Dici David, dici “sorpresa!”: è la voglia di sperimentare la vera protagonista di questa edizione. In veste di suono ed immagine, non lascia alcun dubbio e conquista pubblico e critica

di Valeria De Bacco

Dopo gli Oscar, che fanno sobbalzare i cuori di star e appassionati, ecco arrivare, puntuale come ogni anno, un altro importante appuntamento che vede protagonista il cinema italiano. Stiamo parlando dei David di Donatello, ovviamente, che lunedì hanno tenuto sveglie le platee nostrane e regalato molte emozioni, anche se, diciamolo, il successo di Lo chiamavano Jeeg Robot (https://fuoricorsoblog.wordpress.com/2016/03/22/lo-chiamavano-jeeg-robot-le-avventure-di-enzo-ceccotti-supereroe-cacio-e-pepe/) e Perfetti sconosciuti (https://fuoricorsoblog.wordpress.com/2016/03/23/perfetti-sconosciuti-indicazioni-per-luso-non-rifatelo-a-casa/), un po’ ce lo aspettavamo!

Il film di Genovese, incentrato sulla verità più o meno trasparente con cui ogni giorno la generazione della multimedialità è costretta a confrontarsi, conquista infatti non solo il Premio come Miglior film, ma anche quello per la Miglior sceneggiatura. In altre parole, Perfetti sconosciuti vince non solo per quell’equilibrio perfetto tra quiete e colpi di scena di cui è intessuta la trama, ma anche per il coraggio dimostrato nell’eleggere la parola più di ogni altro a vero protagonista del film, una scelta intraprendente che veicola la voglia del cinema di rinnovare il proprio linguaggio, all’interno di un panorama votato alla spettacolarizzazione. E non è certo un caso che oltreoceano Il caso Spotlight di Tom McCarthy, un altro lavoro che ha creduto fortemente nella forza della propria sceneggiatura, possa oggi vantare i medesimi riconoscimenti. Sarà che Genovese, che dedica il proprio traguardo a Giulio Regeni, all’importanza della verità crede davvero e per questo convince.

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Nonostante abbia perso queste due importanti categorie, Lo chiamavano Jeeg Robot non si è fatto mancare proprio niente, ottenendo ben sette statuette e molte nominations. Il regista, Gabriele Mainetti, vince il premio come Miglior regista esordiente, dopo aver conquistato anche il Premio Ettore Scola al Bari International Film Festival, tenutosi a inizio mese. Sono inoltre stati premiati, e come non farlo, Claudio Santamaria e Luca Marinelli, rispettivamente come attore protagonista e non. I due interpreti, proprio come nel film, si sono fronteggiati per il titolo, che, come da cliché, è andato ancora una volta al lato buono degli eroi. Quello che invece ha destato non poco stupore è stato il Premio come miglior attrice vinto dall’ex “gieffina” Ilaria Pastorelli, che si contendeva la statuetta insieme ad altri importanti nomi del cinema, del calibro di Valeria Golino e Juliette Binoche. Chissà che il Grande Fratello, oltre che ad aprirle le porte del mondo del cinema, non le sia stato un utile fonte d’ispirazione per il ruolo della provinciale persa in un mondo di fantasia?

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Un’altra opera che non si è accontentata di vincere un David soltanto è Il racconto dei racconti – Tale of tales, di Matteo Garrone, che, già premiato al Bari Internation Film Festival, conquista il titolo come miglior regista. Sono riconoscimenti alla tecnica e all’estetica dell’opera quelli che hanno premiato la scenografia, il trucco, i costumi, le acconciature e gli effetti speciali, nonché Peter Suschitzky, come Miglior autore della fotografia. Eppure, Garrone non aveva fatto mistero delle difficoltà riscontrate sul set proprio in relazione alle modalità lavorative del fotografo, la cui maniacale precisione in fatto di luce e carpe diem si era da subito scontrata con l’abitudine del regista di riprendere in maniera più fluida e spontanea. Insomma, una fatica ben ricompensata la sua!

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Certo è che, a conti fatti, non può non dispiacere un po’ per Caligari e il suo Non essere cattivo, che nonostante le sedici candidature ha vinto solo un premio, quello al Miglior fonico, e per Gianfranco Rosi, regista di Fuocoammare, vincitore dell’Orso d’oro di Berlino e candidato a quattro David, il quale è rimasto a bocca asciutta, sebbene il suo fosse un film dalla tematica decisamente d’effetto e spessore. Forse l’immigrazione in patria non paga come all’estero, o forse il documentario, proprio per la sua natura così umanitaria – si sa che poi il sentimentalismo non paga – e per lo schieramento di valori di cui è portatore, non è stato ritenuto idoneo al pari di opere in qualche modo rivoluzionarie come quelle di Mainetti e Genovese. Eppure, un premio tutto suo Rosi lo vince, conquistando il pubblico per la sua infinita dolcezza, ricordando che si finisce sempre per essere lo straniero di qualcun altro.

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