In America attraverso gli occhi di Samuel e Fabri

di Valeria De Bacco

Per tutti i non addetti al mestiere, Samuel Giudice e Fabrizio Falcomatà, a.k.a. Stopdown Studio (http://www.stopdown.it/), sono due che hanno fatto della fotografia e della creatività la ragione del proprio destino. Dagli scatti immortali della vita ai viaggi oltreconfine, fino al set di America (http://www.stopdown.it/project/america-film-backstage/), l’importante è metterci dentro la propria passione e farlo con il cuore. Nel 2013 sono stati al fianco del regista Alessandro Stevanon sul set del pluripremiato America (http://alessandrostevanon.com/#section-work), cortometraggio che ritrae lo storico personaggio del capoluogo valdostano, l’ex becchino che ama definirsi il primario del reparto eternità, mostrandone il lato più intimo e sconosciuto, quello di “una vita immaginata a far correre i nani, fatta di castelli in aria e amorevoli gesti terreni”.

America locandina - FOTO 1

Quando avete capito che da grandi avreste fatto i fotografi?

In realtà è stato tutto un divenire. Abbiamo sempre avuto entrambi la passione per l’universo dell’immagine e anche se ci siamo avvicinati a questo mondo con approcci diversi è quello che ci dà la possibilità di esprimere al meglio quello che abbiamo dentro. Quando abbiamo capito che era una cosa che funzionava è stato il momento in cui a livello professionale ci siamo trovati a dover compiere una scelta. Allora ci siamo messi in gioco davvero.

Avete un curriculum da paura e ne sapete un sacco. Al di là della tecnica, qual è il vostro segreto?

In realtà, il nostro segreto è quello di continuare a meravigliarci del mondo circostante e di avere sempre sete di imparare cose nuove. La tecnica conta fino ad un certo punto, poi lascia il posto alla creatività. In fondo, restiamo sempre dei bambini, ci piace giocare con la vita e stupirci con essa.

Tra le vostre qualità, c’è anche quella di essere degli ottimi insegnanti. Cosa consigliereste alle future generazioni di apprendisti fotografi?

Durante le lezioni, quello che insegniamo ai corsisti è che fare il fotografo non è un lavoro per tutti, bisogna metterci quel qualcosa in più. Serve tantissima passione e, in Italia, molta determinazione. Questo mestiere, purtroppo, sta perdendo il proprio valore e viene sempre più sfruttato, per cui è molto difficile, come dire, riuscire a stare a galla. La cosa fondamentale è non farsi svalutare da compromessi quali fare le foto in cambio di pubblicità, perché è un mestiere e come tale va retribuito. Va riconosciuto per la tecnica e l’esperienza di coloro che offrono il proprio servizio. Studiare, applicarsi e vedere come evolvono le cose, ma anche continuare a specializzarsi e migliorare la propria tecnica, specializzandosi secondo uno stile personale è fondamentale per essere riconoscibile, in un momento in cui la fotografia si sta appiattendo tantissimo. In questo panorama, emergere è per certi aspetti più complicato, ma d’altro canto ci sono mezzi come il web che lo rendono anche più semplice.

Parlando di America di Alessandro Stevanon, cosa ha significato lavorare su un set? Era la prima volta che vi capitava?

Era la prima volta e ha significato un sacco di cose. È stato interessante per capire come funziona una produzione, seppur piccola come quella di un cortometraggio, e tutte le dinamiche che si nascondono dietro ad un set. Inoltre, ha significato nuove prospettive e nuovi contatti. Tra noi e Alessandro si è creata subito un’ottima sinergia, che ci ha permesso di capire immediatamente cosa volesse e allo stesso tempo ha aiutato lui a trasmettere con precisione le idee che aveva in testa. Lui è un grande professionista, che stimiamo molto e con cui stiamo continuando a collaborare.

Pino America - FOTO 3

Rispetto ad altri progetti fotografici, quegli scatti, oltre ad essere in sé bellissimi, hanno una storia particolare?

Beh, diciamo che è stato tutto particolare, dal momento che avevamo tempi molto stretti e abbiamo dovuto ritagliare degli spazi per stare con Pino durante la fase di riprese, per poter ritrarre qualcosa che fosse anche parte di noi. Non abbiamo degli aneddoti nello specifico da raccontare, se non il fatto che abbiamo avuto l’occasione per scoprire Pino sotto una luce diversa da quella che tutti conoscono. Ecco, la particolarità sta nella connessione che in così poco tempo siamo riusciti ad instaurare tra noi, in maniera quasi spontanea, come era accaduto con Alessandro.

Pino America è un personaggio che ha un mondo tutto suo nel cuore. Come è stato entrare in contatto con lui attraverso l’intimità offerta dalla fotografia?

In verità, molto spesso la cosa più difficile è proprio riuscire a stabilire un contatto, ovvero a creare quel ponte che ci permette di raggiungere il soggetto attraverso il filtro di una lente. Anche in questo caso, è stato fondamentale parlare con lui e relazionarsi con il suo spazio, che protegge in maniera molto energica. La sera è un’altra persona, rispetto a quella che ci ha svelato durante le riprese. È un personaggio, il suo modo per alzare delle difese verso il mondo esterno. Quello che ci è piaciuto è stata proprio la sua disponibilità ad aprirsi. È stato un momento magico.

Alzarsi la mattina e poter fare della propria passione un lavoro, migliorandosi ogni giorno: più fortuna o più coraggio?

Entrambe. Entrare in studio col sorriso e mettere tutte le proprie energie in ciò che si fa con passione è una cosa bellissima, specialmente perché è sempre più difficile guadagnare, per cui questo si traduce in soddisfazione per tutto ciò che non arriva sotto il profilo economico. Fortuna è stata capire il percorso che volevamo intraprendere nella vita, tutto il resto è coraggio. Abbiamo cominciato da autodidatti e quando abbiamo aperto il nostro studio e ci è voluto molto coraggio: ci sono state quelle volte in cui ci siamo guardati negli occhi e ci siamo chiesti se ne valesse la pena. Finora ci siamo risposti di sì e i risultati sono arrivati. Noi continuiamo a provarci fino alla fine, a cambiare si fa sempre in tempo!

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