“Reboots are made for cash-in(?)”: quando il remake la fa da padrone.

di Pasquale Severino

È  più  facile  cambiare l’insegna  ad  un  locale  e  affiggervi  di  fianco  un  cartello “Nuova Gestione” che ricostruirlo  dalle  fondamenta, più  agevole  smussarne  i  tratti  più  obsoleti,  superati,  e  restaurarlo, barcamenandosi su un  labile  confine fra  l’ennesima procreazione  assistita figlia  di  industria  culturale  e  ricerca  di  marketing,  e  l’afflato  mistico  che  di tanto  in  tanto  uno  o  più  visionari  riescono  ad  infondere  in   una  creazione preesistente,  a  volte morente, altre già  da tempo tumulata.

La Hollywood che conosciamo e seguiamo ha fatto ormai da anni di questa sopracitata oscillazione il suo mantra quasi inderogabile: reboot, remake, spin-off, tie-in e qualsivoglia tipologia di opere derivate saturano le programmazioni, le line-ups dei festival, l’orizzonte del panorama delle arti visive in maniera prepotente, prorompente, quasi folle. Se, per dirla con le parole di Einstein, la follia è “fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi”, la follia ripetitiva a cui siamo di fronte è ben diversa dal morboso “Chi gioca in prima base?” di Rain Man, è ben calcolata, le frecce nella sua faretra recano incisioni sull’impennaggio, diciture come “convergenza”, “crossmedialità”, “franchise mediale” et similia. Nella società globalizzata della libera e sempre più svincolata fruizione cine-televisiva, delle piattaforme interattive, della crescente    frammentazione dell’audience, la corsa all’oro verso le nuove forme di fidelizzazione di pubblico percorre un groviglio di tangenti ora distinte, ora convulsamente intersecate. Ciò che permane ed emerge è la volontà di sedimentazione, di immanenza, di portare gli internauti ad un dibattito diversificato e costante   designando la fondazione di un vero e proprio immaginario, un magma pulsante, instabile, di estrazione prevalentemente seriale ma a cui il cinema camaleonticamente si adatta, avente come linfa vitale l’interattività, il cozzare fra caratteri, punti di vista, opinioni, il contrasto che genera vita come nella filosofia di Anassimandro.

Insomma, se Hollywood ha intrapreso questa manovra, c’è da battersi il petto e fare un parziale mea culpa perché è anche e soprattutto a causa nostra se ciò è accaduto, per via di quella innata tendenza al familiare, al ritorno verso il già noto. Tale tendenza regna sovrana in seno all’audience, che, alla voglia di novità, preferisce chiedersi chi sarà il villain di The Amazing Spiderman 3 (stroncato da pubblico e critica, ma pronto a rinascere dalle sue ceneri per la regia di Jon Watts e con il  giovanissimo Tom Holland nei panni di Peter Parker), oppure quale crociato mascherato verrà fuori dalla performance di Ben Affleck in Dawn of Justice, vista la disastrosa resa in Daredevil, dove riesce a far invidiare agli spettatori la cecità del suo personaggio e cela un’affermazione di esistenza dei caratteri, germi vivi perché oggetto del dibattito pubblico.

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Il caso di Batman è emblematico per capire quanto disparati siano i possibili esiti di un reboot: basti pensare a come la diade di Joel Schumacher abbia tagliato le ali all’uomo-pipistrello su tutti i fronti, nonostante purosangue del blockbuster e attori degni di nota (Carrey, Lee Jones, Thurman, Clooney etc.), mentre la  trilogia di Christopher Nolan, seppur troppo osannata e qualitativamente eterogenea, abbia rifondato un  genere cinematografico,  elidendo fra le altre cose il confine fra comic-movie e noir poliziesco, oltre ad aver  reso il volto scarno ed emaciato di Heath Ledger nei panni di Joker un’icona pop. Il comic-movie è ovviamente un genere di riferimento per le dinamiche di remaking e rebooting, in quanto la disponibilità copiosa di proto-sceneggiature da estrapolare dagli albi e di fallimentari esperimenti cinematografici passati rendono il fumetto un naturale alleato della tempistica industriale Hollywoodiana, che fra traduzione e tradimento scaglia nel calderone produttivo un personaggio dopo l’altro.  Genera così cerchi concentrici, in un domino a cui Marvel e Dc hanno dato un volto con una più o meno ipotetica calendarizzazione di ben trentanove pellicole fino al 2020,  pellicole  fra  cui  i personaggi sgusciano, saettano, muoiono e si reincarnano, ricorrendo e determinando un ecosistema narrativo, in cui a onor del vero sembra dalle ultime uscite (Ant-man, Fantastic  Four,  Age  of Ultron) che le spese per CGI e cura per sceneggiatura e impianto narrativo siano sempre più inversamente proporzionali.

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Questo se non si vuole scandagliare una fetta più ampia di produzioni, che ha visto avvicendarsi remake e sequel qualitativamente imbarazzanti a prescindere dalla risposta del botteghino, come Teenage Mutant Ninja Turtles, Jurassic World e Godzilla, remake per cui nemmeno il duo Bryan Cranston-Ken Watanabe riesce a far nulla. La Hollywood del rebooting continua  dunque ciclicamente a dare un volto a personaggi di fantasia, e contemporaneamente fantastica su personaggi reali, è un luogo dove i Biopic pagano, ipnotizzano la Academy e proliferano con frequenza davvero destabilizzante, forti della  componente  sensazionalistica  del  “tratto  da  una  storia  vera” (The Revenant, The Walk, Suffragette, Bridge of  Spies) e allo stesso tempo di quella voyeuristica innescata dalla possibilità di sbirciare la vita controversa di personaggi altrettanto controversi (TrumboJoyAmy, Steve Jobs, etc.).

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Particolare il caso dell’opera sull’istrionico leader della Apple Computers, affidata a Danny Boyle con Michael Fassbender che riceve il testimone di un disastroso Ashton Kutcher. Tornando al titolo, ci si chiedeva se  reboot e simili fossero un trend incasso-centrico o un dare nuova luce e identità a storie e progetti  preesistenti, sembra che rappresentino principalmente l’assecondare una tendenza, quella di dare all’audience esattamente ciò che si aspetta, tuttavia è nella disattesa che si cela il reale stupore, come afferma Woody Allen infatti: “Il  pubblico  vuole  vedere sempre gli stessi film: bisogna deluderlo, sennò non si farebbe nulla di interessante nell’arte”.

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