Le confessioni di Roberto Andò, quando il silenzio parla più di ogni parola

di Valeria De Bacco

Un albergo nella Germania del nord, otto ministri, il direttore del Fondo Monetario Internazionale, una scrittrice, un musicista ed un monaco. E il cane. Così si presenta al pubblico l’ultima opera del regista palermitano Roberto Andò, che apre il proprio baule di conoscenze per dare vita ad un film complicato, crudo e poetico al tempo stesso, uno di quei film che impongono all’anima una riflessione, ma le regalano il dono inestimabile del cambiamento.

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Già dal trailer (https://www.youtube.com/watch?v=hJHasaVnegE), il film strizza l’occhio al cinema di Hitchcock promettendo suspense e mistero. Lo spettatore viene da subito invitato a prendere parte ai festeggiamenti per il compleanno di uno degli uomini più importanti del mondo, Daniel Roché, interpretato dall’attore francese Daniel Auteil, perfetto nella sua parte, senza che ciò comporti la benché minima spiegazione. Da subito si percepisce una strana inquietudine, dovuta non solo al discorso tenuto dal festeggiato, ma alla presenza estranea ed austera di un monaco, Roberto Salus, silenzioso nella sua tunica bianca. Mentre la festa continua, riservata e composta, il film procede in un’alternanza di piani ed inquadrature volte a sottolineare la profonda distanza tra ciò che semplicemente accade e ciò che invece, apparentemente, tutto muove e governa. In quella notte avviene un evento, che per il mondo intero ha il valore di un battito d’ali, eppure potrebbe lasciare dietro di sé le conseguenze più catastrofiche: Daniel Roché, dopo aver lungamente parlato con Salus, viene trovato morto, nella sua stanza d’albergo, all’alba di uno dei momenti più cruciali della storia economica mondiale. E tutti, nessuno escluso, cominceranno a porsi delle domande.

La più grande risorsa di quest’opera risiede forse nella capacità di analizzare l’animo tormentato dei protagonisti attraverso gli occhi di un personaggio esterno al loro mondo, un uomo che al contrario sembra aver placato i tumulti del cuore e trovato la risposta ad ogni domanda. Così, chiusi nel proprio eremo di economiche certezze, i ministri si troveranno a fare i conti per la prima volta con la loro coscienza, un sentimento che appare non solo estraneo alle logiche di mercato, ma persino dannoso all’andamento di borsa e sistema. Sole, fra tutte, appaiono vive e perciò autentiche le voci dell’innocenza, rappresentata metaforicamente dalla penna della scrittrice per bambini Claire Seth, e quella dell’umanità redenta e illuminata, che vede in Salus il suo portavoce e deve a Toni Servillo una stupenda interpretazione. La visione di un sistema mondiale retto dal volere e dalle intenzioni di pochi, cui spetta decidere del destino del mondo, potrebbe apparire alquanto drammatica, complottistica e persino un po’ allucinata se vista con distacco. Eppure Roberto Andò è un intellettuale come se ne ritrovano pochi al giorno d’oggi, che dà ad ogni parola il suo peso e la sua misura, per cui è estremamente plausibile che proprio in questa tesi di fondo si celi il più importante significato dell’opera. Ovvero, che egli abbia espresso esattamente quanto volesse comunicare, per quanto scomodo e provocatorio.

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Certamente, a sostegno della complessità relativa alla lettura dell’opera e allo spessore delle tematiche affrontate – la divisione netta tra il Bene ed il Male ed il potere morale insito nella libertà dell’uomo di fare una scelta – vi sono le soluzioni iconografiche e illuministiche messe in atto dal regista, con le quali riesce ad equilibrare i toni austeri e solenni. La luminosità si dimostra un elemento fondamentale del discorso, grazie alla sua alternanza di luci ed ombre, che svelano il continuo duello tra le forze del Bene e del Male, tra una verità impossibile da portare alla luce, ma necessaria per uscire dal buio. Anche i luoghi, che perlopiù sono interni, si rivelano asettici e freddi, privi di alcun calore umano come i corpi dei loro ospiti. Sono spazi funzionali ad esprimere una sorta di non luogo, distaccato da tutto, persino dalla realtà, al punto da divenire quasi irreale. Allo stesso modo si presentano i protagonisti, esseri umani talmente insensibili da aver perso il calore nel proprio sangue. Per loro valgono solo le formule matematiche e l’inconsistente speranza che al cuore possa sempre sostituirsi il denaro. Il loro essere così distaccati dalla realtà li porta a divenire figure eteree, fantasmi di un passato di gloria nel quale riponevano ogni certezza, prontamente messa in pericolo dalla presenza di Salus, che con il proprio modo d’agire, ben simboleggiato dal suo stesso nome, offre loro un invito alla vita. In questa lotta continua, giocata tra potere e libertà, molti sono i richiami alla storia dell’arte, ai capolavori di Caravaggio e Mantegna, a dimostrazione di come il regista conduca sapientemente la propria storia scena dopo scena. In questo trionfo dell’immagine, la musica è minima, fondamentale nel sottolineare i passaggi di maggior pathos, ma altrimenti funzionale a comunicare l’importanza del silenzio, che nel film esprime più di molte parole.

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Impossibile non pensare all’ultimo Sorrentino di La grande bellezza e Youth, per l’uso dell’elemento musicale e per le atmosfere oniriche proposte anche in quest’opera da Andò, il quale tuttavia rimane fedele ad una tematica che nel corso dell’opera analizza ed esprime con rigore e lucida chiarezza. Sarà forse merito della sua formazione, condotta sul cammino dei grandi e di Francesco Rosi in particolare, se oggi Roberto Andò è in grado di proporre al pubblico un’opera davvero necessaria, dal tema assai complicato, ma che scena dopo scena viene ben argomentato e non riserva perciò nulla del nonsense di alcune opere recenti. Le confessioni è un film che fa male, ma proprio perché lascia un segno lì dove meno si vede, cura l’anima dal rumore del mondo.

 

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