Benvenuti in casa Gallagher

di Angelo Talarico

Pensate ad una bella famiglia, il classico quadretto con tutti i suoi membri riuniti davanti al camino: il padre in carriera, ma sempre presente per i figli e pronto a dispensare validissimi consigli di vita; la mamma multitasking ma con il sorriso stampato in faccia e i capelli in perfetto ordine; e poi, i figli, felici e spensierati nonostante la moltitudine di problemi adolescenziali da cui sono afflitti. Bene, ora prendete questo pensiero e rivoltatelo, sconvolgetelo fino all’estremo, fino a concepirne l’esatto opposto.

Siamo nel Southside di Chicago, e stiamo per bussare alla porta di una casa dove alcol, droghe, imbrogli, sodomia e vizi più disparati dettano legge, dove ciò che siamo soliti definire nucleo familiare è ormai un vago ricordo. Il nome sul campanello non può che essere “Gallagher”.

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Per chi negli ultimi cinque anni avesse vissuto su un’isola deserta, stiamo parlando di una serie TV americana concepita sullo stampo dell’omonima versione inglese più anziana di qualche anno. La versione yankee ha riscosso molto più successo, giungendo fino alla sesta edizione (preview:https://www.youtube.com/watch?v=g2X55FHWpjU), segnando indici di ascolto sempre maggiori. Come anticipato, il serial parla di una famiglia tutt’altro che ortodossa, ma comunque lontana dagli stereotipi del padre ubriacone che malmena i figli, costretti, questi ultimi, a cedere ad una vita di strada. Al contrario, sono le loro rocambolesche disavventure a tenere uniti genitori, figli e amici in un elettrizzante reticolo di relazioni che, a botte di colpi di scena ed exploit che inaspettati è dir poco, tengono lo spettatore incollato alla poltrona.

Eppure, la TV ci ha abituati a figure totalmente diverse, che raccontano la vita nel suo trascorrere quotidiano, con le problematiche che affliggono qualsiasi persona “normale”, senza mai discostarsi eccessivamente dai toni famosi della “pubblicità per biscotti”. Sempre cari ci saranno i consigli del reverendo Eric Camden di Settimo Cielo o le divertenti lezioni di vita di Michael Kyle di Tutto in famiglia, quando a macchiare l’idea immacolata dell’universo familiare bastava un “conformista” Malcolm. Ormai le carte in tavola sono cambiate, Frank Gallagher e la sua turbolenta prole hanno distrutto ciò che la serialità ci aveva insegnato riguardo la famiglia, lasciando direttamente che siano le loro disfatte e i loro fallimenti a farci la morale.

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Stiamo parlando sì di una famiglia disfunzionale e disagiata, ma che trasmette un messaggio a volte molto più genuino di altre serie del piccolo schermo, così come la varietà dei temi trattati facilita l’immedesimazione dei diversi spettatori. Alternando sequenze drammatiche con una grossa fetta di umorismo, sempre poco ortodosso e “scorretto”, Shameless mostra il ritratto dei suoi personaggi alle prese con situazioni reali, ma quasi sempre estremizzate. Ciò che risalta di più nella “convivenza” con la famiglia Gallagher è la possibilità di entrare in contatto con tante diverse realtà, tutte racchiuse sotto lo stesso tetto. Le avventure di Fiona, Lip e dei loro fratelli affrontano, nel bene o nel male, temi e problemi sociali diversi, che in molti casi possono toccarci da vicino, senza mai cadere in risvolti ridicoli, scontati o addirittura inverosimili. I toni, manco a dirlo, restano sempre sopra le righe.

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Shameless racconta storie credibili di personaggi attualissimi, che si muovono in un mondo in cui non risulta per nulla difficile rispecchiarsi. Le cinque stagioni trascorse ci hanno mostrato sequenze sapientemente alternate tra dramma e ilarità, il risultato è una serie “corale” più che riuscita, dove non è un protagonista a muovere i pedoni sulla scacchiera, bensì un intero ingranaggio perverso e maledettamente geniale di personaggi e situazioni.

Non ce ne vorrà il reverendo Camden, ma noi ai sermoni domenicali preferiamo gli after, anche perché nel primo caso non è finita poi tanto bene…

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