Speciale Cinevasioni: il carcere apre le porte alla settima arte. Dio esiste e vive a Bruxelles come metafora di prigionia e riscatto

di Eleonora Galloni

E se vi dicessero che Dio esiste e passa le sue giornate a regolare “le leggi della sfiga universale” dal suo secolare computer, nel suo banalissimo appartamento al centro di Bruxelles? A raccontarci l’identità di questo impensabile Dio è qualcuno che lo conosce molto bene: sua figlia. Proprio così, sua figlia. Jaco Van Dormael ribalta e sconvolge completamente gli attributi della divinità, in quella che è forse la più dissacrante tra le commedie realizzate sulla sacralità della fede. Con questo film si è aperto il festival Cinevasioni, che a partire da oggi e per tutta la settimana proporrà un intenso calendario di proiezioni all’interno della casa circondariale di Dozza.

Un appartamento come tanti altri: la sala, l’angolo cottura, la lavanderia. Un lungo corridoio ed in fondo una porta chiusa. Dietro la porta, una stanza grigia. Il soffitto è così alto che è impossibile intravederlo. Attaccati ai muri, mille cassetti a comporre quello che ha tutta l’aria di essere un archivio monumentale. Nessun arredamento, nessuna finestra, solo un computer al centro. È questa la visione che ha Ea, il giorno in cui, per la prima volta, ha il coraggio di mettere piede nello studio del padre. Ah, piccolo dettaglio, suo padre è Dio.

Contrariamente a quanto trasmesso in secoli di iconografia religiosa, il dio di Jaco Van Dormael non ha nulla dell’austera aura di sacralità di cui sono intrise le immagini divine, ma anzi, è un uomo normalissimo sulla cinquantina, pigro e scorbutico, abbigliato con una vestaglia a quadri e le pantofole ai piedi. Questa impensabile divinità, nonché inetto padre di famiglia, pare possieda tutte le caratteristiche dell’anti-eroe: egoista, supponente, autoritario nei confronti di moglie e figlia, perennemente ostile e con una tendenza spiccata al sadismo. La piccola Ea, al contrario, dieci anni e una curiosità inestinguibile, è dinamica e intelligente. Armata di coraggio e di un paio d’occhi svegli e indagatori, decide che non può più sopportare una situazione giunta al suo limite estremo. Presa dalla curiosità e dalla rabbia si introduce nello studio di Dio, e si mette al computer. Con le sue manine di bambina, Messia al femminile, Ea toccherà il tasto più dolente e proibito, non solo del computer del padre, ma dell’intera umanità. Con un semplice “invio”, eccola spedire a tutti quanti, nessuno escluso, la data esatta della propria morte, con tanto di conto alla rovescia incorporato.

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Inutile descrivere gli effetti di una tale azione: oltre allo scompiglio generale sulla terra – heideggerianamente conscia (finalmente!) della propria finitudine – vi è la rabbia funesta di papà con cui fare i conti. “Prima quelli li tenevo per le palle perché non sapevano quando sarebbero morti!” grida esasperato alla sua passiva e soggiogata moglie, ma quando cerca Ea per punirla è troppo tardi, perché la piccola è già scappata: un passaggio segreto, che ha le forme di un lunghissimo tunnel nella lavatrice, le ha permesso di evadere dalla secolare casa senza porte. Ecco che inizia la più strabiliante e surreale delle avventure: accompagnata dal clochard Victor, e ben decisa nel suo intento di scrivere un Nuovo Testamento aggiornato, la protagonista se ne andrà in giro per Bruxelles alla ricerca di sei nuovi apostoli con i quali inaugurare il suo ingresso nel mondo e segnare l’inizio di una nuova era.

Tra similitudini trasposte visivamente ed effetti speciali che rendono ancora più irreale l’atmosfera, i personaggi – e lo spettatore con loro! – scivolano da una scena all’altra, muovendosi indisturbati tra realtà e sogno: pesci che volano, cieli che assumono motivi floreali, mani che ballano. Sei volti, sei vite diverse; ciascuno dei nuovi amici di Ea ha la sua storia da raccontare. Ognuno dei personaggi intrattiene, secondo la sua particolarissima prospettiva, un rapporto tutto suo con il mondo e con la morte. Dalla bellissima e malinconica Aurelie, il cui corpo nasconde una triste mancanza, al piccolo Willy, dalla confusa identità di genere, passando attraverso i topoi dello spirito libero, dell’erotomane, dell’assassino e della donna attratta dall’animalità, la piccola Ea percorrerà un cammino costellato da diverse melodie, lacrime e sogni rivelati.

Il film racchiude, nei suoi centotredici e densissimi minuti, una grande varietà di tematiche, esprimendo pienamente le potenzialità insite nella trama e mostrando tutte le sfaccettature della realtà rappresentata. Dalla musica al sogno, dall’amore alla mera sessualità, dalla religione al rapporto con l’autorità, lo spettatore si trova innanzi a quello che è un vero e proprio compendio della natura umana.

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Arrivano, come sempre, i titoli di coda. Le luci si accendono, si distoglie lo sguardo dallo schermo e si getta un occhio sul proprio vicino. È quasi con sorpresa che si realizza che non è sabato sera, e non ci si trova nel solito cinema di provincia. È lunedì mattina, e lo spettatore che siede al proprio fianco è un detenuto. Ecco che la sala di proiezione diviene un luogo capace di contenere al suo interno realtà sociali completamente differenti: il giornalista, l’alunno, il regista, il carcerato e l’universitario condividono le stesse sedie, visionano lo stesso film. È una novità assoluta, sotto ogni punto di vista.

Il film di Jaco Van Dormael tocca temi interessanti, sotto alcuni aspetti in linea con la realtà carceraria: dal contrastato rapporto con l’autorità al desiderio di libertà, dalla religiosità alla relazione con il prossimo. Uomini ai margini, cui il mondo che si cela oltre le sbarre è ora precluso, si trovano così, anche se solo per una mattinata, circondati da persone comuni. Se loro non possono uscire a passeggiare tra la gente, significa che la gente varcherà la soglia dello spazio nel quale è stata forzatamente circoscritta la loro realtà. Ecco cos’è il Festival Cinevasioni: il culmine di un percorso, certo, ma anche, come dice il nome stesso, un modo completamente originale per evadere. Il cinema e la fantasia permettono a loro modo di spiccare il volo. Ea per fuggire usa una lavatrice, al carcere Dozza si usa uno schermo.

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