Lo vaco, quando il vuoto si riempie di significato

di Valeria De Bacco

La Valle d’Aosta è una regione che potremmo definire, senza peccare di eccessiva superbia, una delle mete predilette dagli sportivi di tutta Italia, con le sue vette innevate, le passeggiate e la polenta al formaggio mangiata negli chalet riscaldati dal fuoco. Eppure, questa città nascosta tra le montagne affronta ogni giorno le sue molte contraddizioni. È esattamente in questo divario che si colloca la ricerca di Alessio Zemoz, che attraverso la sua sensibilità fotografica ha saputo trasmettere l’intimo legame tra l’uomo e la propria terra. Con il progetto Lo vaco – Il vuoto, ha conquistato il Premio Fotografia Italiana Under 40, riempiendo l’assenza di pura bellezza.

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Cominciamo dal principio, quando nasce la tua passione per la fotografia? C’è stato un evento particolare che ha suscitato la tua curiosità verso quel mondo?

La storia del mio avvicinamento alla fotografia non è poi così speciale, ma è comunque una storia. È stato il susseguirsi ravvicinato di due particolari episodi che intorno ai diciotto anni mi hanno fatto entrare in contatto con questo mondo, in una maniera che definirei quasi privata. C’erano alcuni tra i miei compagni del liceo che nel tempo libero si divertivano con la macchina fotografica, sperimentandone le potenzialità e producendo qualcosa che oggi, con maggiore consapevolezza rispetto ad allora, potrei definire dei risultati interessanti. All’epoca infatti non comprendevo appieno il linguaggio fotografico e la moltitudine di significati che potevano celarsi in uno scatto, ma ne fui comunque conquistato. Così, tutto è cominciato, con una reflex anni ’80 custodita da mio papà insieme ad un set di ottiche base e da tempo inutilizzata. È stato quanto mi serviva per cominciare a sperimentare in modo del tutto libero, inconsapevole ed istintivo. Nonostante questo mio approccio diretto con la pratica, fu in occasione di un incontro molto speciale, avvenuto tra le mura di casa dei nonni materni, che il mio rapporto con la fotografia imboccò la strada che mi avrebbe condotto fino alle ricerche di oggi. Sulla credenza del salotto, i nonni tenevano quattro o cinque libri che parlavano di Valle d’Aosta, di quelli grandi che a sfogliarli sembra di perdersi tra righe ed immagini, tra cime innevate, visi rugosi e galletti di legno. Tra questi, ce n’era anche uno dedicato a Giovanni Paolo II. Fin da ragazzo sprofondavo in tutto ciò che potesse essere guardato e fu così che, in mezzo a quel patrimonio di inchiostro e parole, venne alla luce qualcosa di diverso, un volume che raccontava l’identità e la tradizione, ma in modo completamente diverso, attraverso fotografie in bianco e nero, immagini potentissime. Sembrava essere stato messo lì per me, per nutrire la mia voglia di guardare e imparare a fotografare il mondo circostante. In seguito, molte altre fotografie confermarono la mia passione nei confronti di questo universo di pixel e celluloide, ma era ancora un periodo di autoformazione in cui approfondivo le ricerche sui libri trovati nelle biblioteche dei vari comuni. Così, dopo qualche corso di tecnica, decisi che dovevo compiere una svolta e il cambiamento, per me, aveva il nome di Istituto Europeo di Design. Dopo un anno in attesa della la borsa di studio, senza la quale non avrei potuto accedere al corso, mi trasferii a Torino, dove parallelamente iniziai a frequentare anche il DAMS, specializzandomi sui linguaggi dell’audiovisivo. Dopo il diploma, conseguito all’alba della crisi economica, qualche lavoretto torinese e molta fatica. È stato con il mio rientro in Valle che, paradossalmente, ho avuto l’occasione per portare a termine dei progetti sull’’immagine contemporanea che per la mia vita professionale si sono rivelati molto importanti.

Cosa ha significato per te questo premio? È lo stimolo per qualche nuovo progetto?

Questo premio rappresenta un momento particolarmente significativo dal punto di vista personale. Il progetto premiato è infatti l’esito di un grande sforzo produttivo, frutto di investimenti personali e progettuali condivisi con l’antropologa Valentina Manella e con le persone che ci sono state accanto. Come è capitato spesso nel mio percorso artistico, anche questo progetto è mosso da ragioni personali, quasi private, nate da esigenze profonde e intime che hanno generato l’energia e la visione tali da condurci alla realizzazione del prodotto. L’esigenza di narrare questa storia si è rivelata irrefrenabile e così è stato. Pertanto questo premio è fonte di grande orgoglio anche e soprattutto perché ha generato un racconto efficace dedicato alla Valle d’Aosta, la terra dove ho deciso di vivere e lavorare, con tutte le criticità del caso ma anche con tutta la bellezza e l’amore che posso. Certamente questo premio rafforza alcune convinzioni e rigenera lo spirito verso la prospettiva di nuove produzioni che sono già presenti a livello di pensiero e progettazione.

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La tua ricerca si è basata in qualche modo su un paradosso, è il compimento di una sfida. Fotografare il vuoto, da dove nasce questa esigenza?

I nostri vecchi, il sangue del nostro sangue, guardano il paesaggio insieme a noi, nella maggior parte dei casi dicono “guarda, hanno lasciato che tutto diventasse vuoto”. Non lo definiscono brutto, o cementificato, o abbandonato. Lo definiscono “vuoto”. Questo concetto è particolarmente toccante poiché porta con sé tutta una serie di ragionamenti sul concetto di perdita del senso, dell’identità e dell’idea di sviluppo. Per chi come me sta facendo un percorso di nuovo radicamento nel posto che ha sempre chiamato casa, questo fatto apre a dimensioni inaspettate e sorprendenti. L’esito artistico fa evidentemente riferimento ad una operazione concettuale: il vuoto che hai davanti agli occhi è anche il vuoto che hai dentro di te. Tuttavia il vuoto non si può fotografare e a questo punto non resta che generarne il senso, le suggestioni, l’immaginario perduto non in senso nostalgico (la nostalgia esiste nel momento in cui è presente consapevolezza e conoscenza) ma in una logica di tensione anche nervosa verso la condivisione di forme di sviluppo consapevoli. Questo racconto dedicato alla percezione sociale del paesaggio si è trasformato presto in un’occasione per mostrare una parte molto intima e profonda di me e della mia personale condizione rispetto al tema in oggetto. La sfida era tenere la coerenza tra i vari corpi e linguaggi (ricerca scientifica e artistica, immagini di paesaggio e immagini di famiglia), con uno stile chiaro, lucido ma allo stesso tempo caldo ed esigente, capace di aprire alla prospettiva di un nuovo concetto di “paesaggio di famiglia”. In questo senso sono decisive le scelte effettuate per quanto riguarda l’allestimento della mostra che evoca con radicalità e poesia questi aspetti peculiari.

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La Valle d’Aosta, piccola e dalla natura apparentemente vacanziera, non come limite geografico nel mondo, ma come punto di partenza per creare, per colmare il vuoto, appunto?

Dal mio punto di vista questa è una considerazione corretta e affascinante. In qualche modo lo pretendo: la montagna, questa montagna, deve diventare il contesto ideale dove poter creare, colmare i vuoti là dove possibile. È una visione affascinante e pericolosa. Richiede energie e investimenti con grandi componenti di rischio ma per me non può che essere così. È qui, nella montagna a cui appartengo, che riesco a trovare le condizioni ideali per fare la fotografia di cui ho bisogno, per creare e per generare sviluppo e cultura, ovviamente in relazione e in coerenza con l’identità del territorio valdostano, così articolato e complesso.

E i tuoi studi sul cinema hanno influenzato la tua visione in ambito fotografico?

Il cinema è sempre stato un compagno fedele e una fonte di ispirazione. In realtà ogni mio progetto ha esigenze specifiche e le influenze sono spesso tante e diversificate. Devo dire che in generale sono sempre particolarmente legato alla dimensione narrativa, spesso riconducibile ad alcuni aspetti del linguaggio filmico. Certamente il cinema influenza il mio modo di pensare per immagini ma in generale tutti gli studi fanno parte di questo processo. Lo studio è decisivo a prescindere.

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C’è qualche film, o qualche lettura, che ha segnato la tua carriera di artista e a cui sei particolarmente affezionato?

Sono un grande appassionato di storia e teoria della fotografia e di fotolibri. Allo stesso modo mi nutro di cinema e letteratura in maniera strutturale. Se dovessi pensare ad alcuni film oggi ne citerei alcuni che hanno affrontato il tema della rappresentazione del paesaggio o della montagna. Penso per esempio alla straordinaria opera “Il popolo che manca”, ad “Alpi” di Armin Linke, ai lavori di Eric Baudelaire, al bellissimo “Le quattro volte”, il più recente “Bella e perduta”. Inoltre amo molto la letteratura e in particolare la poesia. Credo che la mia fotografia si avvicini più alla letteratura che al cinema e in generale vorrei citare Gianni Celati, grande intellettuale vicino a Luigi Ghirri, Calvino, dall’est Andric, Kundera, Pessoa, la Merini, Campana, Silvio D’Arzo … insomma, non sono mai veramente solo!

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Per ammirare le foto di questo e di altri progetti, visitate il sito seguente http://progettoskia.com/, oltre a dare un’occhiata alla pagina web della Fondazione Fotografia al link http://www.fondazionefotografia.org/11606/dieci-progetti-in-lizza-per-il-premio-fotografia-italiana-under-40/

 

 

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