Lo chiamavano Jeeg Robot: le avventure di Enzo Ceccotti, supereroe cacio e pepe

di Valeria De Bacco

Chi fino ad ora, alla parola supereroe, aveva sempre associato l’immagine di un bell’imbusto in costume, dotato di poteri sovrannaturali e prestanza da modello di Armani primavera-estate, sarà costretto a ricredersi e sfatare il proprio mito. I supereroi, almeno quelli nostrani, vestono di felpa e cappuccio, si presentano con macchie e maniglie dell’amore, e del mondo circostante si curano il meno possibile, almeno così sembra. Vi presento Enzo Ceccotti, in arte Hiroshi Shiba, ritratto dell’italianità media, all’apparenza caciarona, ma dal cuore molto più grande.

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Se nasci a Tor Bella Monaca non sempre è facile ricordarti che a pochi chilometri da casa ci stanno il Colosseo, la volta celeste di Michelangelo e i capolavori di Raffello, che nelle trattorie si mangia la cacio e pepe o i carciofi alla giudia, mentre nelle strade il tramonto dipinge tutto di rosso e di oro. Enzo Ceccotti, alias Claudio Santamaria, che mangia budini alla vaniglia del discount e riempie le giornate all’insegna della pornografia di peggior livello, al valore artistico preferisce la ricchezza ostentata di alcuni suoi abitanti, eletti a vittime sacrificali della sua attività di ladro. Se all’alter ego dell’eroe siamo soliti associare il superuomo, creatura quasi ascetica dalle mille virtù, un po’ magnate alla Bruce Wayne e un po’ bravo ragazzo alla Clark Kent, di certo non siamo pronti ad eleggere a ruolo di protettore dei buoni un furfante di periferia, dai gusti discutibili e dalla pessima dieta. Eppure, Lo chiamavano Jeeg Robot ribalta gli schemi e colpisce per la capacità di giocare con i modelli di un certo cinema, che dimostra di conoscere senza però subirne gli schemi, sceneggiando per l’occasione un microcosmo di personaggi dalla sensibilità tutta italiana, mai gretta e banale, ma finemente ironica e ricercata.

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Se nulla faceva presagire la compiuta trasformazione in buono di questo bizzarro eroe, dal conferimento di una forza sovrumana ottenuta grazie alla ripetuta effrazione della legge ai peggiori intenti che animano il suo potere inatteso, ecco comparire la fanciulla indifesa, come nei migliori cliché. Non fosse che la bella non è proprio convenzionalmente bella e Ceccotti non è proprio galantuomo come si vorrebbe. Anche il personaggio femminile capovolge ogni stereotipo, vittima sfortunata della vita eppure non meno onesta, tenace e amorosa, la fanciulla problematica parla attraverso la voce di un’innocenza perduta. E con lei, ecco arrivare l’amore, che, scevro da ogni morale, compie il vero miracolo sul protagonista, rendendolo finalmente Hiroshi Shiba di nome e di fatto, paladino senza macchia e senza paura dalla maschera alquanto speciale.

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Ad un buono un po’ incerto e zoppicante, si contrappone un cattivo altrettanto bizzarro, dai gusti ancora peggiori e dalle pessime smanie di gloria. Il personaggio interpretato da Luca Marinelli, che in questo anno appena passato ha saputo farsi notare nel lungometraggio di Caligari Non essere cattivo stupendo per le sue doti camaleontiche, riesce davvero nella rappresentazione di una cattiveria sopra le righe, di una bizzarria che poteva risultare eccessiva ma che con lui conquista e seduce. Così, in un universo giocato a metà tra il reale ed il mitico, nel quale non si saprebbe a chi dare il premio per il peggior costume, si manifesta una satira ben travestita, eppure geniale, di quella fabbrica dei sogni che è il piccolo schermo, specchio agghiacciante di una società dai valori distorti.

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Il regista, in questo suo strepitoso esordio, si avvale della maestria di Nicola Guaglianone e Roberto Marchionni, che, già fumettista e sceneggiatore per la tv, in questa sua prima fatica per il grande schermo dimostra di saper giocare col fuoco senza bruciarsi. Il risultato è un successo che parla da sé: ottimi incassi e calorosa accoglienza di pubblico e critica. Lo chiamavano Jeeg Robot è l’elogio di un certo cinema d’autore e della sua voglia d’inventare, è il riscatto di uno stile tutto italiano e della sua capacità di ironizzare e colpire nel segno, di giocare coi miti di una nazione e con le sue contraddizioni, è l’evidente resurrezione di un cinema dato per morto e invece rinato, più fresco ed esclusivo che mai.

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