Eugenio Santoro and the art of an unconventional gallery

di Valeria De Bacco

Per i bolognesi, e per tutti gli addetti al mestiere, il nome di Eugenio Santoro è immediatamente sinonimo di arte. E di un’esperienza maturata nel tempo, forte della sensibilità di un uomo capace di leggere non solo tra i colori delle tele, ma anche nei mutamenti del suo tempo, il nuovo modo di vivere e fare cultura. Perché, come dice lui sorridendo, “il curatore è l’artista degli artisti”.

In questo freddo inverno, gli abbiamo rivolto qualche domanda, per ricordarci di come l’arte riesca sempre a scaldare il cuore.

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La tua passione per l’arte: colpo di fulmine o innamoramento lento?

Innamoramento lento, assolutamente. Perché le cose più sono lente più si riescono a capire. Amore per l’arte che è anche amore per tutto ciò che concerne l’organizzazione e la fruizione della creatività. Per tutto quell’universo che la circonda, in grado di innescare nuove dinamiche sociali, di aprire al cambiamento e portare nuove idee. Insomma, bisogna applicare l’arte all’arte stessa.

E la tua prima mostra?

La prima mostra che ho curato seriamente, In fila per quattro, risale al ’96. Si tenne presso un circolo culturale di via del Pratello, dove esponevano quattro artisti, tra cui colei che in seguito divenne mia moglie. Andò molto bene. Soprattutto, quello fu il periodo in cui compresi che le sale comunali di Bologna potevano essere usate anche per le mostre.

C’era anche un video, ma in VHS!

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Cosa ha significato quell’evento per la tua carriera?

A partire da quel momento, ho capito che tutto quel mondo, quell’energia, avrebbero fatto parte della mia vita. Fila tutto bene, quando segui il tuo istinto. È il modo migliore per vivere. All’epoca, non c’era bisogno di tanti comunicati stampa, si poteva lavorare ancora nell’ambito di una dimensione conviviale, nella quale internet non era molto sviluppato e il cellulare non era ancora concepito come l’oggetto di massa che ora vediamo nelle mani di ognuno. Dopo le inaugurazioni, si andava a mangiare tutti insieme. Ora, invece, le sale comunali espositive del centro sono solo due o tre, una vergogna per una città con un bacino di abitanti e studenti come quello bolognese. Ma, d’altronde, è anche incredibile che in centro ci siano poche discoteche. Si esce per fare le stesse cose che si potrebbero fare a casa. Insomma, qualcosa è cambiato.

Anche il tuo progetto cambia un po’ le regole del vivere l’arte. L’idea di dare vita ad una home gallery è non solo innovativa, ma coraggiosa, deistituzionalizza l’austerità del museo, luogo di fruizione per eccellenza. Da dove nasce l’ispirazione?

La mia ispirazione nasce dalla necessità stessa, da quel mostro chiamato burocrazia, dall’indifferenza che hanno le istituzioni nei confronti dell’arte. È la reazione ai tempi in cui viviamo. Una trasformazione fisiologica imprescindibile visto il contesto in cui stiamo agendo. L’arte è viva, muta, evolve, non è mai uguale a se stessa.

Le parole chiave per definire l’home gallery (http://www.premioceleste.it/ita_artista_news/idu:47483/) di Eugenio?

Informalità, accoglienza, reciprocità, divulgazione, possibilità.

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Una prerogativa della scena artistica attuale è quella di esistere nell’universo dei social e mostrarsi il più possibile in action. Quanto contano per te questi canali e come hanno cambiato il tuo modo di lavorare?

La vera vita ormai è sui social (qui [articolo Prima declinazione] è possibile approfondire il tema). La vita virtuale è quella che facciamo noi quando ci stacchiamo momentaneamente dal computer. Sono felice di vivere questa rivoluzione. La visibilità è importante, lo dice la frase stessa: mettersi in mostra. I social sono il sogno proibito di ognuno di noi che diventa realtà, dal momento che chiunque pensa di dire delle cose fondamentali. L’uomo ha trasferito i bisogni principali (https://it.wikipedia.org/wiki/Abraham_Maslow) sui social. E anche nel mondo dell’arte vince chi riesce a trasmettere l’importanza di andare ad una mostra. In definitiva, un quadro è la cosa più inutile di una casa, ma una casa senza quadro è vuota.

Il prodotto audiovisivo è un ottimo strumento per instaurare una relazione diretta col pubblico. Secondo te, quali sono le caratteristiche che fanno di un video un mezzo vincente?

Il video è in sé vincente, perché l’immagine parla più di mille parole. È immediata e diretta, chiara e propositiva. Non si può cancellare molto, mentre una cosa scritta si può cambiare un’infinità di volte. Il fatto è che viviamo in un’epoca in cui il modo di esprimersi è diretto e immediato, per cui diventa essenziale parlare attraverso questo linguaggio. Ormai fa parte della filiera di lavoro, dal momento che mi permette di vedere errori o anomalie di un progetto, ma anche di dare nuova vita all’evento artistico dopo la sua scadenza naturale. Perché, se si vuole andare avanti, bisogna guardare indietro.

Video https://www.youtube.com/watch?v=RvFoCkcLecI

Progetti futuri?

Voglio portare avanti il corso (http://www.corsopercuratoredarte.it/) per giovani curatori, perché ho visto che ce n’è bisogno. C’è stato un buon riscontro e le persone che l’hanno fatto mi spronano ad andare avanti. Il compito del curatore è quello di riempire necessità, curare nel vero senso della parola. Sono i malati che hanno bisogno del dottore, e non viceversa.

Video https://www.youtube.com/watch?v=AKZWJY3q27Q

E cosa consiglieresti ad un giovane curatore?

Consiglierei caldamente prima di fare e poi di pensare a quello che ha fatto. Perché, a volte, pensare è per chi ha troppo tempo da perdere.

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