Violenza e media, sesta declinazione. “Kill the dead, fear the living” e il brutale normalizzato

di Pasquale Severino

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“Noi non uccidiamo mai chi è vivo.” – Rick Grimes, 01×05

The Walking Dead e la normalizzazione della violenza, la sovraesposizione della brutalità, un articolo che sembra scriversi da solo visto il tema dello sceneggiato, il suo leitmotiv realizzativo; come può il palato spettatoriale non abituarsi al gore spudorato, adrenalinico che la serie di Darabont  ha standardizzato costringendo i suoi protagonisti a farsi strada con armi da taglio, fuoco e qualsivoglia corpo contundente nell’immanente fiumana di walkers per sei stagioni?

Walkers, termine peculiare su cui riflettere per capire l’essenza di ciò che è centro nevralgico dell’opera, il non morto, che era ghoul nell’epopea romeriana, ci viene presentato come muto vagante, estraneità completamente contrapposta al vivente, in una dimensione capovolta in cui il secondo si avvicinerà via via  al primo eguagliandone la consunzione, il progressivo deperimento,la mancanza di meta alcuna e l’inevitabile deumanizzazione di corpo e (soprattutto) spirito.

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Le creature di Darabont sono immerse nel flusso del tempo, si decompongono progressivamente, diventando più lente e inoffensive di stagione in stagione , meno umane già fenotipicamente parlando,completamente de individualizzate.

Appaiono pressoché  innocue singolarmente per viandanti esperti come Rick e compagni, ma terrificanti se presentate in maniera massificata, come branco o orda (dov’è il numero a imporsi, portando i protagonisti a rapportarsi visivamente e concettualmente  con alterità e alienazione).  Il dramma identitario della ricerca dell’uomo nel mostro, dunque, si rinsecchisce nei fallimentari tentativi di “cura” e  “pietas” (dai primi infetti all’interno del gruppo, all’estremizzazione di questo concetto nella fattoria di Hershel) ,lasciando il posto alla vera violenza del serial, il mondo in sé, la realtà dei fatti.

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Quest’ultima non emerge dalla brutalità delle immagini in sé, dalla ferocia con cui i walkers azzannano, da carne macilenta e badilate di sangue rovesciate addosso allo spettatore tramite i suoi beniamini; ma dal normalizzarsi, apatizzarsi di quest’impianto, a cui ci si rapporta con grigia rassegnazione, nella consapevolezza che, come affermano più volte i personaggi stessi, “le cose stanno così” e che il mondo non è che un vago,affilatissimo ricordo, che ferisce spietato se rievocato.

La violenza scaturisce dal crollo delle certezze, dal venire meno del sostrato sociale, dei pilastri del vivere civile che implodendo fagocitano il cittadino del mondo, risputando fuori dalle macerie un plautino homo homini lupus. Nell’assurdo gioco delle parti che roteano, vagano con e come i personaggi fra svariati modi di reinventarsi che la serie ci propone differenziandone estremamente gli esiti ,anche quando partiti dallo stesso ceppo (La vicenda di Rick e Shane risulta in questo senso esemplare, la reazione diametralmente opposta di due tutori della legge di fronte allo spirare di quest’ultima ), la violenza è un mantra logorante,  un mezzo fondamentale per sopravvivere, che muta via via in un’indesiderata priorità.

(https://www.youtube.com/watch?v=kn_GVTSJKiI)

Il “là fuori” è tremendo, e  si prende tutto dall’uomo, permettendo ai crudeli di palesarsi o più spesso adattarsi al derma di questo neo mondo divenendo piante carnivore, mimetizzate e letali(ad esempio, dei 17 personaggi morti durante la terza stagione, solo 3 sono stati uccisi dai walkers, tutti gli altri sono vittime di altri esseri umani), melliflua e illusoria speranza in un mondo disperato (Terminus, Woodbury), piegando la volontà di chi è giusto, mutilandone gli affetti, spalancandogli le palpebre e dilatandogli le narici costringendolo a guardare le brutture dello scempio circostante,avvertirne l’odore mefitico,ma cosa fa tutta questa brutalità?

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Oltre a immiserire la ricerca del gruppo, che passa dallo sperare, dalla ricerca di una casa a quella di una mera tana, trasforma l’uomo in zombie e lo zombie in norma, in cellula, globulo bianco della natura leopardiana, ostile, che costringe i sopravvissuti o ciò che in loro rimane di umano, a macchiarsi le mani pur di restare in piedi, in cammino,divenire erranti come la morte che dà il nome alla serie, senza mai smettere di guardarsi le spalle.

Questo scenario non può che portare ad interrogarsi su quale sia il vero pericolo, quali i veri strascichi dell’apocalisse su chi la vive e popola,forse in battuta d’avvio la feroce paura di essere dimenticati dai propri cari, ma soprattutto da sé stessi; infatti più in là ciò che pare turbare e preoccupare nel serial, sembra il lasciarsi sprofondare nell’inumano, farsi portare via l’anima attraverso il corpo di qualcun altro che un tempo faceva parte della nostra vita e ora ci viene addosso,rantolante, per cibarsi delle nostre carni,mentre il tempo d’azione si restringe inesorabile.

Si tituba davanti ai walkers, alle volte, le prime volte, si singhiozza spaventati, aggrappandosi all’etica, alla fede, a tutte quelle dinamiche umane semplificate fino ai minimi termini dalla serie che continua ad elidere i fattori della sua equazione fino a lasciare spazio solo ad una brutale dicotomia : vita o morte, dove la prima viene inglobata dalla seconda e sostituita dal più biologico concetto di sopravvivenza, e il corpo dei morti viventi è crescente simulacro dell’estraneo, il banco di prova del coraggio necessario ad affrontare i veri mostri,un’accozzaglia indefinita di tratti un tempo umani che si smussano, fino a scomparire, un po’ come accade nei protagonisti, per i quali la violenza da alternativa inorridita,necessaria spinta istintiva verso l’autoconservazione, diviene automatismo e quotidianità, forma mentis, macabra assuefazione attraverso la quale risolvere ogni contrasto e dissapore nel più repentino dei modi,ma soprattutto restare vivi.

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Rick e il suo gruppo sono visti dai “novizi” di questa esistenza, di questo universo,da coloro che timidamente dissotterrano la testa dalle rassicuranti polveri di una simulata normalità (Alexandria), come ancora di salvezza, ciceroni nella becera selva mortifera alla quale si è ridotto il mondo, ma a che prezzo? Quanto costa questa capacità di sopravvivere ? E quanto vale la sopravvivenza?quante once d’anima?

È sul lungo tracciato, nel concreto soprattutto in questa sesta stagione, che possiamo cogliere la vera natura della normalizzazione della violenza in The Walking Dead,maggiormente grazie all’espediente narrativo di Alexandria e la precarietà delle sue mura che cominciano a trasudare sangue infetto. Capiamo quali sono le conseguenze (soprattutto) su Rick, di tutti questi trascorsi e dei suoi gesti più beceri ,ma brutalmente giustificabili,dall’uccisione di Shane,passando per l’esilio di Carol,alla carneficina nella parrocchia di padre Gabriel, fino al morso a Joe nel season finale della quarta stagione (Sua più spiccata e visivamente palesata Zombieficazione), percepiamo come lo Zoon politikon abbia suo malgrado perso la seconda parte della formula aristotelica,trovandosi a proprio agio solo nella precarietà del mondo esterno, dove quasi tirare un sospiro di sollievo; lo si evince dalla tribolazione sociopatica di Sasha, a cui uccidere è tutto ciò che è rimasto(sommersa dalla morte, allegoricamente e letteralmente), dall’asettica mimetizzazione di Carol, che in incognito cavalca i flutti di questa nuova comunità,pur rimanendo pronta all’immediato cinismo, dall’ “Ei fu” sceriffo Grimes, che non vede nulla all’infuori del suo dilatato gruppo familiare, e ha già perso troppo e troppi per potersi anche pur minimamente permettere di abbassare la guardia.

(https://www.youtube.com/watch?v=VNzgDgdmRK4)

A dire il vero, qui tutti(buoni, cattivi ed ex buoni) hanno perso qualcuno e di riflesso qualcosa, la fiducia (chi più chi meno) nel genere umano, e quale maggior violenza che vedersi mutilare l’anima dal corso degli eventi? Essere costretti dal fato a snaturarsi,per divenire macchina di morte, in grado di sopravvivere ai morti che camminano quanto ai più temibili ed infidi vivi. In questo senso il lavoro compiuto sugli ultimi flashback di Morgan potrebbe rivelarsi cruciale, squarciando questo velo di Maya che rabbuia lo sceneggiato ormai da troppo a lungo,crepando l’ormai granitica disillusione del suo leading actor.

Ai posteri l’ardua sentenza, nel frattempo…

Kill the dead, fear the Living.

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