Violenza e media, settima declinazione. Attraverso lo specchio nero: il macabro riflesso dei nuovi media

di Giovanni Timpano

Viviamo in una società dominata dai mezzi di comunicazione, non c’è dubbio. L’informazione, l’intrattenimento, la cultura, ma anche la violenza, la cronaca e, in fondo, la stessa storia contemporanea sembrano non poter più prescindere dall’essere riproposti sui nostri schermi. Black Mirror è una serie televisiva britannica, trasmessa su Channel 4 a partire dal 2011 e su Sky Cinema 1 in Italia, che mette in scena un universo distopico in cui si è giunti ad un’assoluta normalizzazione di inquietanti e futuristici scenari mediatici. L’episodio speciale White Christmas, che attualmente conclude la serie, può essere considerato come lente di ingrandimento, al fine di condurre un’attenta analisi sull’effettivo ruolo ricoperto dai media all’interno di una realtà che non rappresenta più soltanto gli albori dell’estetica dell’estremo.

 

 

Dal voyeurismo interattivo al cyber-occhio

 Si è già ipotizzato, all’interno di questo dossier, che alla base della spettacolarizzazione mediatica della violenza possa celarsi un sempre più marcato feticismo visivo dello spettatore contemporaneo. All’interno di Black Mirror, questa considerazione trova certamente conferma ed è declinata nei modi più disparati. L’inquietante sciacallaggio spettatoriale che caratterizza l’episodio Orso Bianco o l’alienazione dalla realtà di un pubblico in trans, di fronte ad una bestiale diretta Tv, in Messaggio al Primo Ministro, sono solo alcuni degli efficaci esempi proposti dalla serie.

L’analisi di White Christmas consente di tralasciare queste varianti di feticismo, già oggetto di trattazione nei precedenti articoli (si rimanda alla seconda e alla terza Link declinazione di violenza e media), per focalizzare l’attenzione sulle modalità attraverso cui i media futuristici, messi in scena da Black Mirror, hanno risposto all’ossessivo bisogno dello spettatore di immagini estreme.

Lo speciale si apre all’insegna di un certo voyeurismo da parte del protagonista, Matt, che lavora come guru mediatico di un giovane impacciato. Le inquadrature mimano in tutto e per tutto quelle delle contemporanee spycam, in cui qualsiasi forma di intimità è violata fin da subito. Si tratta di una visione che potrebbe essere definita ancora tradizionale, in cui uno spettatore, vincolato ad uno schermo, osserva una ripresa in soggettiva. Il voyeurismo, tuttavia, è condiviso da un piccolo pubblico, riunito in una sorta di sala cinematografica virtuale, in cui è possibile documentarsi in tempo reale e interagire direttamente con ciò che si osserva. Dietro questo approccio quasi ludico alla visione, come se si fosse alle prese con un videogame e in particolar modo con un RPG, si celano tuttavia i toni amari della commedia nera, in un angosciante climax di tensione che porta infine all’esibizione di una morte in diretta.

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White Christmas porta il feticismo visivo ad un livello sempre più radicale, proponendo nel proprio universo narrativo esseri umani dotati di cyber-occhio. Ciò comporta, a livello estetico, una totale ridefinizione della tradizionale inquadratura in soggettiva. Lo sguardo dei protagonisti, infatti, non è più limitato alla mera osservazione, ma si esibisce in tecniche fotografiche e cinematografiche quali lo zoom, il fermo immagine, il flashback, a cui accede attraverso un menù di comandi che ricorda fortemente quello di uno smartphone. Il Cineocchio teorizzato da Vertov sembra realizzarsi, dunque, nella sua forma più letterale, come potenziamento dello sguardo e abbattimento dei limiti della visione.

L’aspetto più interessante di questo nuovo strumento è sicuramente il <<blocco>>.  Il cyber-occhio, infatti, è in grado di occultare la visione dell’essere umano, attraverso una variante estetica di un meccanismo ormai tipico dei social (Link alla prima declinazione). All’interno di White Christmas, questo gesto assume i caratteri di una vera e propria violenza che, paradossalmente, è presentata come una forma di protezione sociale dal pericolo. Sottrarsi alla visione potrebbe celare forse la paura di confrontarsi eticamente con ciò che si osserva?

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 Dalla spettacolarizzazione della violenza alla violenza mediatica

 Il feticismo visivo dell’uomo incontra in Black Mirror diversi episodi di spettacolarizzazione della violenza. Ponendo l’attenzione su tre casi esemplari della serie, è possibile tracciare un breve percorso analitico che metta in risalto il passaggio ad una nuova e quasi inconcepibile variante della tematica che è al centro di questo dossier.

Orso Bianco, in primo luogo, trasforma la condanna di una donna, rea di omicidio, in una mostruosa candid camera. Ogni terribile peripezia, cui la protagonista va incontro, rappresentano soltanto una morbosa attrazione all’interno di un grande parco giochi dell’orrore. Il divertimento suscitato negli spettatori è forse la pena più dolorosa che le si infligge, in un contesto in cui perfino la più ambigua applicazione della giustizia porta i caratteri della grande teatralità.

15 milioni di celebrità mette invece in scena un caso di spettacolarizzazione mediatica della violenza, mimando l’estetica di un Talent, dove perfino il tentato suicidio (https://www.youtube.com/watch?v=lHjIXCCHh3s) di un concorrente, come protesta nei confronti dello show, può rivelarsi lo spunto per un nuovo programma di intrattenimento. Bisogna ricordare, a tal proposito, che dietro la critica metamediatica di Black Mirror, si cela forse la stessa logica di profitto, considerando che la serie è prodotta da Endemol, una tra le più grandi multinazionali di format televisivi. Si approfondirà questo tema nell’ottava declinazione di violenza e media . Ritornando all’analisi, invece, è interessante notare come, all’interno della palestra mediatica in cui si svolge l’episodio, la pubblicità divenga, a tutti gli effetti, un’assoluta imposizione, per non dire un’atroce tortura visiva. Le immagini dei personaggi, rinchiusi in uno spazio angusto e costretti alla visione di fronte ad uno schermo, sembrano riportare alla mente la macabra condanna cui è sottoposto Alex in Arancia Meccanica.

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 White Christmas è probabilmente il caso più esemplare di un nuovo scenario, in cui la violenza non è più soltanto spettacolarizzata dai media, ma esercitata attraverso essi. Lo speciale, infatti, ricorre ad un’estetica estrema nel presentare l’uomo e il medium in una fusione, che assume l’aspetto di una vera e propria condanna alla reclusione eterna. Lo spettatore si trova di fronte immagini dominate da un bianco quasi opprimente a livello visivo, in cui neppure una riduzione dello zoom consente di riscontrare in esse la ben che minima connotazione spaziale e in cui l’assenza di profondità costringe perfino l’uomo alla più assoluta bidimensionalità. Le inquadrature sono attraversate da un profondo senso di claustrofobia, il quale, paradossalmente, nasce dall’impossibilità di definire chiaramente i limiti della visione. Il “mediUmano” porta dunque i caratteri del più assoluto minimalismo visivo, riducendo l’uomo ad una semplice macchia nera su sfondo bianco.

Neppure quando questo scenario riproduce i caratteri spaziali di un luogo del crimine, dentro cui è rinchiuso un omicida,  è possibile d’altronde eludere il senso di reclusione suscitato dalle immagini. La violenza, infatti, è esercitata soprattutto per mezzo del tempo, attraverso una condanna eterna ad una virtualità in cui nulla succede, nulla cambia, nulla, insomma, ha senso. La percezione dell’onere del tempo, costringe tuttavia, ad interrogarsi su quanto effettivamente virtuale sia il “mediUmano”.

All’interno dell’universo distopico di Black Mirror, sorprende che la violenza “tradizionale” sia ancora considerata un reato, mentre la spettacolarizzazione della violenza e la violenza esercitata attraverso i media, subiscono invece la più assoluta normalizzazione.

 

 Verso un’est-etica dell’estremo

 Alla luce dell’analisi effettuata, risulta fondamentale affrontare in modo più specifico la riflessione che Black Mirror propone sui media. Sebbene agli occhi dello spettatore ogni singolo episodio della serie potrebbe assumere i caratteri della critica sociale, generata da una sempre diversa deriva mediatica, la normalizzazione di questi estremi scenari, sembra suggerire paradossalmente la necessità di spogliare i mezzi dell’eccessiva responsabilità etica che si attribuisce loro.

In Black Mirror le macchine non schiavizzano gli esseri umani come avveniva in Matrix, esse sono soltanto un potenziamento, l’ennesimo strumento utilizzato dall’uomo per esercitare nuove forme di sopraffazione e violenza. Come forse rivela il titolo della serie, infatti, i media rappresentano un macabro riflesso di quello che, anche nel più civilizzato dei contesti, è pur sempre un aspetto della natura umana.

Rispetto ad uno scenario come quello di The Walking Dead (si rimanda alla sesta declinazione (https://fuoricorsoblog.wordpress.com/2016/02/23/violenza-e-media-sesta-declinazione-kill-the-dead-fear-the-living-e-il-brutale-normalizzato/#more-4402), in cui alla progressiva normalizzazione di un’estetica estrema corrisponde una continua ridefinizione etica da parte dei protagonisti, il fil rouge che sembra collegare tra loro i sette episodi di Black Mirror, è infatti un basilare estremismo etico, da cui si è innescata in seguito un’estetica radicale. I personaggi della serie non si preoccupano affatto di quanto macabro sia ciò che attraversa i media, anzi proiettano su di essi il proprio feticismo visivo. Perfino in un contesto futuristico, come dimostra White Christmas, il loro cyber-occhio si chiude soltanto davanti all’uomo.

Alla luce dei tragici avvenimenti che hanno caratterizzato il secolo scorso e di una nuova estetica del macabro, che risulta un efficace riflesso dei nostri tempi, sembra che la società attuale si trovi ad affrontare quesiti morali sempre più complessi. Siamo davvero sicuri, tuttavia, di essere soltanto agli albori dell’etica dell’estremo?

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