Un Apple movie, non propriamente Jobs

di Carolina Altilia

“E’ cambiata solo una cosa. Tutto.”. Così è stato sponsorizzato l’ultimo modello di i-phone creato di recente dalla Apple. Una frase che racchiude in sé tutte le pretese e le aspettative di colui che ha fondato questa impresa: Steve Jobs. Se l’ultimo film a tema genio informatico ha riscosso abbastanza successo e ben due nominations agli ultimi Oscar, non si può propriamente dire lo stesso del precedente lavoro. Che sia forse da attribuire più al mito che alla storia reale l’interesse per questa figura del jet set ancora così gettonata?

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Morto nel 2011 in seguito ad un cancro, ha avuto una vita intensa e ricca di grande successo ma anche di tante delusioni. Una vita, che da qualche anno a questa parte, pare essere centro di interesse cinematografico, come lo sono stati in passato altri grandi personaggi. Mi riferisco alla pellicola di Danny Boyle e Aaron Sorkin dal titolo Steve Jobs, da poco uscita nelle sale americane (https://www.youtube.com/watch?v=W2-bGFy2izM). Tra le file degli “Apple-addicted” si vociferavano aspettative piuttosto elevate, e il trailer in effetti stuzzicava parecchio.  L’idea era quella di risollevare gli animi di coloro che avevano storto il naso davanti alla sceneggiatura di Joshua Michael Stern, intitolata Jobs (https://www.youtube.com/watch?v=sLk1g_2acgc).

Uscita nel 2013 e interpretato da Ashton Kutcher, questa pellicola indipendente ha in realtà suscitato critiche sia positive sia negative; positive se non altro per la forte somiglianza tra Jobs e Kutcher, così come dei personaggi più vicini al celebre informatico.

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Ma a risuonare sono più che altro le tube del disaccordo.

Il film si apre nel 2001, quando Jobs presenta per la prima volta l’i-pod alla Apple Town Hall; per poi fare un grosso salto nel passato. È il 1974. Steve si appresta ad abbandonare il college, perchè poco stimolato dalle materie di studio e dalle prospettive future.

Nella prima mezzora di film, Jobs appare come un ragazzo sciatto e viziato, oltre che vizioso, che prende le idee dell’amico Woznyak per poi rielaborarle in proposte di marketing. Kutcher non sembra vestire le parti dell’informatico che apporta il suo contributo tecnologico alle sue creazioni, ma piuttosto dell’imprenditore scaltro e astuto che tenta la scalata al successo.

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Altre note negative.

Il film non coglie nel dettaglio i vari aspetti della vita e della personalità di Jobs; anzi, si sofferma molto sulle riunioni tra i soci Apple, quasi come se il regista volesse in realtà raccontare l’evoluzione della Apple, piuttosto che del personaggio. Leggendo il libro biografico da cui è tratto, si possono cogliere una serie di punti chiave della vita di Jobs, che di sicuro il film non ha messo in risalto (http://archivio.panorama.it/cultura/libri/Steve-Jobs-di-Walter-Isaacson-l-unica-autobiografia-autorizzata-del-genio-Apple). E in questo procedere caotico, una nota di merito va senza dubbio all’interpretazione di Kutcher, il quale, al di là della somiglianza innegabile, si è calato nella parte imparando a muoversi e a comunicare come solo Jobs sapeva fare durante i suoi famosi keynote.

In quei brevi momenti, in cui il regista ha concesso di condividere le emozioni dell’uomo, Kutcher ha saputo lanciare dei lampi di luce su chi fosse davvero Steve Jobs, dando inoltre la possibilità allo spettatore di provare a riallacciare un po’ tutti gli eventi.

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Oscurare la vicenda della paternità, ad esempio, non è stata un’ottima mossa. Jobs rifiuta violentemente la paternità, sbatte fuori di casa la sua ragazza in gravidanza; e rifiuta per molti anni di vedere la bambina, nonostante anche lettere da parte della piccola. Ma Jobs ha scelto di chiamare proprio Lisa, come la figlia, il nuovo modello di computer sul quale stava lavorando prima di essere allontanato dalla società. Stern però non spiega questo passaggio, così come non spiega l’avvicinamento tra padre e figlia, quando vediamo Jobs sposato e con un secondogenito. Ma nel film solo pochi frammenti di un po’ di tutto.

Il film si presenta quindi come un’agiografia, alcuni l’hanno perfino considerato una presentazione in PowerPoint, di cui lo stesso Jobs di sicuro non sarebbe andato fiero.

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