Speciale Cinevasioni: il carcere apre le porte alla settima arte. Dopo un road movie di famiglia, anche il giovane Bergoglio di Lucchetti arriva alla Dozza!

Un figlio cerca di sanare il rapporto con la madre girando un documentario su di lei e sul suo sogno di diventare attrice. Un uomo cerca di cambiare la condizione sociale del suo Paese e trova la via del Pontificato. Per la quinta giornata, Cinevasioni propone due film distanti tra di loro per genere ma vicini per qualità. La mattinata si apre con Mia madre fa l’attrice di Mario Balsamo, regista di Latina e docente al Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo.

La sala questa volta non è piena, ma l’entusiasmo e il riscontro emozionale non mancano, a dimostrazione di come i detenuti in questo festival siano i veri protagonisti, forse più del cinema stesso. La loro presenza è capace di cambiare la percezione del film per i presenti in sala: con loro si ha la sensazione che ogni opera, anche la più impegnata, sia comunque un film d’evasione, perché è grazie alla loro partecipazione che ci si ricorda di quanto possano farti scappare dal carcere “mentale”, insito nella condizione umana, quelle immagini in movimento.

Il documentario parte come un road movie che rimanda al lavoro precedente dello stesso regista, Noi non siamo come James Bond, ma questa volta è immerso in un ambiente esotico da favola, cromaticamente ipersaturo: Balsamo cita la “vecchia Hollywood” con l’auto che sussulta davanti a fondali visibili dal lunotto posteriore. Altre immagini provenienti da un home-movie, girate nel ‘96, mostrano la madre Silvana Stefanini commentare il progetto del figlio di girare un film sul loro rapporto e si alternano alle più recenti riprese del 2014. Madre e figlio vedono insieme La barriera della legge di Piero Costa, dove Silvana ha recitato, in sole quattro scene che ce la mostrano giovane e nel fiore degli anni. Queste immagini accendono la nostalgia negli occhi finalmente umidi della donna e fanno da contrappunto a quel viaggio terapeutico e antiedipico intrapreso dal figlio Mario.

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Molti tra i presenti in sala hanno mostrato di cedere all’immedesimazione, apprezzando anche la vena da commedia morettiana, eppure, forse, la sincerità non sempre paga: ci si potrebbe chiedere tutt’ora se fosse necessario spendere settantotto minuti di girato su questa donna. E nei confronti del mondo degli anziani aveva fatto meglio anni fa Gianni di Gregorio con Pranzo di Ferragosto. Apprezzabile il fatto che sia servito all’autore per comprendere di più sua madre e forse se stesso, ma questo film verrà ricordato ancora una volta finito il festival?

Qualche giorno fa Papa Francesco ha annunciato di voler aprire le porte della Chiesa al diaconato delle donne e nel pomeriggio di questa piovosa giornata bolognese il Carcere della Dozza accoglie nella sala cinema le detenute del reparto femminile per la visione di Chiamatemi Francesco. Quello di Daniele Luchetti è il primo film su commissione (prodotto da Mediaset) e lo stesso regista dichiara ironicamente in conferenza stampa che, da non credente, non era nemmeno interessato all’argomento, ma la proposta di un viaggio a Buenos Aires lo aveva comunque allettato. In realtà, si è appassionato al film e alla storia di Jorge Mario Bergoglio in fase di realizzazione. Affrontando solo negli ultimi minuti l’elezione di Bergoglio a Pontefice, il lungometraggio si concentra maggiormente sul suo percorso umano nello scenario dell’Argentina di Videla e dei desaparecidos. In un carcere, quello di Bologna, in cui la maggioranza dei detenuti è musulmana, il film è gradito e Luchetti riceve complimenti da tutte le parti.

Tuttavia, la sensazione è quella di una sceneggiatura sgangherata, che non prende mai respiro e si fa fatica a seguire. La percezione che ne deriva è di un lungo film per la tv tagliato abbondantemente per essere inserito nel contesto cinematografico, ma tagliato male. Inoltre, al di là del tentativo del regista di stare con un piede nell’autorialità e l’altro nel cinema didattico, è difficile collocare questo film in un contesto che non sia quello della televisione italiana di prima serata (dopo Barbara d’Urso, per intenderci). Durante la visione in sala dell’ultimo lavoro del regista de Il portaborse e Mio fratello è figlio unico, ci si accorge che i buchi non appartengono solo alla sceneggiatura, ma al lavoro nella sua interezza, un enorme buco nell’acqua (che sia santa o meno sta ai credenti giudicare). Azzeccata invece la citazione che Luchetti fa sempre durante la conferenza stampa riguardo a Sullivan’s Travels di Preston Sturges del ’41, a cui questo festival sembra richiamare per il contesto carcerario e alla cui trama si fa riferimento (in particolare ad una scena: https://www.youtube.com/watch?v=MtTE8aWCe9g): perché forse un detenuto non ha bisogno di film impegnati ma di cinema d’evasione e, citando le parole di Silvana Stefanini, “ha bisogno di riposare la mente”.

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Si chiude così il concorso della prima edizione di Cinevasioni, anche se non è davvero finita qui perché in chiusura si assisterà alla proiezione speciale di Non essere cattivo di Claudio Caligari e, ovviamente, alla proclamazione del vincitore.

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