Speciale Cinevasioni. Il carcere apre le porte alla settima arte. Jeeg Robot vola anche al Dozza: quattro chiacchiere con il regista Gabriele Mainetti

di Denise Penna

Al carcere Dozza, per una delle ultime giornate di Cinevasioni, entra finalmente il caso cinematografico italiano dell’anno, Lo chiamavano Jeeg Robot (https://fuoricorsoblog.wordpress.com/2016/03/22/lo-chiamavano-jeeg-robot-le-avventure-di-enzo-ceccotti-supereroe-cacio-e-pepe/), un film che già prima di essere scelto per la competizione aveva ricevuto diversi consensi da parte dei detenuti. Posti esauriti in sala al momento della proiezione, un lunghissimo applauso e un intenso dibattito alla fine: le avventure di Enzo Ceccotti, al di là dell’esito del concorso, hanno sicuramente saputo conquistare il cuore degli spettatori alla loro prima proiezione, riconfermando l’approvazione da parte di chi invece aveva già avuto modo di gustarsele.

«Quando i ragazzi hanno scoperto il trailer in televisione, ci hanno chiesto di andare a vedere il film al cinema per poi farselo raccontare» spiegano Angelita Fiore e Filippo Vendemmiati, direttori artistici del festival, che con orgoglio hanno accolto nel pomeriggio il regista Gabriele Mainetti e gli sceneggiatori Nicola Guaglianone e Roberto “Menotti” Marchionni.

Prima della proiezione, siamo riusciti a fare qualche domanda al nuovo golden boy del cinema italiano.

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Ciao Gabriele, benvenuto su FuoriCorso e benvenuto a Cinevasioni!

Il tuo film ha avuto un grande e progressivo successo, ottenendo consensi da critica e pubblico. Poi sono arrivati anche sette David di Donatello e, dulcis in fundo, l’incontro con il Maestro Go Nagai. Ti aspettavi tutto questo?

Questo per me è un momento bellissimo. Speravo che il film andasse bene e che tanta gente lo vedesse, inoltre sono contentissimo che siano andati al cinema quasi quattro milioni e settecentomila spettatori. Sinceramente, però, non mi aspettavo né il successo di critica né tantomeno quello ai David e ad altri festival (https://fuoricorsoblog.wordpress.com/2016/04/20/dici-david-dici-sorpresa-e-la-voglia-di-sperimentare-la-vera-protagonista-di-questa-edizione-in-veste-di-suono-ed-immagine-non-lascia-alcun-dubbio-e-conquista-pubblico-e-critica/).

In Giappone, con Go Nagai, siamo stati a cena insieme e lui mi ha chiesto di fare assolutamente il sequel del film, perché gli è piaciuto tantissimo. Questa cosa mi ha davvero spiazzato. Considera che inizialmente, pur non avendo visto il film e avendo visto solo il trailer online, qualcuno mi aveva persino criticato per aver abusato dell’immagine di Jeeg Robot. E invece eccomi con il Maestro, il padre di Jeeg, seduti allo stesso tavolo; mi ha anche regalato un almanacco dei suoi lavori. Da paura!

Lo chiamavano Jeeg Robot è stato scelto per concorrere in questo festival unico nel suo genere, come ti senti al riguardo?

Sono molto contento di partecipare e credo che il film possa essere apprezzato dai detenuti. Non sono un amante di quel cinema che tratta il disagio sociale con un approccio patetico o che asseconda il senso di colpa dello spettatore. Lo sceneggiatore, Nicola Guaglianone, ha svolto un periodo di servizio sociale proprio a Tor Bella Monaca (dove il film è ambientato, ndr) per circa un anno, lavorando con ragazzini problematici, ed ha imparato a vivere il loro disagio senza compatirlo. Enzo Ceccotti è l’ultimo degli ultimi, non crede in nulla e in nessuno, ma poi ritrova la speranza: non volevamo raccontare solo l’aspetto triste della vicenda di un criminale.

Restando nel contesto, quella di Enzo è una storia di crescita, il racconto della formazione di un criminale che decide di mettere i suoi poteri al servizio dei più deboli. Dagli errori si può dunque migliorare?

Certamente. Come diceva Rocky Balboa: “Se io posso cambiare e voi potete cambiare, tutto il mondo può cambiare”. È faticoso pensare che queste persone abbiano il destino già segnato ed è sbagliato pensare che il cambiamento non possa avvenire nonostante gli sforzi. Questo è il più grande “furto” che si possa fare a qualcuno.

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Il cinema e la televisione italiana sono letteralmente invasi da storie di realtà criminale (Gomorra, Romanzo Criminale, ecc.). Nel film, la lotta tra il clan romano e quello napoletano ha cavalcato un po’ l’onda di questo fenomeno?

In effetti sì, ma ci siamo divertiti a contaminare il mondo criminale con la comicità, per cui tutto è molto parodiato. Non volevamo per forza un gangster movie o un western metropolitano, c’era la voglia di sdrammatizzare un po’ il tutto.

Parliamo del tuo cortometraggio Tiger Boy, in cui un bambino reagisce agli abusi da parte di un insegnante. Anche in questo caso ti sei ispirato ad un eroe degli anime giapponesi, l’Uomo Tigre, per raccontare molto altro. Matteo è un bambino ma il personaggio di Alessia, che pure ha subito abusi, lo richiama molto. C’è quindi un parallelismo tra questi due personaggi?

Come Jeeg Robot anche Tiger Boy è stato sceneggiato da Nicola ed è nato in un momento particolare: sono stato contattato da una società di produzione per realizzare un cortometraggio di impegno sociale e abbiamo scelto il tema della pedofilia, trovando questa efficace soluzione narrativa un po’ sui generis. Nel film successivo abbiamo quindi deciso di percorrere la stessa linea di pensiero.

Si vociferava, come dicevamo prima, di un sequel…

Non lo sappiamo ancora. Ci pensiamo e ne stiamo parlando, ma preferiamo aspettare un’ispirazione davvero interessante prima di cominciare a lavorarci.

 

É il caso di dirlo: “Corri, ragazzo laggiù…”

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