Per la serie l’importante è partecipare, ma anche no: gli Oscar 2016 e i suoi protagonisti

di Valeria De Bacco

A proposito degli Oscar appena passati, si è detto tanto. Critiche, sospiri, gossip e scommesse hanno riempito le pagine dei giornali di tutto il mondo, alimentando a colpi di tweet e post la consueta bagarre sorta tra i fans. A due settimane di distanza dalla notte dorata, ecco alcune riflessioni sull’edizione che ha regalato a tutti i cinefili gioie ormai insperate.

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Prima fra tutte, non può sfuggire ad un attento osservatore l’attenzione rivolta dall’Academy alle tematiche ambientali. The Revenant, che strizza l’occhio al Terrence Malick di The New World e The Tree of Life, è un elogio alla bellezza sublime della natura incontaminata, alle sue albe, alle sue luci e ai suoi riflessi. E, così facendo, critica soavemente l’uomo e il suo intervento spasmodico e dissacrante protratto ai danni della creazione. Ma non è la sola.

La questione ambientale, così come quella futuristica, appassiona talmente tanto il pubblico da riservare a Mad Max: Fury Road un posto tra le candidature al fianco del già premiato Iñárritu. In un panorama apocalittico, in cui risorse ambientali fondamentali come acqua e petrolio sono ormai estinte, Max Rockatansky, ex-poliziotto difensore della giustizia, vede il suo corpo diventare un distributore per ricariche ematiche. Che sia anche in questo caso una metafora del pianeta troppo sfruttato?

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Dalle stelle alle stelle, Matt Damon, che sembra aver preso gusto ad interpretare il ruolo dell’astronauta abbandonato al proprio destino solitario, riveste i panni del povero Mark Watney. Come il personaggio di Di Caprio, anche lui viene creduto morto dai compagni di viaggio e costretto a lottare per mantenere salva la vita. Insomma, l’America degli eroi, che già con Interstellar aveva mostrato di non temere nemmeno le distanze spazio-temporali, raggiunge qui proporzioni ancora più galattiche, valorizzando la favola fantascientifica a lieto fine, in cui il principe salva la vita alla bella terrestre, la sposa e davvero partono insieme verso la luna.

Un’altro viaggio è quello raccontato dall’ultimo capolavoro di Spielberg. Il ponte delle spie muta gli spazi, ma non cambia il motivo. Un altro uomo, un altro eroe, un altro cattivo da demonizzare (i russi naturalmente). Il film è sicuramente uno dei lavori più belli di questo anno appena passato, in grado di sublimare la visione in un piacere che si vorrebbe durasse nel tempo. Tutto, dalla fotografia alla sceneggiatura, per non parlare di Tom Hanks, autorevole e ironico al tempo stesso, fanno pensare ad un film dalle ottime possibilità di vittoria. Forse solo il soggetto, slegato dalla contemporaneità e per questo meno pregnante, gli ha giocato qualche brutto scherzetto. E infatti, in questa edizione d’impegno, è toccato a Spotlight ergersi a vessillo dei diritti rubati, investendo e credendo in una sceneggiatura che in sé aveva già fatto parte del film. Unisci degli ottimi attori, una buona dose di competenza tecnica, un pizzico di ritmo al punto giusto e, voilà, il risultato è servito.

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Ultima, ma su tutti, una piccola valutazione va fatta sulla vittoria di Leonardo Di Caprio ed Ennio Morricone. Se è vero che l’importante è partecipare, non va fatto certo mistero della soddisfazione provata dai divi nello stringere in mano l’ambita statuetta. E nel loro caso, nonostante una carriera promettente fin dagli esordi, sembrava servire davvero un miracolo. Fatto sta che finalmente anche Leo potrà esibire il suo meritato cimelio, fosse solo per il profondo ed altruista discorso riservato al momento della premiazione. Che stia forse puntando a conquistare anche il Nobel?

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