Storie di mare e di carbone: il viaggio di Gian Luca Rossi nelle terre di Saline

di Valeria De Bacco

In quest’ultima edizione di Cinemambiente (http://www.cinemambiente.it/), il Festival di Cinema che da ormai diciott’anni si svolge a Torino, baluardo moderno della tutela ambientale, ha partecipato anche un regista che dalle vette innevate della Valle d’Aosta ha scalato il palco per ritirare il Primo Premio della Giuria al Miglior Documentario Italiano. Per festeggiare questo successo, ci ha raccontato alcuni segreti del film, regalandoci anche qualche aneddoto personale.

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Come è nata la passione per il cinema, è stato un colpo di fulmine legato ad un evento in particolare?
Mio padre è sempre stato un grande appassionato di cinema e fin da molto piccolo mi portava in sala con lui, anche un paio di volte la settimana. Entravo e passavo da una sala all’altra. Vedevo un sacco di film. Spesso anche pellicole per un pubblico più adulto. Lui faceva il giornalista, io ho sempre amato scrivere. Tuttavia, intorno ai dodici o tredici anni ho deciso che avrei voluto dedicarmi al cinema. E non ho mai cambiato idea.

Cosa ami di più del tuo lavoro?
Spesso si vedono più le difficoltà. Non è un lavoro sicuro. Non si guadagna molto, a meno di entrare in certi circuiti, che per indole e carattere ho frequentato senza riuscire ad adattarmici. Quello che amo è la possibilità di fare un lavoro che è anche la mia passione. Anzi, un lavoro che coniuga le mie passioni: la parola, il suono e le immagini. E poi, il fatto di usare il mio mestiere per favorire nello spettatore uno sguardo critico, cercare di ampliare i suoi punti di vista sul mondo.

Nel 1996 ti sei diplomato in regia presso l’École Supérieure d’Études Cinématographiques (http://www.esec.edu/index.php). Cosa ti è rimasto più impresso del tuo percorso di formazione?
Finito il liceo, mi sono iscritto al DAMS a Bologna e sono rimasto lì due anni, però volevo imparare le tecniche e la pratica del cinema ed il DAMS non era una scuola che potesse formarmi in tal senso. Gli anni che ho passato a Parigi sono stati molto produttivi, intensi. La cosa che più mi ha segnato, oltre il fatto di aver avuto ottimi docenti, è stato il lavoro di gruppo, svolto con persone provenienti da ogni parte del mondo. La condivisione delle esperienze e del sogno di lavorare un giorno nel mondo del cinema. Fra i miei migliori amici, uno è stato candidato all’Oscar come montatore e altri hanno realizzato film più o meno importanti. Comunque, molti continuano a lavorare in questo settore. Non credo soltanto per la qualità tecnica dell’insegnamento che abbiamo ricevuto, ma anche e soprattutto per la forte valenza etica che presupponeva.

Vivere in Valle d’Aosta segna un limite per il tuo lavoro, oppure è uno stimolo per guardare oltre le montagne e ampliare la tua ricerca?
Ad un certo punto della mia vita, ho scelto, più o meno casualmente, di tornare a vivere in Valle d’Aosta. Non pensavo di rimanerci a lungo. Ma presto ho costituito KOROVA, la mia ditta di produzioni audiovisive, e non mi sono più spostato, se non per realizzare alcuni lavori. Sicuramente vivere in un luogo così isolato, non aiuta il mio lavoro. Almeno dal punto di vista economico. Spesso mi trovo a dover lavorare fuori e a spendere un sacco in spostamenti e alloggio. Ma allo stesso tempo, è un ottimo posto dove far crescere i miei figli. E le cose migliori che ho fatto, come Mare Carbone, anche se girate in gran parte fuori, sono nate qui. Insomma, la Valle offre il suo punto di vista sul mondo ed io cerco di partire da lì, piuttosto che far finta di essere altrove.

Lo scorso ottobre, il tuo ultimo lavoro, Mare Carbone, ha vinto il Premio della Giuria come Miglior Documentario Italiano al Festival CinemAmbiente di Torino. Da dove nasce la necessità di questo progetto e cosa ha significato per te questo premio?
Il progetto nasce dal desiderio di raccontare una storia ed una terra, che avevano l’urgenza di essere narrate. La famiglia di mia moglie è originaria di Melito di Porto Salvo (RC). La loro casa dista poche centinaia di metri dal sito dove SEI intende, o forse dovrei dire intendeva, costruire la centrale a carbone di Saline Joniche. Lei scende lì ogni estate da sempre. Io da quando la conosco. Ci siamo sentiti toccati. Come una bella fetta della popolazione. Io sono un filmaker, il mio modo per far conoscere quella storia, per sensibilizzare le persone, è fare un film. Così l’ho fatto. A mio modo, evitando il documentario d’inchiesta che è un linguaggio che non mi appartiene.
La selezione in un festival importante come Cinemambiente e il premio ottenuto, sono una grande soddisfazione, perché ci ripagano di due anni di lavoro intenso e di sacrifici. Ma, soprattutto, è una gratificazione importante per tutti quelli che ci hanno sostenuto e per chi si batte contro una scelta che inciderebbe pesantemente sulla vita di un territorio che ha già molti problemi.

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È un documentario che denuncia la gestione sconsiderata di un territorio, quello calabrese, a tratti ancora incontaminato. Il cinema, per te, può essere anche uno strumento per dare voce a coloro che per le dinamiche di potere sono costretti al silenzio?
Il cinema è uno strumento di espressione. Come tale, l’uso che ne facciamo dipende solo da noi. Io cerco, nel mio piccolo, di dare voce al dissenso. E spesso chi dissente o chi si trova in una situazione di sfruttamento non ha voce. Il cinema, specie quello documentario, ha il dovere di restituirci le voci ridotte al silenzio. Certo, poi servono anche orecchie capaci di ascoltare e canali di diffusione che spesso mancano. Movies Save the Planet era lo slogan di questa edizione di Cinemambiente. Non so se i film salvino il mondo. Ma se sei un filmaker è meglio credere che sia così, almeno un po’.

Cos’è cambiato dal tuo primo lavoro, Ho ammazzato Berlusconi, a Mare Carbone?
In realtà, prima di Ho ammazzato Berlusconi, ho girato altri lavori. Cortometraggi, reportage, videoclip… Ho ammazzato Berlusconi è l’unico che ho girato con una troupe di trenta persone e una produzione non mia. È stata una esperienza disastrosa. Io e Daniele Giometto, il coregista, avevamo pochissima voce in capitolo su tutte le scelte. Le intenzioni della sceneggiatura sono state in gran parte stravolte. I rapporti con la produzione sono stati pessimi, da ogni punto di vista. Probabilmente è stata anche sfortuna. Certamente eravamo troppo ingenui e volevamo a tutti i costi fare il nostro primo Film con la F maiuscola.
Ora sono convinto che, con un terzo del budget, avremmo potuto realizzare un lavoro venti volte migliore, se solo avessimo osato produrlo noi, fuori da ogni meccanismo da cinema industriale. Ecco, Mare Carbone è la dimostrazione che si può fare un buon lavoro con un budget minimo ed in totale autonomia. Certo, è un documentario, ma ci sono esempi di cinema fatto di idee e non di soldi anche nei lavori di finzione.

La protagonista, Margherita, intraprende una ricerca umana personale, che diviene quella di un intero territorio. Margherita è tua compagna nella vita, oltre che sul set. Quanto è stata importante la sua presenza nella realizzazione dell’opera?
Beh, l’idea di fare un film sulla vicenda di Saline nasce da lei, dall’amore che nutre per la terra dei suoi nonni, minacciata dallo sciagurato progetto di costruire una centrale a carbone in un luogo già ferito da precedenti speculazioni.
La sua presenza è stata fondamentale, soprattutto in fase di scrittura. Durante le riprese era incinta di sette-otto mesi e con una bimba di due anni. Non era facile, né per lei, né per me. È stata una sfida. Al di là delle ovvie difficoltà nel lavorare con una persona con cui dividi anche la vita di tutti i giorni. La cosa più difficile per me è stato adottare il suo punto di vista, uno sguardo femminile. Non lo avevo mai fatto nei miei lavori precedenti.

L’innocenza e la purezza dell’infanzia sono un elemento cruciale del film. Essere padre ha cambiato qualcosa anche nel tuo modo di vivere il cinema?
Ha cambiato il mio modo di essere uomo e di conseguenza anche il mio lavoro di filmaker. Essere genitore, oltre a tutte le gratificazioni che comporta, ti rende più responsabile, non solo dal punto di vista pratico. Ci si chiede cosa lasceremo in mano ai nostri figli, che mondo consegneremo loro. Questa è una delle domande fondamentali che Mare Carbone pone allo spettatore.

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Nel film, recitano “le voci e i volti del territorio”, che offrono una spontaneità e una dolcezza uniche all’opera. È stato difficile entrare in contatto con la realtà di Saline e con le persone che vi abitano?
Si trattava di entrare in un mondo che non era il mio e che anche Margherita conosceva solo in parte. Abbiamo cercato di farlo con rispetto ed onestà. Molte persone ci hanno aiutati. La troupe era composta per metà di tecnici calabresi, questo è stato fondamentale.

Ci sono alcune scene che colpiscono per la loro poesia, come quella dei bambini che giocano a pallone o le immagini del mare che con il loro azzurro riscattano lo scempio compiuto dall’uomo. È stata una ricerca specifica compiuta per questo film o fa in qualche modo parte della tua personale poetica?
Amo filmare la realtà, cercare di cogliere gli aspetti interessanti ed esteticamente stimolanti anche nelle cose più insignificanti o in quelle che il senso comune considera brutte. Cercare con lo sguardo della macchina da presa di riscattare luoghi e persone dimenticate o peggio oltraggiate. In questo caso, penso che il soggetto fosse molto congeniale alla mia poetica.

Qual è il ricordo più bello che hai delle riprese di Mare Carbone?
Sono un inguaribile amante del cibo, quindi direi un pranzo, durante una giornata di pioggia, a Bova Superiore, in Aspromonte. Abbiamo mangiato una fantastica lestopitta, una specie di piadina tradizionale, e i ragazzi del locale ci hanno fatto bere il vino che fanno per le loro famiglie e sono restati a parlare con noi a lungo. Quel giorno faceva davvero brutto. Era difficile portare a casa qualche bella immagine, ma sulla strada del ritorno ho visto uno dei tramonti più belli della mia vita, con le nuvole che coprivano tutti i paesi a valle e fra queste nubi si stagliava in lontananza, solitario, l’Etna. Un momento bellissimo, che è entrato nel film. Eravamo così presi che abbiamo lasciato le automobili con i fari accesi, mentre lavoravamo. E quando abbiamo fatto per ripartire, nel buio e nel silenzio dell’Aspromonte, non si mettevano più in moto. Per fortuna la strada è tutta in discesa…

Del film hai curato anche la fotografia e il montaggio. È una prassi che fa parte del tuo lavoro ed è in qualche modo fondamentale per entrare in contatto con il girato in maniera più completa?
Spesso fotografo e monto i miei lavori. Non sempre è una scelta artistica. A volte è semplicemente la soluzione più economica e quella più praticabile. Ho curato la fotografia nei lavori di altri registi. E per Mare Carbone avevo un’idea piuttosto precisa dell’immagine del film, quindi era naturale che fossi io ad occuparmene. Ma i due operatori con i quali ho lavorato, Gianni Vivaldo e Guillermo Laurin, sono stati molto bravi a capire dove stessi andando e a girare secondo le mie indicazioni.

Un’ultima curiosità sul film: il titolo è molto bello ed evocativo, come è venuta l’ispirazione?
Inizialmente avevamo solo un titolo provvisorio, Mare e Carbone. Effettivamente, la dicotomia fra questi due termini, riflette molte delle contraddizioni e dei contrasti che volevamo raccontare. Ma il titolo mi pareva scontato e didascalico. È bastato togliere una congiunzione: Mare Carbone.

In passato hai studiato al DAMS di Bologna. Che ricordi hai della città?
Amo tutte le città dove ho vissuto: Parigi, Roma e Bologna. Bologna è quella dove torno più spesso. Per anni l’ho vista un po’ appannata, un po’ opaca. Ma forse è un’impressione dettata dalla nostalgia. In fondo, quando sbarcai a Bologna nel 1992, tutti mi dicevano: “ora Bologna fa schifo, ma sette o otto anni fa…”
Ora la vedo bene, viva e vivace. Ci sono tornato per la color correction del documentario, che ho affidato ad Alessandro Paci, un ottimo colorist che vive e lavora a Bologna.

Cosa significa per te poter trasmettere le tue conoscenze e cosa consiglieresti ai giovani che vogliono avvicinarsi alla materia?
In realtà, negli ultimi anni, sto insegnando soprattutto recitazione (il teatro è la mia altra grande passione e mi sono diplomato in regia teatrale presso il Centro Internazionale La Cometa) e ne sono contento. Mi permette di continuare a fare teatro e farlo nel modo che preferisco, avvicinando i giovani alle arti della scena e indirizzandoli in un percorso formativo. La mia esperienza come allievo di una accademia di teatro, per tre anni, a tempo pieno, mi ha dato tantissimo anche come uomo. Ho avuto insegnanti come Nicolaj Karpov, che sono dei maestri di vita, oltre che dei giganti della didattica teatrale. Ai ragazzi cerco di passare prima di tutto un concetto: recita bene o male ma fallo onestamente. Beh si applica anche alla regia, a teatro o nel cinema: dirigi bene o male, ma fallo onestamente. Con tutto ciò che questa affermazione implica.

Hai già in serbo qualche progetto per il futuro?
No, ho alcune idee e sto iniziando a lavorarci. Ma non ho ancora deciso quale sarà quella su cui mi concentrerò ora. Molto dipende anche dalle possibilità di finanziamento.

Per concludere, quale sono i film che non possono mancare nella tua videoteca?
Continuo a nutrirmi di classici. E potrei citarne tantissimi. Fra gli italiani, forse per le mie idee, che continuano a nutrirsi di anarchismo, ho un debole per Ferreri. Ma i tre film italiani che potrei vedere mille volte sono Salò di Pasolini, I pugni in tasca di Bellocchio e Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Petri. All’estero amo molto il cinema delle avanguardie storiche. Poi Kubrick, Malick, Scorsese… e molti altri… Farei prima a dire chi non mi fa impazzire, come Tarantino. Ecco, sul suo cinema, io e mia moglie non siamo proprio d’accordo.

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