mostrarlo nel suo aspetto più iridescente, quello di una società capovolta, dove al carnefice si sostituisce la vittima.

In giorni come questi, in cui il martedì si caratterizza per l’attesa febbrile della seconda stagione di Gomorra – La serie, diretta magistralmente da Sollima, che riesce a far brillare il talento dei suoi attori come il tramonto sul mare, ma soprattutto in cui si associa al nome di Saviano il Male più assoluto e privo speranza, è interessante notare come proprio il regista che avrebbe collaborato a dipingere Napoli come l’inferno sia stato in realtà capace nei suoi precedenti lavori di mettere a nudo l’uomo nella sua essenza più pura, illuminandone con la macchina da presa le luci e le ombre. E tutti sanno che, perché l’equazione funzioni, nel Male non può che rispecchiarsi il Bene.

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