Ash vs Evil Dead: la morte ti fa bella

di Pasquale Severino

Il ritorno allo schermo di Ash Williams è un concreto, cruento, frenetico esercizio di coolness della diade Campbell-Raimi, che in due episodi ha (quasi) completamente fugato i dubbi di chi credeva che la saga Evil Dead non avesse il propellente necessario per scrollarsi di dosso le polveri accumulate in ventitré anni di stop e librarsi, traslare, dal grande al piccolo schermo, da un epoca a un’altra, rapportandosi con palati spettatoriali mutati nel tempo, nuovi registri e dilazioni narrative.

A Raimi non serve una tediosa retrospettiva sui trascorsi del suo leading actor (che pancera di pelle e rughette d’espressione a parte, appare intonso e subito pronto all’uso) in questo abbrivio di stagione in cui si preferisce andare subito al sodo. L’incipit è composto da due episodi ma concepito come una sorta di continuum diegetico dai contorni ancora fumosi, che pur pregno di quadri esplosivi, in cui il sangue scorre copioso avvolgendo caratteri, setting e infine strabordando sull’occhio della cinepresa fino alla bocca dello stomaco dello spettatore, non lascia presagire il tracciato long running dell’epopea di Williams e compagni, i suoi ipotetici svincoli narrativi.

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Ciò che conta è invece fondare un’estetica, palesare la rosa di elementi e linguaggi cardine tramite cui le peripezie di Ash si susseguono e ci vengono mostrate, riducendo al minimo l’intreccio e facendo vorticare comicità splatter, uno slapstick di respiro grottescamente esilarante, shaky cam, jumpscare ben manovrato e mai fine a sé stesso; tutti colori sulla tavolozza di Raimi, che appare regista ispirato e solido quanto demiurgo di una comicità demenziale con cui fu già in grado di soverchiare i canoni di un genere cinematografico.

Ispirato dunque, si diceva, l’uomo con la macchina da presa in questo primo (e ultimo, per quanto concerne la sua direzione diretta) episodio, quanto Michael Basset che ne raccoglie il testimone nel secondo. Il prodotto appare agile nel passare dal tono un po’ più crepuscolare e canonicamente horror, riscontrabile nelle vicende di uno dei centellinati comprimari di Campbell, il detective Amanda Fisher, a quello propriamente camp e goliardico che caratterizza il main character e la sua compagine in cui spicca un brillante Ray Santiago a discapito di una finora macchinosa Dana Delorenzo.

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Comprimario dilagante, ospite attesissimo e onnipresente è sicuramente, come già detto, il sangue (non Lucy Lawless, lei è apparsa solo per una manciata di secondi e sembra già saperla lunga) che battezza i protagonisti come il petrolio di There Will Be Blood, in una cerimonia in cui passato e presente si incontrano commistionandosi, dove è un moderno time warp a sancire il tanto a lungo agognato ricongiungimento di Ash con la sua amata, devastante motosega da polso.

Nelle prime battute del serial è infatti l’innovazione tecnica ad asservirsi al recupero dell’elemento passato, nostalgico, e non viceversa, in una miscela che non trasuda forzata pretestuosità ma profuma d’omaggio ad un fenomeno di culto eighties, revitalizzato prima che rivisitato, attraverso una regia sempre accurata e non scevra di virtuosismi (meravigliosa la sequenza del primo episodio in cui la torcia della detective cadendo a terra rotea lentamente, creando un ansiolitico gioco di luci).

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Cosa ci insegna Ash vs Evil Dead? Cosa ci insegnerà? Qual è il suo effettivo apporto al panorama seriale contemporaneo? Ovviamente è ancora prestissimo per dirlo, difficile non interrogarsi su quella che sarà la resa di Raimi e compagni nel lungo, ardimentoso tracciato del serial, di fronte al progressivo saturarsi dei fatal flaws, al problematico mantenimento della tensione drammatica, l’avvizzimento, l’annaspare fra i flutti dell’impianto dei caratteri, specie di personaggi così ameni, per ora dalla consacrata tendenza generale all’approfondimento della personalità, alla delinearizzazione psicosomatica come mantra inderogabile.

Certo è che “Chi ben comincia è già a metà dell’opera”, e per l’ultima fatica di Sam Raimi era difficile immaginare un incipit più deflagrante, pulp e ben riuscito.

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