Speciale Cinevasioni: il carcere apre le porte alla settima arte. Il viaggio di Revelstoke: emigrare, storia di ieri e di oggi

di Grazia Di Cesare

Prosegue il Cinevasioni Film Festival presso il carcere Dozza di Bologna: giovedì è stato proiettato il documentario Revelstoke – Un bacio nel vento di Nicola Moruzzi, un’opera commovente che parla d’amore e del viaggio compiuto dal protagonista alla ricerca delle proprie radici.

Le lettere, quei pezzi di carta impressi di emozioni, dolori, paure. Lettere per amare, per sentirsi più vicini a chi è distante da noi o per sognare qualcosa che non abbiamo; lettere intrise di lacrime e ricolme di speranze. E’ proprio attraverso il carteggio del nonno, Angelo Conte, un giovane migrante veneto in Canada, che Nicola Moruzzi, regista di Revelstoke – Un bacio nel vento, ripercorre la storia della sua famiglia. Si parla moltissimo d’immigrazione oggi, l’Italia è diventata per molti migranti terra di speranza e salvezza, quello che una volta era il Canada, l’America o il Sud-America per i nostri padri. Fare i bagagli e partire sembra una cosa semplice, forse perché oggi siamo abituati a muoverci costantemente e in pochissimo tempo possiamo essere in luoghi lontanissimi da noi tornando a casa facilmente, ma prima non era così. Prima partire significava lasciare per un tempo indefinito e tendenzialmente lunghissimo la terra dove si era cresciuti e con lei gli affetti, le amicizie, gli amori per avventurarsi in terre sconosciute in cerca di fortuna, una fortuna che molto spesso si sostanziava in lavori disumani, rischiosi e sottopagati.

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Emigrare vuol dire lasciare pezzi di cuore sparsi, questi stessi pezzi di cuore che Nicola Moruzzi attraverso le lettere del nonno alla moglie Anna cerca di ricostruire, lettere che hanno cent’anni e una carica emotiva fortissima. “Emigrare è un po’ come essere in una prigione per alcuni versi” – dice Nicola Moruzzi – “la distanza è il dolore di non poter abbracciare chi vuoi in quel momento”: non poteva esserci luogo migliore del carcere per proiettare questo documentario, soprattutto in considerazione del fatto che ad oggi una grandissima fetta della popolazione carceraria è composta da migranti.Mi ha colpito il fatto che il pubblico non avesse filtri” – prosegue Moruzzi- “i giurati sono molto professionali, alcuni erano un po’ spaesati, ma comunque credo sia un’esperienza molto bella e soprattutto molto forte”. Un detenuto membro della giuria fa notare quanto il tema delle lettere fosse molto presente nella loro vita quotidiana, poiché diventano molto spesso l’unica consolazione per chi è privato della libertà, l’unico appiglio con gli affetti che sono al di fuori, lontani, per alcuni lontanissimi.

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Un documentario di famiglia che ci riporta in un’epoca lontanissima, quella del 1915, un’epoca in cui emigrare costituiva l’unica soluzione e per molti poteva significare non rivedere la terra natia: anche Angelo Conte non fece rientro a casa, vittima di un tragico incidente sul lavoro, le sue lettere varcarono l’oceano oltre la sua vita, oltre il suo respiro per poterlo rendere immortale, così come avviene ogni giorno per tutti i migranti italiani che come lui hanno avuto un percorso simile. Riflettiamo, prima di alimentare odio e xenofobia, torniamo alle radici della nostra storia, prima di chiudere frontiere e lasciar morire persone disperate, perché quello che oggi vivono i migranti è quello che i nostri avi hanno vissuto prima di noi e contro il quale hanno combattuto per poterci dare un futuro: è anche grazie a questa battaglia che molti di noi oggi sono qui.

 

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