Violenza e media, nona declinazione. “Ultraviolence”: la spettacolarizzazione della violenza nei videoclip musicali

di Stefano Monti

La spettacolarizzazione dell’elemento violento, specialmente quando al limite della sopportabilità visiva, negli ultimi anni è stata oggetto di un’interessante riflessione etica ed estetica che ha coinvolto diversi media. Dalle espressioni cinematografiche di più parti del mondo, fino allo sviluppo della reality tv e all’affermazione della serialità, senza risparmiare alcune fra le più recenti forme di intrattenimento multimediale come i processi interattivi di gamification (LINK ‘OTTAVA DECLINAZIONE’) oggi nel vivo del loro sviluppo, la maggior parte degli strumenti dell’audiovisivo è stata condizionata da una specifica tendenza comune votata alla rappresentazione della violenza, specialmente nelle sue oscillazioni più estreme. Considerata l’imprescindibile influenza reciproca fra le varie forme dell’espressione culturale e mediatica, a questa inclinazione non è rimasto estraneo nemmeno un altro fenomeno, ai giorni nostri di grande pregnanza culturale: il videoclip musicale.

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Il videoclip, inteso propriamente come l’accostamento d’immagini a brani musicali, se nella sua forma embrionale esiste fin dalle origini del cinema, soltanto dagli anni Settanta/Ottanta ha assunto la carica di vera e propria opera creativa che oggi gli viene comunemente riconosciuta, grazie a specifiche trasmissioni di diffusione musicale come Top of the Pops o a canali tematici come MTV. Mischiando nella sua storia forme stilistiche ed espressive molto diverse fra loro e talvolta ottenendo risultati di grande merito artistico, oggi è un fenomeno culturale d’indiscussa rilevanza mediatica; soprattutto negli ultimi anni, in cui la sua fruizione è cresciuta parallelamente allo sviluppo del web e delle piattaforme di video-sharing come YouTube o Vevo, quella del videoclip è ormai diventata una forma d’arte specifica e particolare, che senza vergogna accoglie registi affermati – per citarne soltanto alcuni: Lasse Hallström, Spike Jonze, Michel Gondry – e in altri casi forma veri e propri maestri del genere (vedi Chris Cunningham o Floria Sigismondi).

In quanto forma d’espressione di tendenza, il video musicale è da sempre inscindibilmente legato alle inclinazioni principali dell’industria dell’audiovisivo; nel tentativo di formare un linguaggio proprio e riconoscibile si è dimostrato fin da subito aperto a contaminazioni di diverso genere, abbracciando gli orizzonti stilistici predominanti negli altri media fino a diventare sufficientemente indipendente e riconoscibile da poter influenzare con una propria, personale marca stilistica anche i media da cui inizialmente ha tratto ispirazione. È evidente infatti che, specialmente in tempi recenti, l’influenza fra i media è diventata reciproca come mai era stata prima: il registro tipico del videoclip, con le sue immagini movimentate e la predominanza del sonoro, si dimostra ormai una costante in numerosi prodotti mediali, in particolare nei più sperimentali. Basti pensare ad un film come Marie Antoinette (https://www.youtube.com/watch?v=dfO0TgcDUnI) di Sofia Coppola, che ha visto alcune delle sue scene più pop diventare dei veri e propri cult della cultura contemporanea; o ancora, per quanto concerne la serialità televisiva, alla produzione dello showrunner Ryan Murphy, dai primi esperimenti di Nip & Tuck (https://www.youtube.com/watch?v=zAlukIruGl0) fino alla consacrazione definitiva data da Glee (https://www.youtube.com/watch?v=0dA_H5Z5BWM), le cui puntate sono a tutti gli effetti costruite sull’alternanza tra immagini tradizionali di sviluppo narrativo e quelli che diventano veri e propri videoclip interni allo show.

Considerato quindi il progressivo affermarsi nei diversi media di un orientamento sempre più votato alla rappresentazione della violenza e alla sua spettacolarizzazione sullo schermo, il fatto che  anche questa nuova, particolare forma d’arte sia stata coinvolta nel fenomeno, offrendo al pubblico esperimenti caratterizzati da una brutalità visiva spesso esagerata, ma di grande impatto sia artistico che mediatico, si rivela così una conseguenza più che naturale e inevitabile.

Un esempio efficace della diffusione del fattore brutale nel panorama mediatico contemporaneo è dato da quello che si potrebbe considerare un ‘videoclip d’autore’. Lo scenario è difficile: un gruppo di studenti in divisa scolastica insegue e tortura un compagno di classe, fino a crocifiggerlo nel cortile del liceo, sotto gli occhi bendati di una comitiva d’individui che, gratuitamente crudeli e nel segno di un audace simbolismo religioso, sparano al petto del loro compagno e continuano implacabili la sua immolazione. È una provocazione, elaborata e crudele, diretta dal regista canadese Xavier Dolan proprio in occasione di un videoclip musicale, più precisamente per il video del brano College Boy (https://www.youtube.com/watch?v=Rp5U5mdARgY) del gruppo rock francese Indochine.

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Nell’ambito delle produzioni musicali più esplicite, il posto d’onore spetta fuor d’ogni dubbio ad alcuni gruppi rock/metal. È il caso ad esempio dei Cannibal Corpse, band famosa per trattare di argomenti di carattere sessuale e aggressivo: basta un’occhiata veloce al video di ‘Kill or Become’ (https://www.youtube.com/watch?v=XAIX2vISe3M) per avere un’idea chiara dell’estetica abbracciata dal gruppo.

Ma i generi musicali coinvolti nel fenomeno sono molti e fra loro anche molto diversi.

Nel rap, che spesso esprime contenuti già espliciti, il caso più famoso è forse costituito da Kanye West e Jay Z, che nel videoclip di No Church in the Wild (https://www.youtube.com/watch?v=FJt7gNi3Nr4) portano in scena una sommossa popolare combattuta da giovani armati di bombe a mano e poliziotti con manganelli, alternando le scene di lotta alle immagini di statue che, illuminate in modo spaventoso da inquietanti luci colorate, osservano imperturbabili ciò che succede sotto i loro occhi marmorei.

Per il genere elettronico, uno dei casi più evidenti è il pezzo Kill the Noise (https://www.youtube.com/watch?v=jVfU1DY73Tk) dell’omonimo produttore discografico: nel videoclip, graficamente vicino alle immagini digitali di un videogame, nell’immaginario di un futuro post-apocalittico è ricostruita la lotta per la sopravvivenza di un gruppo di ragazzi che combattono contro un’armata zombie (per un approfondimento sulla questione zombie e zombificazione, vedi qui; https://fuoricorsoblog.wordpress.com/2016/02/23/violenza-e-media-sesta-declinazione-kill-the-dead-fear-the-living-e-il-brutale-normalizzato/#more-4402).

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M.I.A., rapper di origine tamil famosa per il suo spirito provocatorio, nel video del singolo Born Free (https://www.youtube.com/watch?v=IeMvUlxXyz8) mette in scena la drammatica vicenda di una guerra di persecuzione (esplicito riferimento alla guerra civile irlandese) in cui giovani e bambini vengono picchiati e costretti a correre su campi minati, fino a – letteralmente – esplodere in scena. Il video, uscito nel 2010 e immediatamente oggetto di critiche proprio per i suoi contenuti violenti, è stato rimosso sia da Youtube (dove attualmente è visibile in una versione ristretta, preceduto da espliciti avvertimenti) sia dalle maggiori piattaforme di condivisione.

Nemmeno la cultura pop è rimasta inerme di fronte al fenomeno: è ancora fresca la polemica intorno all’ultimo videoclip della cantante barbadiana Rihanna, Bitch Better Have My Money (https://www.youtube.com/watch?v=B3eAMGXFw1o). Nel video è infatti raccontata la vicenda di un gruppo criminali che, fra un sequestro di persona, corpi nudi ricoperti di sangue e l’abuso di sostanze stupefacenti, si evolve in un inestricabile ginepraio di perversione estrema, con omicidi, armi da fuoco e torture feroci; la stessa immagine promozionale del singolo raffigura un primo piano dell’artista con un sorriso sadico e il volto ricoperto di sangue.

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Sarebbe tuttavia un errore pensare soltanto alla violenza più tradizionalmente intesa: ampliando la definizione del termine, diventano importanti esperimenti altrettanto audaci, soprattutto in ambito sessuale. L’esempio più eclatante viene dall’Europa e riguarda la polemica intorno al videoclip dell’ultimo singolo del rapper francese Vald, Selfie (https://www.youtube.com/watch?v=eGLcT1GaYrU). Se infatti un primo videoclip caricato su YouTube mostra la giornata romantica di una coppia che passeggia per Parigi, il caso si rivela interessante innanzitutto quando nei due protagonisti si riconoscono i famosi pornoattori Nikita Bellucci e Ian Scott, in secondo luogo quando, scorrendo le informazioni sotto il video, si leggono i link di altri due videoclip della stessa canzone: il primo è di stampo decisamente più erotico mentre il secondo, direttamente collegato ad una piattaforma online di condivisione pornografica, mette a disposizione del pubblico un filmato in cui i due protagonisti intrattengono un rapporto sessuale completo ed esplicito, mentre l’artista, seduto a fianco a loro, canta il suo brano in quello che diventa un vero e proprio video(clip) porno.

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La domanda, spontanea e forse retorica, è d’obbligo: quale può essere il limite al mostrabile? O, ancora meglio: c’è un limite al mostrabile?

Per il momento, l’unico freno concreto sembra essere costituito dalla censura che le piattaforme di condivisione impongono ai propri contenuti: un caso come quello di Selfie ne è la prova lampante, considerata la differenza di canali attraverso cui le varie versioni del videoclip sono state distribuite. La riflessione si rende ancora più interessante ricordando il caso del videoclip di Born Free, ricaricato dopo lo scandalo su YouTube in una versione censurata, mentre la sua forma originale attualmente non sembra essere disponibile al pubblico; così come nel celebre caso di Blurred Lines (https://www.youtube.com/watch?v=yyDUC1LUXSU) di Robin Thicke e Pharrell Williams, che oltre alla versione istituzionale vede una seconda edizione del video, disponibile soltanto su Vevo, in cui la modella Emily Ratajkowski e le altre ballerine sono completamente svestite dei costumi di scena.

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È evidente che dalla risposta a questo quesito non dipende soltanto un interrogativo sul futuro artistico delle forme espressive coinvolte, ma pende anche una questione etica di difficile trattazione, che pone interrogativi ben più complessi rispetto all’ambito – per quanto ampio – della produzione audiovisiva. Non dunque una semplice questione di gusto, ma una tendenza propria dell’essere umano? E ancora, se si può semplificare asserendo che la produzione audiovisiva è spinta a questa rappresentazione estrema dalla domanda crescente del suo pubblico, cosa spinge tuttavia lo spettatore a formulare una tale richiesta?

Il cantante dei Cannibal Corpse, George ‘Corpsegrinder’ Fisher, interrogato sulla violenza della sua musica ha commentato: «It’s art, just look at it as art. Yeah, it’s disgusting… but go to the Vatican and look at some of the art there. That’s real, that’s representing something that’s real, that could happen. This [artwork], you know, that’s never going to happen… monsters aren’t going to rip out of people’s bodies anytime soon» («È arte, guardatela solo come arte. Si, è disgustosa… ma andate al Vaticano e guardate qualche opera. Quello è reale, quello rappresenta qualcosa che è reale, che potrebbe succedere. Questo artwork, ovvio, non sarà mai reale… i mostri non spunteranno fuori dai corpi della gente a breve»).

Solo una forma di rappresentazione artistica, dunque?

Un’altra artista celebre in tutto il mondo giunge a gettare benzina sul fuoco della questione: Madonna, performer molto lontana da ‘Corpsegrinder’ Fisher, nel video di Die Another Day (https://www.youtube.com/watch?v=BfvD_brrrTc) (colonna sonora dell’omonimo capitolo di 007) lancia una provocazione ancora più accattivante e sussurra: ‘Sigmund Freud, analyse this’.

Analizzare il crescente e morboso gioco di domanda e offerta, fino a capire quali sono i confini oltre i quali sarà troppo difficile spingersi, o meglio, se mai esisteranno dei simili confini: la sfida è proprio questa. Resta solo da vedere se qualcuno avrà mai non tanto le competenze, quanto più il coraggio di raccoglierla.

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