Quante volte è stato detto che la storia non si fa con i “se” e con i “ma”? Beh, per fortuna qui siamo al cinema, dove i “se” possono anche cambiare il corso degli eventi

di Valeria De Bacco

Immaginate di camminare sereni nella tranquillità della vostra città. Ogni lampione, cespuglio e panchina al proprio posto, le strade quelle di sempre. Nulla sembra poter turbare il rigore di una quiete apparente, la cui forma non ricorda più il motivo di un’importante conquista, ma una spavalda certezza collaudata dal tempo. Se nell’abitudine delle vostre vite comparisse ora il fantasma di un passato così imponente da trovare ancora l’energia di agire sul presente e mutare il futuro, voi cosa direste? È storia, è passato, è fantasia o è pura follia? Oppure è Lui è tornato, il film di David Wnendt che riflette su Hitler al tempo degli amici virtuali e delle frontiere reali.

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Cosa accadrebbe se Hitler non fosse mai spirato nel suo bunker al centro della Berlino bombardata e si risvegliasse oggi, in una città multietnica e moderna, che dalle ceneri di quei giorni ha ricostruito la propria identità con così tanta fatica, nascondendo e negando una storia talmente pesante da non sembrare nemmeno più umana e reale? A questa domanda, il regista prova a trovare una risposta ispirandosi al celebre romanzo tedesco scritto da Timur Vermes, il quale dopo aver trovato una grande accoglienza di pubblico in patria è stato tradotto e distribuito in molti paesi (in Italia è edito dalla casa editrice Bompiani, che paragona il lavoro dello scrittore alla comicità di Woody Allen  http://www.bompiani.eu/libri/lui-e-tornato/). Neanche a dirlo, l’Hitler 2.0 trova subito nell’universo mediatico ed informatico il supporto ideale per ogni sua nuova missione propagandistica, divertendo il paese con battute spavalde e pratiche soluzioni ai problemi dell’uomo contemporaneo, ma soprattutto, l’ex dittatore, la cui finezza d’ingegno non manca mai di centrare il bersaglio, incontra, ancora una volta, il terreno fertile affinché le proprie idee scaldino gli animi e portino le persone a seguirlo. Le reazioni del suo nuovo uditorio mostrano infatti un’inaspettata tendenza all’approvazione, un desiderio di riporre la propria fiducia nelle mani di un’autorità capace di mostrarsi con le proprie azioni efficace al pari delle proprie parole, ferma, solida e risolutiva. Hitler non solo riscuote consensi tra la maggior parte della cittadinanza, ma stupisce per l’incapacità di spaventare la folla dei suoi nuovi e potenziali elettori. Convinti di osservare un mostro appartenente al passato, molti di loro non riescono più a percepirlo come una minaccia reale, vicina e verificabile.

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Ne emerge un concentrato di cinismo e satira, volto a mostrare come la minaccia di un possibile totalitarismo serpeggi ancora tra le persone di una stessa nazione, pronte a cedere all’odio con la facilità di uno scherzo. Uno dei tratti caratteristici del film è costituito infatti dalla scelta compiuta dal regista di girare molte scene documentarie: nei panni di Hitler, Oliver Masucci ha così intercettato molte persone disposte a ridere, parlare e confidarsi con il finto dittatore. Un esperimento bizzarro, che tuttavia si è dimostrato molto efficace nel porre da subito la riflessione sul più alto piano morale, sapientemente calibrato dagli elementi ironici di cui si nutre l’opera e la stessa recitazione del protagonista. Quest’ultimo si è sottoposto a lunghe ore di preparazione per riuscire a personificare il difficile ruolo assegnatogli, in bilico tra serietà e caricatura. Insomma, il risultato è un misto di documentario e finzione, nelle quali il carisma del Führer si dimostra fin dall’inizio la cifra distintiva dell’intero discorso.

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Forse, è proprio a causa di questa rappresentazione giocosa e al tempo stesso schietta della Germania contemporanea e del suo vecchio dittatore che il film non ha riscosso molti successi in seno alla critica tedesca, ma d’altronde si sa, parlare degli scheletri nazisti nascosti nell’armadio non è mai stato molto facile nemmeno in passato. Tuttavia, il film ha il pregio di sfruttare un caso particolare, quello della Germania nazista e razzista, per ampliare il proprio orizzonte al ben più importante contesto universale. In un gioco di linguaggio metacinematografico, in cui la sovrapposizione di verità e finzione sembra svelarsi come una matrioska russa, il messaggio appare lapalissiano: si può viaggiare negli anni e nei continenti, si può fingere di dimenticare o si può scegliere di costruire santuari alla memoria, ma non si potrà mai rimuovere Adolf Hitler l’archetipo dall’animo umano. Lui è la zona d’ombra presente in ogni individuo, il nemico reale ed onnipresente. Lui solo è l’odio, l’intolleranza e la rabbia, e lui solo è la guerra e la distruzione. Ma è anche la pace, la luce oltre le tenebre dell’animo umano.

Così, questo film, che in Italia è stato distribuito sotto forma di evento dal 26 al 28 aprile, ma che a partire dal giorno 9 dello stesso mese era già disponibile nel catalogo di Netflix, invita a riflettere e a ricordare, ma attraverso uno sguardo frizzante, privo di quell’intento moralizzatore che in casi di massima serietà riduce tutto all’estrema divisione tra il Bene ed il Male. Lui è tornato esorta apertamente il suo pubblico a scegliere da che parte stare, ma prima di dividerlo in buoni e cattivi, annienta ogni possibile distanza, togliendo la maschera del dittatore e lasciando semplicemente l’uomo a viso scoperto.

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