Speciale Cinevasioni: il carcere apre le porte alla settima arte. E al documentario, con le opere di due registi emergenti: “Sponde” di Irene Dionisio The Lives of Mecca di Stefano Etter

di Eleonora Galloni

Dalle lettere che sorvolano il mare agli handballers newyorkesi, i partecipanti più giovani del Festival Cinevasioni, Irene Dionisio e Stefano Etter, dipingono con i loro documentari, Sponde e The Lives of Mecca, due toccanti realtà sociali. Un pomeriggio per riflettere, per raccontare e raccontarsi, segue la proiezione mattutina del film di Francesco Rosi Fuocoammare (https://fuoricorsoblog.wordpress.com/2016/05/12/speciale-cinevasioni-il-carcere-apre-le-porte-alla-settima-arte-back-to-reality-la-seconda-giornata-di-festival-si-apre-nel-segno-del-documentario-e-dellopera-di-gianfranco-rosi-fuocammare/), per una seconda giornata di Festival ricca di spunti e riflessioni.

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 “Ma donde mai gloria più fulgida/acquistare potrei, che al mio fratello/dando sepolcro?”

Sofocle, Antigone

Si può attraversare questo mare, si arriva davvero di là, sull’altra sponda? È questo quello che si chiedono le tante anime che ogni giorno abbandonano il proprio Paese, lasciando i propri cari con un abbraccio, e si imbarcano, mute, verso un Dio localizzato a nord-est. Ci si arriva, dunque, dall’altra parte? Tante volte, purtroppo, la risposta è no.Sessanta miglia. Si può misurare la lunghezza di un sogno? Sessanta miglia separano la Tunisia dall’isola di Lampedusa, sessanta miglia di mare giorno dopo giorno inghiottono corpi, speranze, fantasie inespresse. Se per molti, moltissimi, l’altra sponda resta un miraggio, c’è qualcosa che può attraversare il mare, valicare il limite. È la parola. Cinque densissime lettere oltrepassano le acque, giungendo a destinazione. Sono messaggi d’amore e di pace, sono la storia di un’originale e ricchissima amicizia. Mohsen, scultore tunisino, e Vincenzo, guardiano di cimitero lampedusano, non hanno molto in comune. Religioni e mestieri differenti, due lingue diverse. Una cosa li unisce: l’umanità.

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Irene Dionisio racconta una realtà tanto cruda quanto concreta, riprende occhi commossi, registra voci turbate, mostra un Mare Nostrum assassino e tuttavia meraviglioso. È con eccezionale delicatezza che tocca una delle corde più sensibili del nostro tempo, dando voce a chi non può parlare, condensando in sessanta minuti una realtà durissima che diviene poesia. In cambio delle vite risucchiate, il Mediterraneo regala oggetti: scarpe, bottiglie, vetri. Solo Mohsen sembra vederne il valore, facendone un museo, una collezione, un’arte. Sull’altra sponda Vincenzo, pensionato, uomo umile, si dà da fare nel suo nobile e virtuosissimo mestiere: seppellire i corpi di chi sì è giunto a riva, ma senza vita e senza nome.“Vincenzo, amico mio, so che dall’altra parte del mare seppellisci i corpi dei miei fratelli”, ed ecco che lo scambio di lettere si fa amicizia, solidarietà, reciproca comprensione: “è come una stretta di mano sopra il mare”.

È emozionata, Irene, di vedere il suo film proiettato qui in carcere. Ad un certo punto ribalta i ruoli, e pone lei la domanda, chiede ai detenuti come hanno interpretato il documentario, se è riuscito a raggiungerli e in che modo. Il tema è sentito, qui al carcere Dozza. Come spiegato da Massimo Ziccone, direttore dell’area educativa, il caso vuole che nel gruppo “Diritti, doveri solidarietà”, i detenuti abbiano esaminato proprio le differenze tra le costituzioni tunisina e italiana. Irene ascolta, risponde, si rende disponibile. A lei interessa il concreto, l’azione, i risultati pratici capaci di dare un senso alle parole. “Al di là del lato umanitario” spiega “il mio film è politico. Queste morti hanno colpevoli, con nomi e cognomi”.  Un film per riflettere, per interrogarsi, per superare i limiti. Per lanciare, da una sponda all’altra, un messaggio universale di umanità. “Caro Vincenzo” è un messaggio di pace. E se può percorrere sessanta miglia, in fondo, può circumnavigare il mondo.

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Se Mohsen raccoglie nel suo giardino i regali del mare, Tom Vitali colleziona bambole di porcellana e possiede oggetti per ogni sfumatura di rosa. Servono, così gli hanno detto in carcere, a scacciare i fantasmi. Di certo non si immaginerebbe così la casa di un ex ergastolano, un assassino; ma sono tanti gli aspetti che questi particolarissimi protagonisti lasciano disattesi. Stefano Etter e Mariangela Marletta, rispettivamente regista e direttrice della fotografia, raccontano attraverso la saggia naturalezza del documentario tre storie, tre vite disgraziate e difficili certo, ma proprio per questo estremamente interessanti. Tre rette parallele, tre persone distinte, trovano un punto di convergenza in quella che diviene la loro personalissima Mecca, il luogo in cui praticare handball. Questo sport, che consiste banalmente nel lancio di una pallina contro un muro, diviene per loro terapia, valvola di sfogo. Tommy, Johnny Razo e Patrick si riuniscono qui, come tanti altri, non solo per giocare, ma per entrare in contatto, per raccontarsi all’altro. Ed eccoli rivelarsi alla telecamera, parlare delle proprie infanzie, dei propri padri, del passato e delle piccole manie.

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Ben diversi dai protagonisti tradizionali, queste tre persone, con i loro modi di fare eccentrici, con le loro parolacce, con le loro musiche a tutto volume, danno un originalissimo apporto ad una pellicola che vuole dipingere la realtà esattamente com’è, nuda e cruda. Niente ricamature, niente aggiunte, tutto è così, esattamente come lo si vede in quei fotogrammi, e l’atmosfera grigia di New York è tanto autentica da far credere che qualcuno di loro possa attraversare lo schermo e venirsi a sedere in platea. I detenuti ascoltano attentamente, si immedesimano, partecipano. Attraverso le voci di questi tre personaggi, Etter ha toccato tematiche importanti, con cui chiunque può sentirsi preso in causa: la paternità, l’educazione dei figli, la morte.“Cosa si prova a proiettare questo film proprio qui?” chiede un membro della giuria. La risposta del regista è quasi commovente: “Volevamo fare un film sulle possibilità e sulla speranza. Quale posto migliore di questo?”.

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The lives of Mecca colpisce per la concretezza e per la profondità di analisi psicologica. Arrabbiandosi, cantando, sussurrando e urlando con la più estrema disinvoltura, questi tre uomini stropicciano la propria anima e la gettano in terra, ai piedi della cinepresa. Etter ingegnosamente la raccoglie, la ripulisce, facendone un film.

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