Violenza e media, quinta declinazione. Celluloide rosso sangue – L’estetizzazione e la normalizzazione dell’estremo nel cinema

di Angelo Talarico

Il cinema, così come gli altri media, si muove e agisce di pari passo con la società, sopperisce a delle richieste, gratifica i sensi, in poche parole mostra, offre delle storie che si evolvono con l’avanzare dei tempi, sia tecnicamente che esteticamente.

Specialmente dopo l’avvento della televisione – che ha portato lo spettacolo cinematografico all’interno di tutte le case – il cinema, per sopperire alla relativa perdita di pubblico, ha dovuto innovarsi, cominciando a mostrare storie e immagini impensabili per il piccolo schermo. È così che ha iniziato a prendere piede quella tendenza che predilige la registrazione di scene inusuali, poco (o addirittura non-) ortodosse, che palesano i lati peggiori dell’esistenza umana, dove la violenza si mostra sempre più cruda e terribilmente “vera”.

A differenza degli altri media in cui le immagini tendono a essere continuamente riciclate e decontestualizzate, Il cinema offre allo spettatore una logica narrativa tale da fargli comprendere la violenza senza la necessità di doverla per forza condividere.

Dopo anni e anni di pretesti e giustificazioni per far “accettare” scene violente sullo schermo (utilizzo del fattore “morale”, buono vs cattivo, il bene può e deve ricorrere alla violenza se il fine è la sconfitta del male) si è giunti al cinema contemporaneo, dove ormai il pubblico è stato adeguatamente educato a ricevere quotidianamente la sua bella dose di violenza.

La cultura di massa creata da quelli che possiamo definire i new media (internet, televisione, intermedialità) ha plasmato le abitudini degli spettatori, soprattutto i più giovani, che praticamente fin da bambini sono stati bombardati da migliaia di messaggi violenti di guerre, crimini, palesi riferimenti a sesso, utilizzo di droghe e oscenità varie. La morte e le barbarie ormai vengono accettate, sono considerate necessarie alla definizione dettagliata di un determinato evento, fanno parte di quello che ad oggi possiamo considerare “immaginario mediatico”.

Il sempre maggiore affrancamento di toni violenti nella narrazione mediale ha inevitabilmente portato alla necessità di aggiungere costantemente maggiore complessità nella messa in scena di situazioni estreme, in modo che questa possa provocare una qualche reazione negli spettatori, ormai passivi osservatori del “tutto incondizionato”.

La violenza è un “test”, il regista come un pittore rinascimentale che si cimentava con un tema dell’iconografia classica, fa fronte alla sfida estetica di trovare una prospettiva di messa in scena originale.  E nell’epoca della riproducibilità digitale, della serializzazione e del bombardamento mediatico, questo non sembra un compito semplice.

Lo spettatore dopo anni passati davanti lo schermo, ricevendo in maniera passiva qualsiasi tipo di messaggio (subliminale o meno) o immagine, ha progressivamente alzato il suo livello di tolleranza nei confronti di determinate scene. Occorre quindi spingersi oltre, portare l’occhio della cinepresa in luoghi e situazioni mai mostrati prima, prestando particolare attenzione alla resa. I fotogrammi devono raccontare storie quanto mai realistiche, senza rinunciare a rappresentare comportamenti scorretti, immagini “proibite” dall’etica e i lati più infimi della società.

Questa tendenza ad “abusare” della violenza nel cinema si traduce in due diverse interpretazioni: una che la reputa un meccanismo superficiale che mira a desensibilizzare gli spettatori aumentando la loro predisposizione all’aggressività, e un’altra, più estetica, il cui scopo è la catarsi, esemplare può essere l’esempio del capolavoro di Martin Scorsese, Taxi Driver.

L’estetizzazione dell’estremo si può tradurre in estetizzazione della sofferenza, in quanto ricorrendo a uno specifico linguaggio visivo e verbale, si vengono a creare dei tableau vivantes dove il fattore sofferenza pare venga meno, ma dove intrinsecamente vengono inviati messaggi subliminali in favore di questa violenza. Come già detto infatti, lo spettatore è vittima di questa pratica già dalla tenera età.

Nel cinema contemporaneo inizia questa rivoluzione artistica che crea un parallelismo tra l’omicidio, la violenza e il sesso come forme d’arte e l’assassino o il violento random come una sorta di artista. Questa tendenza, ormai cara a moltissimi degli autori contemporanei, conferma quella che potremmo definire la “nobilitazione” della violenza, sono quindi esaltati quei comportamenti che solitamente vengono rimossi o occultati e, attraverso un processo di catarsi, essi stessi portano al superamento di quell’inquietudine che creavano in precedenza.

Numerosissimi sono gli esempi che attestano questa tesi, caso emblematico può essere il sopra citato Taxi Driver. Il cult di Scorsese infatti non disdegna minimamente le immagini forti. L’orrore si palesa nel finale della pellicola, dove vediamo Travis Bickle (Robert De Niro)- ex marines che, dopo inutili tentativi di sconfiggere l’insonnia, intraprende la carriera da tassista – giustiziare Sport, “protettore” della prostituta minorenne Iris. Dopo una sanguinolenta sparatoria, il protagonista salva la ragazzina trasformandosi in eroe per caso. In questo caso la violenza e l’estremo sono sì palesati, ma per concorrere a un fine nobile.

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La violenza non si palesa solo attraverso il sangue, l’altro tema prediletto da registi e produttori di tutto il globo è senza ombra di dubbio il sesso, in ogni sua possibile sfumatura.

Da mezzo secolo infatti quello del sesso è un taboo che pian piano è venuto meno a questa stessa definizione. Si contano sulle dita di una mano i film moderni privi di scene a sfondo sessuale.

Parlando di estremo e di violenza, e contestualizzando il tutto nel tema “sesso”, il primo nome che viene in mente non può che essere Lars Von Trier. Il controverso regista danese, famoso per le sue scene che rasentano la pornografia (utilizza infatti veri pornoattori come controfigure), nel 2013  ha presentato Nymphomaniac. La pellicola, narrante la storia di Joe e delle sue avventure sessuali, ha ricevuto critiche dissonanti, in quanto mostra senza se e senza ma le molteplici e sempre più estreme esperienze sessuali della protagonista, le quali hanno progressivamente distrutto ogni suo legame umano e sociale.

L’effetto che le immagini di Nymphomaniac creano sullo schermo è duplice, le scene di sesso esplicito infastidiscono, ripugnano, ma raggiungono una tale trascendenza che illuminano, affascinano, l’eccitazione che ne scaturisce non ha nulla a che vedere col fisico, è un orgasmo intellettuale. I molteplici incontri sessuali di Joe, per quanto veritieri, sono meno sexy di quanto si possa immaginare, è la parte dialogica ad affascinare più di qualsiasi altro fattore.

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Mettiamo ora da parte la versione estetica della violenza o dell’estremo, entriamo in una dimensione dove questi due fattori si palesano nella loro vera essenza,  dove la crudezza delle immagini perde il suo valore artistico per tradursi in pura proiezione della realtà, di una verità troppo orribile per essere filtrata da qualsiasi tipo di censura o artificio cinematografico. Parliamo infatti di opere documentaristiche come Farewell to Hollywood o The Act of Killing, rappresentazioni crude e violente nella forma, che disturbano la visione fino a quasi voler distogliere lo sguardo dallo schermo.

Obiettivo di questi docu-film infatti è di rendere giustizia alla credibilità delle immagini e di rendere sempre più saldo il rapporto con la realtà. Le scene ci vengono mostrate “senza filtro”, come se ciò che vediamo stesse realmente accadendo davanti ai nostri occhi. Ecco che la violenza visiva qui assume una nuova forma, vuole colpire lo spettatore nel profondo, renderlo consapevole, nulla si sottrae al filmabile, il macabro e l’orrido mostrano il loro vero volto, in un’esperienza che colpisce per il suo realismo.

Se fino ad ora l’estremo e il violento sono stati giustificati per nobili fini, per mettere in luce aspetti fin’ora celati di storie e personaggi o per mostrare la realtà nella sua pura essenza, adesso parliamo di quei lavori in cui i fattori fin qui analizzati entrano in gioco solamente per soddisfare le scelte perverse di autori e registi altrettanto deplorevoli. L’acme di questa tendenza si raggiunge con una pellicola che, per fortuna, non è mai stata esportata nel nostro paese.

La pellicola in questione è A Serbian Film, risultato del lavoro di un certo Srdjan Spasojevic, il quale vorrebbe mostrare quella che secondo lui è una metafora della Serbia post guerra, ma finisce per ridursi inesorabilmente in un lavoraccio a metà fra lo splatter e inutile e volgare pornografia di serie b. Parlare di estremo qui sarebbe riduttivo in quanto la trama, che parte da un pretesto abbastanza solido e con un montaggio di livello, si riduce a mostrare patetiche pratiche di sesso  estremo e violenze di tutti i tipi che sfociano nell’orripilante, incestuosa scena finale. Nessun fine artistico o sociopolitico può giustificare la violenza delle scene di A Serbian Film, qui l’estremo è banale, orrido, squallido, inutile come la pellicola.

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Immanuel Kant sosteneva che il sublime non dovesse per forza derivare dal bello o dal naturale, può derivare anche da azioni estreme o violente, in questo modo si mettono in luce quegli aspetti rimossi o occultati che portano al superamento di quella inquietudine scaturita dalla visione di certe immagini, della paura  e della violenza da parte dell’essere umano e una maggiore consapevolezza circa il piacere della violenza nella cultura contemporanea.

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