Per la serie, meglio tardi che mai: “il caso Di Caprio”

di Angelo Tallarico

Leonardo Di Caprio è uno degli uomini più desiderati degli ultimi anni. Re del gossip internazionale, con ogni sua performance si riconferma uno dei più grandi interpreti del cinema contemporaneo. Eppure, nonostante il suo talento, erano ancora in molti a chiedersi «ce la farà questa volta?» o, più sarcasticamente, «gliela diamo questa statuetta?». Fino a quando, la notte degli Oscar, l’atteso e ormai insperato momento è finalmente arrivato.

Sono passati ormai diciotto anni dall’uscita della pellicola che, al fianco di Kate Winslet, da allora sua inseparabile amica oltre che compagna sul set, lo vedeva attraversare l’oceano atlantico a bordo della nave più sfigata della storia dell’ultimo secolo. Il Titanic, naturalmente. Già allora, Leo aveva saputo farsi notare per le sue doti da attore ribelle, enfant terrible del jet set hollywoodiano (oggi più terrible che enfant, visti i suoi trentanove anni compiuti), che con il proprio fascino faceva battere il cuore a milioni di fans in tutto il mondo. Sul suo curriculum, quattro nominations all’Oscar e il sodalizio con uno dei più grandi registi viventi, alias Martin Scorsese, un’altra pecora nera dell’Academy con dodici candidature ma una sola vittoria all’attivo, fino ad ora non erano serviti a conquistargli il riconoscimento della giuria più blasonata del mondo

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A detta di molti, Di Caprio non sarebbe mai riuscito a vincere l’ambita statuetta, una sorte che sembra essere già segnata anche per i colleghi Brad Pitt e Tom Cruise, almeno, a detta delle malelingue, fintantoché la loro carriera non sarà arrivata ad un passo dalla scrittura dell’ultimo atto. E, forse, nemmeno allora. Come chiamare questo comportamento adottato dall’Academy, “Aca-nimento” forse? Perché, una cosa è certa, questi personaggi hanno scelto di discostarsi dalle major e dal loro raggio di influenza, per seguire un percorso proprio, ben lontano dai dettami della scuola d’oltreoceano, dove ad imporre le regole del gioco sono più i contabili e gli addetti marketing, che gli autori e i produttori.

Il “caso Leo”, in particolare, specialmente dopo l’ennesimo fallimento che l’attore ha dovuto incassare in seguito al ruolo interpretato in uno dei capolavori di Scorsese, The Wolf  of  Wall  Street, è diventato virale. Innumerevoli i post che si sono fatti beffa della sua “maledizione”. Incalcolabile il numero delle gif che ha ironizzato sulle maggiori probabilità possedute dall’orso piuttosto che dall’enfant prodige di vincere il premio tanto ambito. Eppure, i suoi supporter più fedeli non hanno mai smesso di credere che il miracolo, prima o poi, avrebbe potuto realizzarsi. Finché, infine, è accaduto.

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A fargli onore, va detto che il buon Leo non ha mai smesso di impegnarsi al massimo nel proprio lavoro, continuando ad offrire al pubblico delle performances mozzafiato, con le quali ha reso immortali i personaggi cui ha prestato il suo volto. E c’è da dire che, fosse anche stato solo per la sua bravura trasformista, il riconoscimento sarebbe stato meritato in virtù di quella sua peculiare capacità di fondere i propri lineamenti ora in quelli di un pistolero spavaldo, ora in quelli del povero Jack Dawson, così come nelle vesti di un poliziotto sotto copertura o di un marito violento. Per dirne alcune, e nemmeno tra le migliori. Infatti, per quanto il vincente sodalizio con il regista Iñárritu, che l’anno scorso ha conquistato la giuria con Birdman, non possa che riempire di gioia le platee internazionali, resta comunque l’amarezza. È triste, almeno agli occhi dei suoi ammiratori, il successo conquistato con un ruolo che, per quanto profondo e degno del suo talento, Di Caprio ha dovuto spartire nientepopodimeno che con il paesaggio (e l’orso, si capisce), che in The revenant gioca un ruolo da coprotagonista.

Insomma, redivivo di nome e di fatto, il nostro eroe senza macchia e senza paura alla fine ce l’ha fatta ad impugnare la tanto sudata, o forse nel suo caso sarebbe meglio dire frozen, statuetta.

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